DISSING ALLA CALABRESE: MENO POLITICA, PIÙ CANTINA E BIFARELLA
DISSING ALLA CALABRESE: MENO POLITICA, PIÙ CANTINA E BIFARELLA
Una volta la politica litigava sulle idee. Oggi litiga sugli aggettivi. Benvenuti in Calabria, dove un innocente "sfigati" è riuscito a monopolizzare il dibattito pubblico molto più di liste d'attesa, bilanci, ospedali, strade, trasporti e tutto quel fastidioso contorno che qualcuno continua ostinatamente a chiamare "problemi dei cittadini".
Tutto nasce quando il presidente Roberto Occhiuto decide di archiviare il tradizionale politichese e di scendere direttamente al livello del tavolo di briscola del bar del paese. Agli avversari rifila un sonoro "sfigati" e, nel giro di pochi minuti, la politica calabrese si trasforma nella finale mondiale del torneo "Chi se l'è presa di più".
Dall'altra parte Elisa Scutellà raccoglie il guanto della sfida e replica indignata, denunciando il decadimento del linguaggio istituzionale. Giusto, legittimo, comprensibile. Peccato che, nel frattempo, la Calabria continui a chiedersi se qualcuno abbia ancora voglia di discutere di sanità, sviluppo, lavoro e servizi, oppure se ormai l'agenda regionale sia stata definitivamente sostituita dal campionato di dissing.
A quel punto il dibattito prende la piega che ogni calabrese conosce fin troppo bene. Nessuno ascolta più nessuno. Ognuno parla per la propria curva. I comunicati stampa si moltiplicano più velocemente dei funghi dopo un temporale, le dirette Facebook diventano più frequenti delle sedute del Consiglio regionale e ogni frase viene trattata come se fosse la scoperta della penicillina. In realtà somiglia molto di più a una discussione davanti a una damigiana di vino, con la sola differenza che in cantina, almeno dopo il secondo bicchiere, qualcuno una risata se la fa davvero.
Ed ecco comparire sulla scena anche Francesco De Cicco, che irrompe nel dibattito con l'entusiasmo di chi non vuole assolutamente perdere il treno della polemica del giorno. C'è chi lo descrive come "l'assessore del popolo", chi invece ironizza sostenendo che, vista la stazza del personaggio, il popolo se lo sia mangiato. E ora sembri soprattutto un instancabile candidato al premio "Presenza Fissa". Del resto, nella politica moderna la visibilità è diventata una disciplina olimpica: c'è chi corre i cento metri e chi corre verso la telecamera appena vede accendersi una luce rossa.
Così, mentre Occhiuto distribuisce "sfigati", l'opposizione distribuisce indignazione e De Cicco distribuisce dichiarazioni, il cittadino medio continua a distribuire numeretti al CUP sperando che, prima o poi, arrivi il suo turno. È forse l'unico protagonista di questa storia che non ha il tempo di partecipare al dibattito, perché è impegnato a rincorrere una visita specialistica, un autobus puntuale o semplicemente una risposta da qualche ufficio pubblico.
La scena, a guardarla bene, assomiglia sempre meno a Palazzo Campanella e sempre più a una vecchia cantina calabrese. C'è il tavolo di legno, c'è la foto di "BIFARELLA" appesa, c'è il vino rosso nel quartino e ci sono tre amici che discutono animatamente su chi abbia ragione. Dopo mezz'ora nessuno ricorda più il motivo della lite, ma tutti continuano a parlare contemporaneamente. Manca soltanto il compare anziano che, dopo aver ascoltato cinque minuti di discussione, si alza, sistema la coppola e sentenzia: "Uagliù... ma vi siti mbriacati senza mancu cuminciare a viviri?"
La politica regionale sembra ormai aver scoperto che una parola colorita genera più visualizzazioni di una delibera e che una polemica vale più di una soluzione. È il trionfo del reel sulla realtà, del titolo sul contenuto, della replica sulla proposta. Tutti recitano la parte dei vincitori, ma il pubblico continua ad avere la sensazione di assistere a una partita in cui il tabellone segna zero a zero e l'unico spettacolo è quello sugli spalti.
Forse il vero problema non è stabilire chi abbia dato dello "sfigato" a chi. Forse il vero problema è che, mentre la politica si diverte a giocare al karaoke delle offese, la Calabria continua a cantare sempre la stessa canzone: quella delle occasioni perdute. E allora viene quasi da pensare che la prossima seduta del Consiglio regionale potrebbe tranquillamente svolgersi dentro una cantina, con un tagliere di soppressata, due forme di pecorino, qualche bicchiere di Cirò e un arbitro incaricato di stabilire chi ha pronunciato per primo la parola proibita.
Tanto, a giudicare dal livello del dibattito, nessuno noterebbe la differenza. Anzi, forse il vino riuscirebbe perfino a migliorare la qualità della discussione.
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