BOLOGNA, CASO FAKIR: ABBIAMO FALLITO TUTTI!
ABBIAMO FALLITO TUTTI
Abderrahim Fakir è morto gridando una parola che conosciamo tutti. "Aiuto".
Non "libertà". Non "giustizia". Non "lasciatemi andare".
Aiuto.
La parola che un bambino pronuncia quando ha paura. La stessa che pronuncia un anziano quando cade. La stessa che un medico, un infermiere, un poliziotto, un vigile del fuoco o un semplice passante dovrebbe riconoscere prima ancora di ascoltarla.
E invece no.
L'Italia del 2026 è riuscita nel suo capolavoro più miserabile: trasformare perfino un grido di aiuto in una questione politica.
Per qualcuno Abderrahim Fakir era già colpevole. Per qualcun altro era già un martire. Per altri ancora soltanto l'occasione perfetta per qualche migliaio di like sui social o per l'ennesimo comunicato politico.
Lui, nel frattempo, era già morto.
Morto mentre la politica si preparava a salire sul suo cadavere con gli anfibi della propaganda.
Da una parte ci sono quelli del "se l'è cercata". Quelli del "uno in meno". Quelli che pensano che la dignità umana sia un privilegio concesso soltanto ai santi e che il diritto ad essere soccorsi dipenda dal certificato penale.
Dall'altra ci sono quelli che hanno già emesso sentenze senza attendere un solo risultato investigativo.
Poi ci sono i professionisti dell'indignazione permanente. Quelli che riescono a trasformare ogni tragedia in un derby da curva sud. Fascisti contro comunisti. Polizia contro cittadini. Destra contro sinistra. Buoni contro cattivi.
L'unico grande sconfitto? L'essere umano.
Abbiamo fallito tutti.
Ha fallito una politica che soffia sul fuoco quando dovrebbe spegnerlo.
Ha fallito uno Stato che da anni risparmia sulla sanità dell'emergenza trasformando troppo spesso il soccorso in una lotteria geografica.
Ha fallito chi ha dimenticato che dietro una divisa c'è un uomo. E chi ha dimenticato che dietro un uomo ammanettato continua ad esserci un essere umano.
Ha fallito chi ride davanti alla morte di qualcuno soltanto perché non gli somiglia abbastanza.
E ha fallito anche una parte di noi.
Perché il problema non è più quello che è successo a Bologna. Il problema è quello che siamo diventati noi.
Siamo diventati un popolo che prima di chiedersi "sta morendo?" si domanda "da che parte sta?".
Prima di prestare soccorso vuole conoscere il colore della pelle, l'orientamento politico o il mestiere della vittima.
Prima di indignarsi vuole sapere se conviene farlo.
E così un uomo che urla "aiuto" diventa un hashtag.
Un giornalista colpito durante una manifestazione diventa una statistica.
Le forze dell'ordine diventano un partito politico.
I sanitari diventano un bersaglio.
La morte diventa propaganda.
Che schifo.
La magistratura farà il suo lavoro. Stabilirà se qualcuno ha sbagliato, chi ha sbagliato e quanto ha sbagliato. Ed è giusto che sia così.
Ma esiste una sentenza che possiamo emettere già oggi.
È la nostra.
Siamo colpevoli di aver disumanizzato tutto. Anche il dolore. Anche la morte. Anche un disperato "aiuto".
Abderrahim Fakir non è soltanto un nome che riempirà per qualche giorno i telegiornali. È lo specchio nel quale l'Italia dovrebbe trovare il coraggio di guardarsi.
E l'immagine riflessa non è bella.
Non ha il volto della destra o della sinistra. Non porta una divisa né un camice bianco.
Ha semplicemente il nostro volto.
Ed è forse questa la notizia più terribile di tutte.
Perché ad essere morto a Bologna non è stato soltanto un uomo.
È morto un altro piccolo pezzo della nostra umanità.
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