SANITÀ CALABRIA: L'EMERGENZA IN EMERGENZA. QUANDO RISANARE NON CONVIENE A NESSUNO...

"U pisce puzza sempre d'a capu" si dice in Calabria. I soldi ci sono, le soluzioni pure... ma quel poco che si è fatto, molto rimane sulla carta. Perché? 

Forse perché risanare e far funzionare non va a braccetto con la convenienza!

E allora... benvenuti 'nta Calabria!

Ogni volta che scoppia il caos al pronto soccorso di Cosenza o in qualunque altra parte del territorio calabrese, sembra un déjà-vu. Stesso copione, stessi protagonisti, stessi pazienti dimenticati sulle barelle. Solo che ogni volta peggiora.

Fuori ci sono le ambulanze parcheggiate in fila come al casello di Salerno, dentro un’umanità stipata come sardine in scadenza. E gli operatori? Eroi precari che lavorano con turni disumani, mezzi rotti e una direzione sanitaria che per affrontare le emergenze convoca… riunioni.

Sui social volano le madonne più che le barelle: cittadini furiosi, infermieri, medici, oss, soccorritori esasperati, pazienti che raccontano attese di 10 ore “solo per essere guardati in faccia”. E la politica che fa? Pubblica comunicati come se bastasse un hashtag per curare l’infezione cronica chiamata “Sanità Calabrese”.

Occhiuto, ora ex commissario ma presidente rieletto, continua a promettere riforme, assunzioni... e quello che poteva fare e non ha fatto in 4 anni di gestione della sanità. Nel frattempo, però, 13 ambulanze ferme e 7 codici rossi in attesa restano la radiografia più chiara di un sistema morto, rianimato solo con propaganda.

La verità è semplice (e dolorosa): il pronto soccorso di Cosenza scoppia perché tutta la filiera sanitaria è collassata. Reparti pieni, mancanza di personale, zero rete territoriale, nessun filtro, ospedali chiusi o ridotti a gusci vuoti. Risultato? Tutto confluisce lì, in quell’unico imbuto, dove la Calabria finisce per curarsi da sola — tra rabbia e rassegnazione.

E mentre i cittadini gridano online la loro frustrazione, la Regione risponde con la solita diagnosi: “criticità temporanea”. Temporanea come la crisi di nervi di chi aspetta 8 ore per un mal di pancia… e si ritrova un’ulcera.

Ogni volta che il Pronto Soccorso di Cosenza esplode, non è una notizia. È la replica quotidiana di una serie infinita chiamata “Aspettando il medico (che non c’è)”.

Stesso scenario ogni volta: ambulanze ferme, codici rossi in attesa, infermieri sfiniti, pazienti disperati e dirigenti sanitari che — tra una nota stampa e un caffè — assicurano che “la situazione è sotto controllo”. Certo, come il Titanic lo era prima dell’iceberg.

Sui social è un’orgia di rabbia:

> “Mia madre 8 ore su una barella, manco un bicchiere d’acqua!”

> “Nel corridoio c’era più gente che a un concerto di Jovanotti!”

> “Ma se questo è il pronto soccorso, com’è quello lento?”

A nulla servono anche gli appelli di quella parte della politica preoccupata, che deve anch'essa dare risposte ai cittadini. Come l'appello di ieri del sindaco di Cosenza, Franz Caruso: “La situazione è drammatica – sottolinea – e mette a rischio la salute dei cittadini, mentre il personale sanitario è sottoposto a uno stress insostenibile”.

E non è la prima volta...

La gente urla, fotografa, denuncia. Ma la musica non cambia.

Perché in Calabria, la sanità non è un sistema, è una catena alimentare: i cittadini vengono sbranati da anni di incuria, e i burocrati ingrassano a colpi di determine e incarichi “a tempo determinato (e molto conveniente)”.

E Occhiuto?

Oh, Occhiuto è intervenuto, sì.

Ha fatto ciò che poteva, ha acceso processi, avviato percorsi, promesso rinascite.

Ma tutto o quasi, rigorosamente, è rimasto nel limbo.

Quel limbo dove si parcheggiano le buone intenzioni insieme alle ambulanze ferme.

Lì dentro regnano sovrani:

> la buttocrazia, arte calabrese del rimbalzo di responsabilità (“non è competenza mia”);

> i burocrati indolenti, esperti in meeting, mai in soluzioni;

> e i rapporti clientelari, da “ungere e mantenere” perché, si sa, senza olio, le elezioni non si vincono.

Risultato? Percorsi avviati e mai conclusi, assunzioni annunciate e poi evaporate, concorsi truccati più del Festival di Sanremo, e soldi buttati come secchiate d’acqua su un incendio di benzina.

Nel frattempo, chi potrebbe dare linfa nei reparti in emergenza — medici, infermieri, tecnici — viene imboscato negli uffici o nelle direzioni, dove il rischio di stress da tastiera è l’unica emergenza.

La sanità calabrese non è in crisi.

È in coma farmacologico, mantenuta in vita solo da propaganda e miracoli quotidiani di pochi operatori che ancora credono nel giuramento di Ippocrate, e non in quello di Occhiuto.

La Calabria non ha bisogno di altri commissari, tavoli tecnici o piani di rientro.

Ha bisogno di rientrare in se stessa, guardarsi allo specchio e ammettere che il problema non è racchiuso né nella propaganda, né nella frase: "Occhiuto in 4 anni ha fatto molto più che in 40".

Il problema è qui: nei corridoi, nei silenzi, nelle firme che non arrivano e nelle poltrone che non si muovono.

I Pronto Soccorso non scoppiano per caso.

Scoppiano perché sono gli unici posti dove il sistema sanitario calabrese incontra la realtà.

E quando la realtà arriva in codice rosso… non c’è propaganda che tenga.

🚨 “AMBULANZE TASSÌ, GUARDIE MEDICHE SCARICA-BARILE E CLINICHE PRIVATIZZATE: LA FILIERA DEL DISASTRO”

Quando tutti mandano al pronto soccorso, il pronto soccorso implode.

Diciamolo chiaramente: il problema del pronto soccorso di Cosenza non nasce dentro l’ospedale.

Nè è colpa degli operatori.

Nasce prima, nei filtri che non filtrano, nei medici di base che non rispondono, e nelle guardie mediche che scaricano tutto sull'Annunziata come se fosse un magazzino Amazon della disperazione.

> “Vai al pronto soccorso.”

È diventata la frase più pronunciata in Calabria dopo “ti richiamo dopo” (che non succede mai). Un mantra...

E mentre i cittadini si riversano tutti lì, ci si mettono anche le cliniche private, che pure hanno ambulanze convenzionate, ma preferiscono chiamare il 118 per risparmiare soldi, tanto poi il paziente lo si “parcheggia” in ospedale... e il posto letto lo si occupa in un "click". 

Brillante, no? Scarichi la spesa pubblica sul pubblico, e ti tieni il privato lucido e remunerativo.

E guai far morire un paziente in clinica. Meglio farlo trasportare col 118 e farlo morire in ospedale... perché altrimenti alla clinica gli si abbassa la diaria.

Le ambulanze, intanto, partono anche per un’unghia incarnita. Perché nessuno filtra, e perché “tanto è gratis”.

Risultato? I mezzi di soccorso fanno più giri di un rider "Deliveroo" in agosto, e quando serve davvero un intervento urgente, i codici rossi restano in coda dietro ai mal di pancia.

Qualcuno prova a dirlo chiaramente:l

> “Finché non ci sarà un ticket per l’ambulanza, continueranno a usarle come taxi.”

E non ha torto.

Perché dietro il caos c’è l’abuso del sistema, certo — ma anche l’abbandono strutturale.

L’infermiere a bordo, oggi, non ha potere d’atto medico, nonostante ne abbia le competenze, la professionalità e l'esperienza. Nonostante sia in ospedale, sia sulle ambulanze possiamo vantare personale infermieristico di alto profilo.

Come anche i soccorritori. Formati, professionali, ma senza tutele, senza convenzioni... 

E non lo diciamo a caso...

Fatto sta che non può decidere, non può intervenire come dovrebbe.

Anche perché le Centrali (o Sale Operative, che dir si voglia) sono state trasformate in centralini più che in guide al Soccorso da remoto.

E così gli operatori rimangono lì, a metà tra l’angelo custode e lo spettatore, schiacciati da protocolli scritti (o inesistenti) da chi in ambulanza non ci è mai salito o non ricorda come si fa.

Il risultato è questo:

un sistema che non decide, non filtra, non cura, ma si scarica addosso la colpa come in una catena di montaggio della vergogna.

Occhiuto o no, commissari o meno, se tutto il sistema a monte scarica a valle, il pronto soccorso continueranno a scoppiare.

Perché se l’emergenza diventa la routine, allora non c’è più soccorso, ma solo sopravvivenza.

Commenti

Anonimo ha detto…
Da infermiere 118 devo dire che è la pura verità su tutto e dico tutto, anzi c'è ne sarebbe da dire ancora

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