MARCO AMBROGIO, UN PARASSITA POLITICO DAI MODI DA RAS NAZISTA.
SAN GIOVANNI IN FIORE, IL GIORNO IN CUI LA DEMOCRAZIA È STATA CALPESTATA.
MARCO AMBROGIO, UN PARASSITA POLITICO DAI MODI DA RAS NAZISTA.
C’è una linea che non si dovrebbe superare. Mai.
Non serve studiarla, non serve un regolamento: è quella che separa le istituzioni dalla farsa.
A San Giovanni in Fiore, invece quella linea è stata presa, piegata e buttata via.
Antonio Barile lo ha detto senza girarci intorno: in quindici anni dentro quell’aula non aveva mai visto uno spettacolo del genere. E non parla uno qualunque, ma uno che ha fatto opposizione vera e pure il sindaco. Uno che sa distinguere lo scontro politico dalla degenerazione.
Quello che è successo è semplice da raccontare e difficile da digerire.
Marco (A'mbroglia) Ambrogio ha trasformato il Consiglio Comunale in un territorio tutto suo. Come fosse casa sua... dove evidentemente ha gli stessi modi.
Parliamo di una figura politicamente ignorante, già bandita a suo tempo da Cosenza che, al netto delle cariche, rappresenta un’anomalia politica evidente: un virus, uno che esiste elettoralmente perché legato alla moglie, ex sindaco della città, e che ha costruito il proprio peso politico non partendo dal consenso diretto, ma appoggiandosi a quello altrui.
Tradotto senza ipocrisie: un parassita politico nel senso più puro del termine.
Uno che cresce attaccato a un’altra figura, ne assorbe forza, visibilità e potere, e poi si muove come se quel potere fosse tutto suo.
E lo ha dimostrato.
È entrato in aula e ha fatto quello che voleva. Ha parlato per ore, ha interrotto, ha sovrastato chiunque. Non ha riconosciuto ruoli, non ha rispettato tempi, non ha considerato l’esistenza stessa delle istituzioni presenti.
Sindaco ff ignorato.
Presidente del Consiglio umiliato.
Consiglieri ridotti a spettatori.
Un presidente del consiglio (evidentemente colluso e sottomesso) che prova a fermarlo e si ritrova a chiedere “per favore” è l’immagine perfetta di questo disastro: l’autorità che implora e l’arroganza che comanda.
Non è stato un eccesso. È stato un metodo.
Ambrogio non ha cercato il confronto, non ha portato contenuti, non ha risposto nel merito. Ha fatto una cosa molto più semplice e molto più efficace: ha occupato lo spazio. Ha coperto tutto. Ha impedito che esistesse qualsiasi altra voce.
Antonio Barile, dall’altra parte, ha fatto quello che doveva fare uno che ha ancora rispetto per quell’aula: ha resistito, ha denunciato, ha provato a riportare il discorso sui problemi reali, sulla sanità che non funziona, sui cittadini lasciati soli.
Ma parlare in quelle condizioni diventa quasi inutile.
Perché quando uno decide di dominare con la presenza e con il rumore, non vuole discutere. Vuole solo schiacciare.
E ci è riuscito.
La cosa più inquietante non è nemmeno l’arroganza in sé.
È la naturalezza con cui è avvenuta.
Come se fosse normale.
Come se fosse legittimo.
Come se quel ruolo gli spettasse.
Ed è qui che il quadro si chiude.
Perché un “parassita politico”, con metodi da ras nazista di meta '900, funziona solo in un ambiente che lo permette.
Cresce, si rafforza e alla fine si sente intoccabile.
Fino al punto di entrare in un Consiglio Comunale e comportarsi da padrone.
Antonio Barile ha fatto quello che andava fatto: restare, parlare, denunciare lo scempio.
Il resto è una fotografia impietosa di una politica che non solo ha perso il controllo, ma ha smesso anche di fingere di averlo.
E quando succede questo, non è più politica.
È occupazione.
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