GLOBAL SUMUD FLOTILLA: CHI DIFENDE I NOSTRI?
Pochi giorni. Pochi giorni e una flotta di civili—attivisti, parlamentari, volontari—si avvicina a Gaza mentre il governo italiano sembra riuscire solo a fare il prodigioso numero del «neghiamolo fino all’ultimo» e dell’“io non volevo dire proprio questo”.
L’operazione Global Sumud non è uno sbarco di turisti: è un gesto politico, simbolico e umano. E sta mettendo a nudo due cose che dovremmo ormai sapere a memoria: la vulnerabilità dei cittadini italiani all’estero e la fragilità del coraggio di chi comanda.
Partiamo dai fatti concreti: la flottiglia prosegue nonostante gli avvertimenti israeliani, ed è stata recentemente attaccata con droni in acque internazionali — episodio che ha provocato danni e paura, non la solita retorica da commento televisivo. Di fronte a questo, Roma manda una fregata: non per sparare, sembra, ma per “assistere e soccorrere”. Tradotto: mettiamo una scialuppa attorno alla nostra coscienza.
E qui entriamo nel teatrino: Giorgia Meloni, dagli altari dell’Onu, ha definito l’iniziativa «irresponsabile» e ha invitato alla prudenza — una prudenza che sa tanto di correre ai ripari dopo che la gente è già in mare. Il ministro degli Esteri e altri esponenti dell’esecutivo ripetono il mantra del “non andare in un teatro di guerra”, mentre a bordo ci sono italiani che dicono: noi andiamo perché riteniamo necessario portare aiuti e testimonianza. La coerenza politica ha preso una vacanza lunga quanto il silenzio diplomatico della nostra élite.
Nel frattempo la piazza non è impomatata come i ministeriali: i sondaggi fotografano un calo di fiducia per l’esecutivo e una maggioranza popolare che, sorpresa delle sorprese, appoggia la flotilla. Diciamolo chiaramente: quando la politica si affida alle alzate di voce e alle posture, la gente prende posizione e la posta diventa alta. Non è solo una questione emotiva: è reputazione internazionale, vite umane, e credibilità.
Poi ci sono gli opinionisti—perfino Corrado Augias ha messo in dubbio l’utilità dell’operazione, criticandone i rischi e la potenziale escalation. Bene: ascoltare gli esperti non è un optional. Ma ascoltare non deve diventare sinonimo di immobilismo. C’è differenza tra dire “non capisco perché lo facciano” e restare a guardare mentre si mette a rischio la vita delle persone o si scaricano le responsabilità ad altri.
E la presidenza della Repubblica? Il riferimento a Mattarella — e al suo invito alla prudenza che molti definiscono «saggio» — è letto dalla politica come un salvagente da agitare sotto la luce dei riflettori. Saggio, forse; difendere la vita e la legalità, sempre. Ma saggio non significa inattivo: se il Presidente invita alla cautela, il governo non dovrebbe limitarsi a sussurrare “abbiamo fatto le nostre indagini”. Dovrebbe spiegare con chiarezza che cosa intende fare per tutelare i cittadini e come intende bilanciare rapporti internazionali e diritti umani.
Insomma: la finta contrapposizione tra “noi difendiamo gli italiani” e “noi non vogliamo provocare Israele” suona come una scusa mal cucita. Se l’Italia manda una fregata per il salvataggio, non può poi limitarsi a dire che “non opererà in acque israeliane” e aspettarsi applausi. O sei stato lungimirante e ti sei mosso prima, oppure sei arrivato come gli ospiti che bussano alla festa dopo che la torta è stata mangiata dal cane. Non c’è eroismo nella gestione dell’emergenza: c’è solo reattività.
Chi è responsabile? Tutti. Il governo che balbetta e inciampa tra diplomazia e piazza; l’opposizione che si accende a comando; gli opinionisti che pontificano da studi televisivi; l’Europa che alza i sopraccigli e poi si dimentica di agire. E poi c’è Netanyahu: uno Stato ha il diritto di difendere i confini, ma la diplomazia non si fa solo con la voce grossa sui social o con minacce urlate a mezzanotte. Se si vogliono proteggere i nostri — e noi vogliamo — servono decisioni chiare, regole d’ingaggio precise, canali umanitari credibili e trasparenti. Non i tweet isterici.
Cosa chiediamo, allora? Tre cose pratiche, senza ipocrisia:
1. Trasparenza totale sulle missioni di soccorso: obiettivi, limiti operativi, chi è a bordo e come verranno evacuati i connazionali in caso di attacco. (Sì, anche con nomi e numeri, non con frasi di circostanza).
2. Un piano umanitario serio e verificabile: scaricare gli aiuti a un porto vicino non è una scusa per non rifornire Gaza. Se il governo propone pascoli alternativi (Cipro, porti neutrali, Chiesa cattolica come tramite), deve spiegarne i flussi, i tempi e le garanzie sul campo.
3. Smettiamola con le pose da macho politico (e il cazzetto piccolo): le minacce di piazza non tutelano nessuno. Se qualcuno vuole proteggere “i nostri ragazzi”, lo faccia con azioni pianificate, diplomazia e alleanze. Non con ruggiti virtuali da social.
Ultima osservazione: la gente in mare non chiede applausi, chiede risposte. Vuole sapere che lo Stato non la abbandona, che la politica non si nasconde dietro aperture di coscienza o tweet, e che la sicurezza dei cittadini non diventa merce di scambio nelle stanze dei bottoni. Se l’Italia ha mandato una fregata per “fare il necessario”, allora lo faccia fino in fondo — responsabilmente, con trasparenza e senza scuse. Altrimenti il coro delle piazze resterà più credibile della voce dei palazzi.
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