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CALABRIA: IL GRANDE CIRCO DELLA PROTESTA TELECOMANDATA

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In Calabria si scende in piazza . Cartelli, slogan, bandiere. Qualcuno urla, qualcuno si sfoga, qualcuno si fa il selfie.  Fin qui tutto normale, se non fosse che il copione è sempre lo stesso: protestare su tutto, tranne che su ciò che ci sta ammazzando davvero. Sanità allo sbando? Silenzio intermittente. Trasporti da terzo mondo? Rassegnazione zen. Lavoro precario, stipendi ridicoli, giovani in fuga, anziani abbandonati? Vabbè, capita. Però guai a toccare Maduro, Putin, Trump, la guerra a 8.000 km da qui . Lì sì che il calabrese medio diventa analista geopolitico, esperto ONU, stratega militare. Nel frattempo, sotto casa sua: > il pronto soccorso sembra un campo profughi, > i treni arrivano quando va bene e partono quando gli pare, > le strade sono crateri lunari con l’asfalto d’epoca borbonica. Ma niente. Meglio Caracas che Catanzaro. Pecoroni? No, addestrati Il problema non è protestare. Il problema è cosa e per conto di chi. Perché qui la sensazione è ch...