MANGIAPANEATRADIMÈNTU CALABRESI: MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE, CAMBIA SOLO IL POSTO A TAVOLA MA NON LO STIPENDIO
Quando la politica calabrese si paga da sola, con i soldi nostri...
Ecco perché la gente ha le palle piene e non va più a votare.
Perché tanto, sia di qua che di là, è sempre la stessa minestra riscaldata. Solo che in Calabria la minestra è fredda, indigesta e costa pure undicimila euro al mese.
Già, perché un consigliere regionale calabrese – che sia di maggioranza o d’opposizione – si porta a casa più o meno 11.000 euro lordi al mese, che in tasca fanno tra i 6.500 e i 7.000 euro netti, più rimborsi, indennità, portaborse, autista e un’agenda che manco quella di un rappresentante della Folletto.
Oltre 200 mila euro l’anno per un presidente di regione parassita che in quattro anni non è riuscito a combinare un cazzo. E poco meno per assessori, portaborse e delegati — una corte di mantenuti pubblici.
Uno scandalo. Un delitto contro i cittadini che, tra bollette, mutuo e spesa, a fine mese mangiano ansia e respirano debiti.
Altro che stipendi da nababbi: questi signori dovrebbero guadagnare poco più di un operaio specializzato, uno che si spacca la schiena dalla mattina alla sera e fa andare avanti la Calabria per davvero. E se proprio vogliamo dargli un “bonus”, che sia a risultato: chi migliora la regione, prende il premio. Chi invece parla, dorme e firma delibere-fotocopia, torni a lavorare.
Ma forse è proprio quello che li spaventa di più.
Nel frattempo, i calabresi veri — quelli che lavorano, che si spaccano la schiena, che fanno girare l’economia con la forza del sacrificio — arrivano a fine mese tra mutui, bollette, kitemmù e madonne in tasca.
E allora, di che parliamo?
Di “missione istituzionale”? Di “servizio ai cittadini”? Ma dove?
Qui l’unico servizio è quello che ci fanno ogni cinque anni: promesse in HD, risultati in bianco e nero.
La verità è che, in Calabria, il lavoro più redditizio è la politica.
Non serve fatica, non serve genio, non serve neppure riuscire a cambiare le cose. Ti basta una sedia, una faccia di cazzo e un microfono quando arrivano le telecamere.
E così succede che, mentre i calabresi emigrano, si arrangiano e si inventano la vita, i nostri “rappresentanti” si rappresentano da soli: stipendi d’oro, vitalizi, rimborsi e zero risultati.
Perché, diciamocelo senza "pili 'ncapu a lingua": votare oggi non significa altro che rendersi complici di questi "mangiapaneatradimèntu", di questi papponi che, una volta accomodati... sono il ritratto reale di quel detto calabrese: "l'abbùttu un crìda aru dijùnu" - il sazio non crede a chi ha fame.
E allora, maggioranza e opposizione:
“Scarta frusciu e pigghji primera.”
Tutti uguali, tutti sazi, tutti innocenti.
Solo che il conto, come sempre, lo paghiamo noi.
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