OCCHIÙ E LA LAVATRICE DEL CONSENSO

Occhiuto dice chiaramente che si è dimesso perché «molti non firmavano più nulla» dopo l’avviso di garanzia: non un atto di coscienza, ma la fotografia di un clima di paura tra chi gli stava accanto. Non è un dettaglio tecnico: è la confessione di un sistema che si regge — quando va bene — su accordi e firme che diventano impegni politici e pratici. Il video è lì, non è fantasia. 

E qui scatta il corto circuito: gli stessi che si rifiutavano di firmare per “paura” oggi si ricandidano con lui, sorridono nei manifesti e chiedono il voto come se nulla fosse. È la mossa più semplice e più cinica della politica moderna: se prima non firmavo per non bruciarmi, dopo il voto firmo perché il voto mi dà “legittimazione”. Traduzione: i sospetti diventano mandato popolare, la prudenza diventa mandato a fare danni. Non è una promessa di governo — è una patente di impunità firmata alla luce del sole. 

Questo ragionamento politico è semplice e terribile: la legittimazione elettorale non cancella i conflitti d’interesse, non ripara i guasti e non rimedia ai danni fatti. Li istituzionalizza. Le delibere che prima nessuno voleva firmare per paura, domani potrebbero diventare atti amministrativi eseguiti con orgoglio da chi scopre che il consenso popolare è una scialuppa di salvataggio — per loro, non per la Calabria.

E qui entriamo nel secondo pezzo del puzzle: la Calabria è una terra che vive di tradizione, ospitalità, senso di comunità — valori che la rendono fragile di fronte a ideologie che la vedono come terreno di conquista. Farla “invadere” dalla Lega — un movimento che ha fatto della retorica anti-immigrati, del maschilismo e dell’autoritarismo una bandiera — equivale a consegnare la casa ai ladri con le porte spalancate. Non è solo retorica: la politica delle destre nazionali sulla guerra e sulle alleanze internazionali mostra una predisposizione ad assecondare linee belliciste e reazionarie che non sono affatto neutrali rispetto alla convivenza civile. (vedi prese di posizione e campagne recenti). 

L’autonomia differenziata è l’arma finale di questa spartizione: promette efficienza, ma consegna risorse — e quindi diritti — a chi già ne ha. Per il Sud e per la Calabria significa rischio concreto di essere lasciati in mutande: sanità, scuola, trasporti, servizi sociali ridotti a livello “chi può se li tenga”. Non è un’ipotesi catastrofista: è quello che denunciano sindacati, associazioni e analisti politici da mesi. L’autonomia, così com’è messa sul tavolo, è una manna per chi vuole regionalizzare le diseguaglianze. 

Quindi: cosa sta succedendo davvero?

1. Hai un presidente che si dimette perché chi gli sta vicino — assessori, dirigenti — non vuole firmare per paura di inchieste: segnale di un’istituzione minata dall’interno. 

2. Quegli stessi uomini tornano a fare campagna elettorale al suo fianco, giocando la carta della “legittimazione popolare” come un colpo d’orgoglio, non come un atto di responsabilità. 

3. In parallelo, c’è la spinta verso l’autonomia differenziata che rischia di trasformare la vittoria elettorale in un certificato per smantellare servizi essenziali — cioè la condanna a morte civica della regione. 

È logica politica. E la logica è semplice e brutale: chi ha paura di firmare oggi, firmerà per interesse domani; chi non vuole essere sotto i riflettori ora, cerca la luce del consenso per sbiancare le proprie ombre dopo. Il risultato? Un’operazione di normalizzazione politica che svende il futuro della Calabria per conservare il presente di pochi.

A chi come Occhiuto dice “ma è la democrazia, i calabresi decideranno”: certo, la democrazia è sovrana. Ma la democrazia informata è altro: significa che i cittadini devono conoscere la storia, i retroscena, gli interessi. Se il voto diventa una lavatrice per rendere pulita l’impunità, allora non stiamo esercitando democrazia: stiamo recitando una farsa.

Concludo con una domanda che non è retorica: vogliamo lasciare la nostra terra in mano a chi l’ha trattata come bancomat? Vogliamo regalare la nostra ospitalità e la nostra tradizione a chi, con l’autonomia differenziata e la retorica leghista, vuole trasformare la Calabria in un laboratorio di disuguaglianze? Se la risposta è no, l’unico modo è rompere quella scialuppa dell’impunità con informazione, inchiesta e voto consapevole.

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