BUONA PENSIONE, O SCIÀ!

GLI EROI NON FANNO RUMORE. VOLANO. E POI, IN SILENZIO, SCENDONO.

Beh, pure.

Ma non solo con questi presupposti il dottor Pasquale Gagliardi avrebbe voluto andare in pensione.


Sì, certo. La stima, l'affetto, la vicinanza di colleghi, pazienti, amici e conoscenti fanno piacere. Eccome.

Ma "O Scià" avrebbe preferito lasciare un elisoccorso ancora più vicino a quello che lui stesso aveva contribuito a costruire: un servizio d'eccellenza, rigoroso, destinato alle vere emergenze, capace di fare la differenza tra la vita e la morte.

Perché Pasquale Gagliardi non è stato semplicemente un medico che saliva su un elicottero. È stato uno dei pionieri dell'elisoccorso calabrese. Quando il servizio muoveva i primi passi negli anni Novanta, fu tra coloro che ne organizzarono la sperimentazione, la pianificazione e l'avvio operativo, contribuendo a modellarlo sulle difficoltà geografiche della Calabria. Nel corso di quasi trent'anni ha promosso l'apertura di nuove piazzole, ha lavorato perché arrivassero gli atterraggi notturni, ha introdotto innovazioni come il progetto EcoFAST per eseguire ecografie direttamente in volo e ha sempre sostenuto che ogni minuto guadagnato equivale a una possibilità di vita in più.

Ha raccontato centinaia di missioni. Bambini rianimati sull'asfalto, vittime di incidenti, pazienti recuperati in luoghi impossibili. Tra gli interventi che gli sono rimasti cuciti addosso c'è quello del piccolo investito a Santa Maria del Cedro, salvato al suo primo intervento in elisoccorso e ritrovato, anni dopo, alla comunione, alla cresima e perfino al matrimonio. Oppure la tragedia della piena del torrente Raganello, quando fu tra i primi a raggiungere il luogo del disastro e contribuì a salvare la piccola Chiara con una delicatissima manovra in hovering, sospesi nel vuoto pur di strapparla alla morte.

Negli anni non sono mancati gli elogi pubblici. Anche esponenti delle istituzioni regionali, compresi i fratelli Occhiuto in diverse occasioni pubbliche, hanno espresso apprezzamento per il suo lavoro e per quello dell'elisoccorso nei grandi interventi di emergenza. Si è parlato anche della volontà di tributargli un riconoscimento per una carriera straordinaria. 


Alla fine, però, come spesso accade da queste parti, il rumore degli applausi è durato meno del rumore delle pale dell'elicottero. Mentre i comunicati passano, chi ha passato una vita a salvare persone resta con la propria coscienza. Pulita. 

E forse è proprio questa la medaglia più pesante...e più bella! 

Negli ultimi anni Gagliardi non ha nascosto la sua amarezza. Ha denunciato che l'elisoccorso rischia di essere trasformato in un "taxi sanitario", impiegato sempre più spesso per casi che dovrebbero essere gestiti dalle ambulanze medicalizzate, con un aumento dei costi e dei rischi per gli equipaggi e con il pericolo di sottrarre il mezzo alle vere emergenze. Parole scomode, dette da chi quel servizio lo conosce dall'interno e lo ha visto nascere, crescere e, secondo lui, perdere progressivamente la propria identità.

E poi c'era il Pasquale Gagliardi che non troverete in nessun curriculum.

Quello che, durante i soccorsi, non faceva mai pesare il camice, il ruolo o l'esperienza. Stava con tutti. Umile con gli umili. Un esempio per le centinaia di volontari del soccorso che, nel corso degli anni, hanno avuto la fortuna di lavorare al suo fianco. Non impartiva lezioni dall'alto: insegnava facendo. Con uno sguardo, una parola, un gesto. Sempre disponibile, sempre rispettoso di chi, magari senza uno stipendio, metteva il proprio tempo al servizio degli altri.


E quando la missione finiva, quando l'adrenalina lasciava spazio al respiro, arrivava quasi sempre la stessa frase, diventata ormai un piccolo rito: "Guagliù, jàmu ni pigliàmu nu café aru Bronx. Offro io, pecchì siti stati bravi!"

Era il suo modo di dire grazie. Di stringere una mano invece di fare un discorso. Di ricordare a tutti che un equipaggio non è fatto di gradi, ma di persone.

Forse è anche per questo che oggi gli vogliono bene in così tanti. Perché le vite salvate sono impossibili da contare. Ma il rispetto conquistato, quello sì, lo si legge negli occhi di chi ha volato con lui, ha corso con lui e, semplicemente, ha avuto il privilegio di chiamarlo: "O Scià". 

Lo sappiamo già. Pasquale Gagliardi probabilmente non sarà d'accordo con questo articolo. Magari ci manderà pure a quel paese.

Ma va benissimo così.

Perché un suo vaffanculo, pronunciato con l'onestà di chi ha trascorso trent'anni sospeso tra cielo e terra per salvare sconosciuti, vale molto più di cento complimenti di circostanza.

Buona pensione, Doc.

E grazie. Davvero.

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