CALABRIA 2025: NEMO FASCIOLEGHISTA IN PATRIA EST

Su CALABRIA MAGAZINE la satira scorre come il vino cattivo in osteria, ma che lascia un retrogusto di verità.
Eccolo.

Come i calabresi si sono tolti dai coglioni i propri sindaci… per rifilarli al resto della Regione. 

Succede solo in Calabria, la terra dove la politica è una fiction, le elezioni una commedia, e la Costituzione una comparsa che ogni tanto entra in scena per dire: “Scusate, ma non potete fare proprio tutto quello che cazzo vi pare!”.

È successo che cinque sindaci — Reggio Calabria, Palmi, Cirò Marina, Castrolibero e San Giovanni in Fiore — si siano fatti eleggere consiglieri regionali.
E quindi? Quindi adesso cinque comuni vanno a nuove elezioni.
Perché in Calabria, la carica di sindaco è incompatibile con quella di consigliere regionale.
Lo dice l’articolo 65 del Testo Unico degli Enti Locali, ma soprattutto lo ha ribadito la Corte costituzionale, che ha preso la famosa legge regionale (quella che voleva permettere il doppio incarico, doppio stipendio e doppia poltrona), ci si è pulita il lato B e l’ha rispedita al mittente, con un bel “ma vi pare serio, cazzu cazzu, io io...?”.

Risultato: decadono cinque sindaci e due presidenti di provincia, Cosenza e Crotone.
Si apre quindi una nuova stagione elettorale, con tanto di “chi mette la fascia stavolta?”, “chi si finge civico?”, “chi tradisce chi?”.
La solita tombola, insomma.

Ma a noi, del teatrino istituzionale, ce ne frega il giusto.
Quello che interessa davvero è un piccolo dettaglio di colore (nero e blu):
in tre paesi calabresi importanti, due sindaci e una figlia di sindaco sono stati cagati (votati) sì… ma non troppo.
E non perché la gente sia ingrata, ma perché si sono presentati con i partiti del centrodestra.
E i calabresi, diciamolo, possono essere tutto: rassegnati, ingenui, illusi… ma non amano farsi prendere per il culo da chi si maschera da “salvatore” "patriota" "meridionalista", e poi vota coi fascioleghisti di turno.

♦️ Primo capitolo: Orlandino “il padano di Castrolibero” Greco

Sindaco di Castrolibero, fino a ieri rosso socialista col pugno alzato e la foto di Sandro Principe nel portafoglio, pronto a recitare rosari socialisti pur di farsi notare a Rende.
Ma poi, come San Paolo sulla via di Damasco, ha visto la luce: quella color verde vùemmicu della Lega.
Folgorato, redento, ribattezzato “padano del Sud”.
Ha cambiato casacca con la stessa naturalezza con cui si cambia camicia dopo una grigliata o i "quazìetti" al mattino. 
E oggi, col nuovo look politico, gira tronfio come un cazzaro padano che parla di “autonomia differenziata” ma non sa nemmeno dove passa la Salerno-Reggio Calabria.

E i suoi concittadini? Gli hanno fatto capire che Castrolibero non è Pontida, e che qui, quando dici “Lega”, la gente pensa ancora al filo per stendere i panni.
Morale: nel suo stesso paese, è stato votato quanto un parcheggiatore abusivo a Bolzano.
Insomma, si è fatto eleggere in Regione, ma i suoi lo hanno salutato col fazzoletto. Tanto lo sanno già ca "a fatìga li puzza", non ha mai lavorato un giorno in vita sua e "frica u pòpulu" scroccando poltrone e soldi pubblici di qua e di là. Il resto.... zero assoluto! 

♦️ Secondo capitolo: Rosaria Succurro e il marito Marco “A'mbroglia”

Lei, la sindaca di San Giovanni in Fiore, presidente della Provincia di Cosenza, regina delle inaugurazioni con fascia e tacchi a spillo, è un personaggio da serie TV.
Anzi, da serie Netflix, titolo:

> “CASA VIANELLO A SAN GIOVANNI IN FIORE”
con la partecipazione straordinaria di Antonello Graziano “Strafalaria”, DG dell’ASP di Cosenza.

Una produzione degna di Hollywood, con effetti speciali spettacolari:
voli dell’elisoccorso a scopo propagandistico, pagati dai fessi calabresi, medici delle postazioni 118 locali che scompaiono come Houdini nei giorni festivi, e ambulanze gestite a cazzo di cane — roba che nemmeno "il cinese più spertazzùne" avrebbe saputo organizzare meglio.

Una sceneggiatura da premio “Fregatura d’Oro”, scritta e diretta da chi confonde la sanità con la propaganda.
Eppure, nonostante tutto, San Giovanni in Fiore ha parlato chiaro:
“Cara Rosaria, ti vogliamo bene… ma pure basta.”
Infatti nei tuoi stessi seggi, i voti non sono piovuti come ti aspettavi.
Anzi, pare che il popolo florense si sia stancato di voli pindarici, sirene mute e... responsabilità non assunte. 

♦️ Terzo capitolo: Elisabetta Santoianni, ovvero “la figlia del sindaco”

Mai stata sindaco, anche se ci ha provato. Eccome se ci ha provato...!
Perché, sorpresa delle sorprese, la fascia tricolore non è un cromosoma e fare il sindaco non è ereditario. Fortunatamente... dicono i suoi concittadini. 
Non basta il cognome, serve pure un po’ di carisma, e magari qualche idea.
Ma in Calabria, si sa, quando la genetica non basta, ci pensa la politica dell’amore.
Ed Ecco che allora ci pensa il destino: due giovani candidi, innocenti, s’innamorano e… zac! Parte il simposio politico.
Il protagonista maschile?
Un tale Gianluca Gallo, detto “il Gallo Cedrone”, uomo da 30.000 voti e calli alle mani (a furia di tenere la zappa nelle foto, con tanto di contadino che gronda sudore a litri dalle "titìddre" pelose), ma rigorosamente in giacca e cravatta anche a ferragosto. 

Un Gallo che canta a ritmo di sagre di malamòrte, purpètte, feste, festini e notti bianche, tutte rigorosamente pagate coi soldi dei calabresi.
E mentre la gente beveva, ballava tarantelle e si faceva incantare da quella "pasta e fasùoli" con tanto di pecorino sopra, il Cedrone contava i voti.
Tanti, troppi.
E quando ti trovi con 30.000 voti in saccoccia, che cazzo te ne fai? Un po’ li tieni, e un po’ li regali alla consuocera Elisabetta, che così — con i voti delle purpètte — è volata in Regione anche lei.

Epilogo: il miracolo calabrese

Morale della favola?
I loro paesi, li hanno tolti dai coglioni.
Ma mica per liberarli: li hanno rifilati a tutta la Calabria.
Una promozione al contrario, tipo “vai a fare danni in Regione, che qui abbiamo già dato”.

E allora sì, possiamo dirlo:

> “Nemo fascioleghista in patria est.”

C’è chi esporta vino, c’è chi esporta eccellenze.
Noi, in Calabria, esportiamo politici che i loro stessi cittadini non sopportano più.
E li mandiamo a decidere per tutti.
Che, se ci pensi, è geniale:
l’unico modo per disfarsi di certi personaggi è farli promuovere.

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