CALABRIA E LAVORO "NERO"... COME LA COSCIENZA DEI PARASSITI CHE CI GOVERNANO!

In Calabria, ormai è pacifico: se vuoi lavorare e portare qualcosa in tavola, lo devi fare in "nero". 
Del resto la Calabria si mantiene povera apposta... altrimenti non esisterebbe sfruttamento, servilismo e clientele. 

Qui il lavoro nero non è una piaga.
È un metodo contraccettivo: serve a impedire che nascano dignità, giustizia e diritti.
Si lavora in nero, in grigio, in trasparente. A chiamata, a favore, a “domani ti pago”.
Ti fanno partorire fatica e ti abortiscono lo stipendio.

E mentre tu ti spacchi la schiena per quattro soldi, loro si fottono i bonus, i rimborsi e le prebende, chiamandoli “indennità di funzione”.
Funzione? Sì, quella intestinale: producono solo scarti.

Poi ti spiegano dal pulpito televisivo che “il lavoro nero è una vergogna” e si deve denunciare. 
Sì, una vergogna… per loro che l’hanno creato, mantenuto e ingrassato.
Perché se chiedi a un politico calabrese cosa ne pensa del lavoro nero, ti risponde indignato.

Per poi scoprire magari che ha pure una ditta intestata alla moglie, al cognato o al cane, con operai non registrati e stipendi pagati a rate come i frigoriferi.
O peggio: è amico proprio di quell’imprenditore che gli ha finanziato la campagna elettorale con i soldi dei contributi non versati.

E ogni tanto, per dare un contentino all’opinione pubblica, arriva il teatrino:
la Guardia di Finanza fa irruzione in qualche azienda, i giornali titolano “scoperti 15 lavoratori in nero” e tutti fingono di cadere dal pero.
Poi?
Multina, chiusura per due o tre giorni, selfie col pappone politico di turno, applausi e via.
Per poi riaprire dopo una settimana e ricominciare la giostra: stessi padroni, stessi schiavi, stessi orari da galera.

L’operaio trovato irregolare, invece, si ritrova per strada.
Senza lavoro, senza soldi, senza diritti.
Punito due volte: una per aver lavorato, l’altra per essere stato scoperto.
Perché lo Stato, invece di dire “assumilo subito o ti chiudo l’azienda”, preferisce incassare la multa e far finta che tutto vada bene.
È come un ginecologo che predica castità ma lavora per un bordello.

E intanto i politici si pavoneggiano nei convegni sulla “legalità del lavoro”.
Quelli con buffet e finger food, dove il cameriere è – ovviamente – in nero.

In questa terra di santi e furbi, il lavoro nero è l’unica economia che funziona davvero.
Ma guai a chi lo dice! 
Solo che invece di combatterla, la politica la sfrutta come una vacca da mungere: una mandria di disperati da controllare, zittire e spremere.

Perciò sì, il lavoro nero è peccato.
Ma il loro stipendio è un aborto della moralità.
E se qualcuno dovesse mai nascere libero da questa truffa,
sarebbe subito considerato un pericolo pubblico.

Commenti

Anonimo ha detto…
E' TRISTE VENIRE IN CALABRIA : IL POSTO DOVE UMILIANO GLI ONESTI

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