CASTROLIBERO: IL PAESE DOVE LA POLITICA È UN ROMANZO ROSA
A Castrolibero il tempo non passa: cambia il calendario, non il cognome. Dopo venticinque anni di Orlandino Greco in varie declinazioni, il feudo civico sembra pronto a cambiare volto ma non sostanza.
E infatti spunta lei: Nicoletta Perrotti, la continuità fatta persona. Non una rottura, non uno strappo. Una prosecuzione con tono di voce più basso.
Curriculum lungo, deleghe infinite, presenza costante. Talmente costante da risultare trasparente. Una che c’era sempre ma senza lasciare impronte, come certi fantasmi educati che attraversano i muri chiedendo scusa, senza intaccarli.
Deleghe? Tutte.
Risultati? Diluiti.
Carisma? In riunione, forse parcheggiato fuori.
Perché più che un’azione amministrativa, la sua negli anni è sembrata una soap romantica formato ente locale. Roba tipo Lanciostory – Calabria Edition: sguardi complici in giunta, fedeltà narrative incrollabili, colpi di scena pari a zero e una sceneggiatura già scritta dal protagonista maschile.
Talmente abituata a servire il suo mentore e sindaco da confondere l’amministrazione con la devozione, Nicoletta Perrotti negli anni ha finito per innamorarsi più che della cosa pubblica, della sua versione personale: quella stramba, cambiacasacche e politicamente trasformista del suo riferimento politico.
Una fedeltà quasi letteraria, da romanzo d’appendice municipale, che l’ha vista orbitare costantemente attorno al verbo grechiano senza mai metterlo in discussione.
E oggi, dopo la “dipartita politica” di Orlandino Greco dalla fascia tricolore per approdare allo scranno regionale, la sensazione è quella di una vedovanza amministrativa anticipata: più che pronta a raccoglierne l’eredità, sembra in lutto istituzionale.
D’altronde il mentore non è scomparso, si è solo trasferito di piano: da sindaco a consigliere regionale, con delega informale ma sostanziale a farsi i cazzi suoi… come ha sempre fatto, ma stavolta meglio retribuito.
Lei resta.
Con il copione in mano.
E la malinconia di chi deve continuare la soap senza il protagonista storico in scena, ma con la regia ancora intatta dietro le quinte.
Perrotti è stata l’assessora che non scalda e non raffredda, non urla e non sussurra, senza calore né colore. Amministra. Esegue. Compila.
Se Castrolibero si è lentamente ritirata in se stessa come una vecchia foto lasciata al sole, lei era lì, con la graffetta giusta al documento giusto.
Non una ribelle, non una visionaria. Una diligente interprete del verbo grechiano: Orlandino parlava, Nicoletta verbalizzava. Orlandino decideva, Nicoletta implementava. Orlandino indicava la luna, Nicoletta controllava che il regolamento comunale fosse aggiornato.
Cultura, teatro, centro storico, turismo, PNRR, digitale. Tutto nel piatto, ma senza sale. Una gestione che ha trasformato il paese in un manuale di buone intenzioni mai sottolineate. Ordinato, silenzioso, scolorito.
Nessuno scandalo, per carità. Nessun disastro plateale. Solo l’arte sottile dell’irrilevanza amministrativa, quella che non fa rumore ma fa danni nel lungo periodo. Il paese che scivola via senza accorgersene, mentre chi governa prende appunti.
Se diventerà sindaca, Castrolibero non cambierà verso. Cambierà intestazione.
Stessa musica, volume più basso.
Stesso regista, nuova controfigura.
La vera novità? Una donna.
Il resto è continuità, con delega alla discrezione.
Sul proscenio resta quindi lei e Ciccio Serra, eredi designati di una continuità più affettiva che amministrativa.
Sullo sfondo invece si intravede un centrosinistra in modalità spettatore pagante, seduto in platea a commentare la trama senza mai salire sul palco.
Candidati sindaci che nascono dal sottobosco come funghi.
Ognuno protagonista di sé stesso.
Tanto che il rischio, anche stavolta, è quello di finire a fare le comparse comunali.
Incapaci, a quanto pare, di dialogare, di costruire una realtà corposa e autorevole, anche approfittando della debolezza politica e amministrativa della Perrotti, la solita minestra riscaldata.
Incapaci quindi... ma non per mancanza di occasioni, ma per cronica incapacità di trasformare il dissenso in proposta, la critica in alternativa, la presenza in progetto politico credibile. Un’opposizione che spesso sembra vivere la politica locale come si guarda una replica pomeridiana: scuote la testa, sospira, ma non cambia canale.
A meno che il fronte non si compatti davvero, mettendo da parte personalismi da condominio e rivalità da primarie permanenti, il finale rischia di essere già scritto: continuità che vince per inerzia, non per entusiasmo, né per capacità dimostrata.
In pratica la solita trama:
chi governa resta,
chi dovrebbe contendere… commenta.
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