OCCHIUTO E "U LÀZZU ARA VRACHÈTTA" 2 - LA VENDETTA
OCCHIUTO, L’IMPALLATO. TRA ARROGANZA E GOFFAGGINE ELETTORALE
Ci sono momenti in cui la politica si mostra per quello che è: non forza, non visione, ma fragilità e nervosismo. L’ultimo Occhiuto visto in TV ne è l’esempio perfetto: sotto il pressing dei giornalisti, il governatore si è impallato più volte, balbettando risposte, aggrovigliandosi da solo fino a non riuscire più a sbrogliare la matassa.
Il colpo di grazia è arrivato con una domanda semplice, ma letale:
“Cosa potrebbe fare dopo il 6 ottobre, se venisse eletto, che non poteva già fare nei 4 anni precedenti?”
Una lama sottile che ha scoperchiato l’impotenza della sua narrazione. Perché se in quattro anni non sei riuscito a fare, come puoi convincere che lo farai dopo?
E come se non bastasse, Occhiuto ha deciso di scrivere da solo il finale della sua pessima performance: il gesto di gettare il programma in faccia a Pasquale Tridico, accusandolo pure di averlo copiato da ChatGPT. Una scena volgare, arrogante e grottesca che ha ricordato a molti l’episodio di Sandro Principe contro Marcello Manna, il famoso “u lazzu ara vrachètta”. Allora, quella caduta di stile costò a Principe la poltrona da sindaco di Rende. Oggi, rischia di costare a Occhiuto credibilità e consenso.
Perché la Calabria, stanca di teatrini e proclami, non vuole vedere un governatore che perde la bussola davanti a due domande. Non vuole l’arroganza di chi lancia carte in faccia. Non vuole un politico che recita slogan da comizio e poi inciampa sul terreno della realtà.
L’immagine che resta di questo confronto è quella di un Occhiuto nervoso, spiazzato, privo di risposte convincenti, che ha trasformato un’occasione di leadership in un autogol clamoroso.
Non basta dire che “per trent’anni hanno sbagliato gli altri” se, nel frattempo, tu inciampi sui tuoi quattro anni di governo. Non basta parlare di futuro se il presente è un buco nero. E non basta l’arroganza, quando non si hanno risposte: perché la gente, prima o poi, se ne accorge.
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