CALABRIA: È ALLARME SOCIALE
Episodi di criminalità predatoria in tutta la Regione. Rapine milionarie, furti, episodi di violenza, assalti ai bancomat.
Calabria, ordinaria amministrazione. Non un’ondata improvvisa, non un’emergenza inattesa. È solo la cronaca che finalmente smette di essere timida e fotografa ciò che la politica finge di non vedere da anni.
Nel Cosentino, in particolare, la percezione di insicurezza cresce. Cresce nelle aree commerciali, lungo le principali vie di collegamento, nei racconti quotidiani di chi vive e lavora. Cresce insieme alla paura, insieme ai controlli delle forze dell’ordine, insieme ai comunicati rassicuranti.
Non cresce il lavoro.
Non crescono i servizi.
Non cresce la dignità.
E senza queste tre cose, la sicurezza resta una parola buona solo per i tavoli istituzionali e le slide.
QUANDO IL GIUDIZIO MORALE INIZIA A ZOPPICARE
Qui arriva il punto che scandalizza i benpensanti professionisti. Davanti a queste notizie, una parte della società non prova indignazione. Prova addirittura ad applaudire... amaramente.
Non perché il reato diventi giusto. Ma perché il contesto è sbagliato da troppo tempo.
Rubare è un reato. Sempre. Fine della favola.
Ma fingere di non capire perché accade è una colpa più grande. Ed è una colpa, prima di tutto, politica.
In Calabria si campa male. Si campa tardi. Si campa con l’ansia fissa. A volte non si campa proprio.
Il caro vita strangola, il lavoro è assente o umiliante, l’accesso ai servizi essenziali è un percorso a ostacoli. Sanità commissariata da una vita, trasporti ridicoli, welfare marginale, politiche sociali evanescenti. Una regione incapace non solo di aiutare, ma perfino di immaginare soluzioni strutturali.
In questo scenario, succede l’irreparabile: qualcuno inizia a pensare che chi assalta un bancomat non stia rubando, ma stia “riprendendosi il maltolto”.
Non soldi, ma un frammento di controllo. Non un eroe, certo. Ma nemmeno più un mostro. Solo uno che ha smesso di accettare la lenta eutanasia sociale.
Questo è il vero scandalo. Non la rapina.
Lo scandalo è che il sistema produca disperazione al punto da rendere comprensibile ciò che dovrebbe restare incomprensibile.
LA RESPONSABILITÀ POLITICA: TUTTA, SENZA ECCEZIONI
La politica regionale, tutta intera, è responsabile. Destra, sinistra, centro, civismo da salotto, rivoluzionari da buffet. Tutti. Perché tutti hanno governato, tutti hanno promesso, tutti hanno fallito. E chi non ha governato ha comunque campato di opposizione sterile.
Le forze dell’ordine fanno il loro lavoro, anche bene. Ma non si pattuglia la disperazione. Non si arresta la povertà con una volante. Non si mette in sicurezza una regione che non offre futuro.
Ogni bancomat sventrato è un reato, sì.
Ma è anche un atto d’accusa.
Ogni rapina è una domanda urlata: “... altrimenti di che dovremmo vivere?”
QUESTO È SOLO L’INIZIO
Ed ecco il punto che dovrebbe togliere il sonno a chi governa. Perché questo è solo l’inizio. Le notizie crescenti di rapine, violenze, episodi criminali in ogni parte della Calabria... non sono il problema. Sono il sintomo. Febbre. Tremori. Avvisaglie.
Ci vuole pochissimo a passare dalla rassegnazione all’insorgenza. Lo dimostra quello che accade in Europa, non in qualche angolo remoto del pianeta. Francia, Bruxelles, periferie dove la disperazione ha smesso di chiedere e ha iniziato a spingere.
Non per ideologia, non per bandiere, ma per esclusione, povertà, futuro negato.
La Calabria è seduta su una polveriera sociale ed emotiva. Anni di promesse mancate, piani straordinari che non cambiano nulla, generazioni parcheggiate, famiglie allo stremo.
Quando la distanza tra i palazzi e la strada diventa abissale, la strada smette di riconoscere l’autorità dei palazzi.
Pensare che serva chissà cosa per sfondare simbolicamente un’istituzione è un’illusione comoda. Quando la disperazione diventa collettiva, non resta individuale. Cambia forma. Cambia bersaglio. Non cerca più il contante. Cerca il senso.
Non servono leader, non servono organizzazioni, non servono ideologie. Serve solo una sensazione diffusa: non abbiamo più nulla da perdere. E a quel punto non si parla più di criminalità, ma di rottura sociale.
IGNORARE LA DISPERAZIONE LA RENDE ESPLOSIVA
Questo dovrebbe far tremare la politica regionale. Tutta. Non per paura fisica, ma per decenza. Perché quando una comunità guarda ciò che accade altrove e pensa “potrebbe succedere anche qui”, significa che il patto sociale è già rotto.
Non è un augurio. È una previsione se nulla cambia.
La Calabria non chiede miracoli. Chiede lavoro, servizi, dignità. Chiede di non essere trattata come una terra da gestire con slogan, conferenze stampa, capodanni e post autocelebrativi.
Se la risposta continuerà a essere solo più controlli, più silenzi, più propaganda, allora sì: le rapine di oggi sembreranno episodi folkloristici. E qualcuno, seduto dietro un portone istituzionale, scoprirà troppo tardi che ignorare la disperazione non la spegne.
La accumula.
E la disperazione accumulata, prima o poi, bussa. Poi spinge. Poi entra.
E per chiudere, il messaggio è semplice e indirizzato a politici e politicanti, senza distinzioni di casacca, colore o carriera:
Fate tanto i gradassi. Gli intelligenti. I salvatori della patria a colpi di slogan e foto istituzionali.
Ma siete bluff viventi. Vuoti dentro, rumorosi fuori.
Ci vuole davvero molto a capire che un padre di famiglia, senza lavoro, senza assistenza, senza diritti, deve pur campare? O serve una commissione, un tavolo tecnico, un’altra conferenza stampa per arrivarci?
Se non lo mettete voi nelle condizioni di vivere, di lavorare, di essere parte di questa società, allora non stupitevi se il giudizio morale si spezza. Se l’indignazione lascia spazio all’applauso amaro. Se dalla strada sale un grido che non è giusto, ma è comprensibile:
“Se ruba, fa bene.”
Non perché il furto sia legittimo.
Ma perché avete reso illegittima la vita.
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