MA VOI LO CONOSCETE UN POLITICO CHE NON HA AVUTO MAI A CHE FARE CON LA MAFIA?

Eh già, oggi ci dicono che “la verità è ristabilita”. La Cassazione, con tanto di toga e timbro, ha certificato che Silvio Berlusconi non ebbe mai rapporti con la mafia. E giù tutti a respirare a pieni polmoni, come se ci avessero appena liberato da un sequestro di coscienza collettiva.

Tra i primi a esultare, con tanto di applauso e inchino virtuale, Roberto Occhiuto, governatore calabrese e vice segretario di Forza Italia, che dichiara commosso:

> “Finalmente la verità! La giustizia trionfa! Berlusconi vittima di accuse infamanti e strumentali!”

Certo, presidente. Peccato che in questo Paese la “verità” non la stabilisce la giustizia, ma la convenienza del momento. E ogni volta che un potente viene “assolto”, il popolo deve pure ringraziare e battere le mani.

Ma la domanda resta: voi lo conoscete un politico che non abbia mai avuto a che fare — direttamente o indirettamente — con la mafia, la massoneria, o la solita combriccola di amici degli amici?

Perché in Italia, diciamocelo, la mafia non si incontra: si frequenta. Nei salotti, negli appalti, nelle fondazioni, nelle cene di beneficenza con vino d’annata e mazzette a buffet. E magari anche in qualche consiglio regionale dove la parola legalità fa ridere più di una barzelletta di Crozza.

Occhiuto esulta, Forza Italia si commuove, e l’Italia — quella vera — continua a essere il paese dove si assolvono i potenti e si condannano i poveracci.
Dove per una multa non pagata ti arriva Equitalia, ma se rubi milioni ti invitano ai talk show.

E mentre Occhiuto s’inginocchia commosso davanti al ricordo del Cavaliere, vale la pena rinfrescargli la memoria su chi oggi gli regge la maggioranza: la Lega.
Sì, proprio quella Lega che un tempo, dalle colonne de La Padania, pubblicava le famose “11 meno 1 domande” a Berlusconi, chiedendogli conto e ragione di certi rapporti torbidi e affari di famiglia.

La Lega, quella che urlava “Berlusconi mafioso?” con la bava al microfono, che lo chiamava Pretendente e lo descriveva con più ironia che rispetto. Quella che ricevette pure una querela — poi magicamente sparita — e che, da un giorno all’altro, passò dal chiamarlo “mafioso” al chiamarlo “Presidente”.
C’è chi dice per convinzione, chi per convenienza, e chi per semplice riflesso pavloviano: davanti al potere, la Lega sbava sempre.

Come scrisse allora il direttore de La Padania:

> “Sappiate che d’ora in poi il silenzio non vi è più consentito né come imbonitori, né come politici, né come uomini.”

Parole sante, oggi sepolte sotto tonnellate di ipocrisia e posti di governo.
E ora, ironia della sorte, Occhiuto — il paladino della purezza berlusconiana — è alleato proprio di quella Padania che fino a ieri gridava “Silvio mafioso!”.
Un matrimonio politico celebrato sull’altare dell’opportunismo, con tanto di testimoni e di memoria corta.

E così, oggi, si scrive un’altra “pagina di giustizia”. Solo che, come spesso accade, la giustizia in Italia non è cieca: ha solo gli occhi bendati per non vedere chi comanda.

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