CALABRIA: IL GRANDE CIRCO DELLA PROTESTA TELECOMANDATA
In Calabria si scende in piazza. Cartelli, slogan, bandiere. Qualcuno urla, qualcuno si sfoga, qualcuno si fa il selfie.
Fin qui tutto normale, se non fosse che il copione è sempre lo stesso: protestare su tutto, tranne che su ciò che ci sta ammazzando davvero.
Sanità allo sbando? Silenzio intermittente.
Trasporti da terzo mondo? Rassegnazione zen.
Lavoro precario, stipendi ridicoli, giovani in fuga, anziani abbandonati? Vabbè, capita.
Però guai a toccare Maduro, Putin, Trump, la guerra a 8.000 km da qui. Lì sì che il calabrese medio diventa analista geopolitico, esperto ONU, stratega militare.
Nel frattempo, sotto casa sua:
> il pronto soccorso sembra un campo profughi,
> i treni arrivano quando va bene e partono quando gli pare,
> le strade sono crateri lunari con l’asfalto d’epoca borbonica.
Ma niente. Meglio Caracas che Catanzaro.
Pecoroni? No, addestrati
Il problema non è protestare. Il problema è cosa e per conto di chi.
Perché qui la sensazione è chiara: ci fanno manifestare come cani al guinzaglio, tirati ora a destra ora a sinistra, purché non si morda mai la mano che comanda davvero.
Manifestazioni “spontanee” con:
slogan prefabbricati,
indignazione a tempo determinato,
cause lontane, astratte, innocue.
Protestare contro il potere locale è faticoso.
Contro il sistema sanitario calabrese è rischioso.
Contro chi gestisce appalti, nomine, clientele è scomodo.
Molto più facile sventolare una bandiera che non mette in discussione nessun interesse concreto. Zero conseguenze, zero fastidi, applauso finale e tutti a casa.
Altro che Venezuela: qui è sopravvivenza quotidiana
La frase fa male ma va detta: molti calabresi stanno peggio dei venezuelani.
Non per la propaganda, ma per la vita reale.
Qui:
> se non hai conoscenze, non lavori;
> se ti ammali seriamente, preghi;
> se sei giovane, scappi;
> se resti, ti arrangi;
> se protesti sul serio, diventi “rompiscatole”.
In Venezuela almeno sanno chi li opprime.
In Calabria no: il nemico è invisibile, normalizzato, accettato. È il “così è”, il “che ci vuoi fare”, il “è sempre stato così”.
E mentre discutiamo di Maduro, qui comandano mediocrità locali intoccabili, spesso senza nemmeno il fastidio di dover rendere conto a qualcuno.
La verità è semplice e scomoda:
questa protesta non spaventa nessuno.
Non spaventa:
i commissari della sanità,
i dirigenti strapagati,
i politici regionali,
i manager che falliscono e vengono promossi.
Perché non li nomina.
Perché non li incalza.
Perché non li espone.
È una protesta che sfoga, non che cambia.
Un anestetico sociale.
Una valvola di sfogo controllata.
E finché in Calabria:
si manifesterà per tutto tranne che per la Calabria,
si urlerà contro il mondo evitando il cortile di casa,
si confonderà la militanza con il folklore,
non saremo cittadini.
Saremo comparse.
E sì, fa male dirlo, ma qualcuno deve farlo:
non ci trattano da pecoroni. Ci comportiamo come tali.
La differenza è sottile.
Ma cambia tutto.
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