LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA COME TANK-MAN A TIENANMEN NEL 1989

Pechino - Piazza Tienanmen, Il 5 giugno 1989 un uomo qualunque, con due semplici buste in mano, si piazzò davanti a una colonna di carri armati. Erano diretti contro il suo popolo, contro studenti che chiedevano libertà, contro ragazzi disarmati che avevano scelto di credere nella democrazia. Lui non aveva nulla, non era armato, se non con il coraggio di dire “no”. E per un istante, incredibile e infinito, l’acciaio del potere si fermò davanti alla fragilità di un corpo umano.

Il minuscolo uomo si piazzò di fronte al primo carro. L’enorme macchina di guerra si fermò. Provò a spostarsi a destra, lui lo bloccò. A sinistra, lo stesso. Nessuna arma, nessuna protezione. Solo il suo corpo.
Poi salì perfino sul carro, parlò con i soldati dentro. Non sappiamo cosa disse loro. Quando scese... amici lo portarono via, e di lui non si seppe più nulla. 


Nessuno seppe chi fosse quell’uomo, né cosa gli accadde dopo. Ma il suo gesto ci accompagna ancora: perché ci ricorda che anche un singolo può resistere alla macchina della repressione, e può gridare al mondo che la dignità è più forte dei carri armati.

Oggi, noi che navighiamo con la SIMUD Global Flotilla, siamo quell’uomo. Non abbiamo armi, non abbiamo potere. Abbiamo soltanto le nostre navi, il nostro carico di cibo, di medicine, di speranza. Davanti a noi non ci sono i carri armati in una piazza, ma le fregate, i droni e i muri invisibili che vogliono impedire a un popolo di respirare.

Ci dicono di fermarci. Mattarella ci invita alla prudenza. Meloni pure: “Non provocate, restate indietro”. Ma noi sappiamo che quelle parole equivalgono a dire: “Lasciate passare i carri armati. Non opponetevi.”

E allora, lo diciamo con chiarezza: noi non possiamo scansarci e non ci scans eremo. 
Perché ogni sacco di farina, ogni scatola di antibiotici, ogni goccia d’acqua che portiamo è vita. Perché davanti a un popolo affamato, dire “fermatevi” significa diventare complici della fame.

L’uomo di Tienanmen non fermò il corso della storia cinese. Ma fermò, per un attimo, l’avanzata del potere. E quell’attimo è rimasto eterno.
Noi, oggi, siamo pronti a fare lo stesso.

Se Israele vuole bloccarci, dovrà guardare in faccia non soldati, ma uomini e donne che hanno scelto di essere scudi vivi per la dignità umana.
E se l’Europa e l’Italia non hanno il coraggio di dire “fatti da parte” a chi assedia, allora toccherà a noi, con le nostre navi fragili e il nostro carico fragile, dimostrare che la coscienza non si piega al cannone.

Perché la storia, domani, non ricorderà chi ci disse di fermarci.
Ricorderà se avremo avuto la forza di restare in piedi, come quell’uomo davanti al carro armato.

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