CASO FAKIR: GIÙ LE MANI DAI VOLONTARI DEL 118
CASO FAKIR: GIÙ LE MANI DAI VOLONTARI DEL 118. SONO LORO A TENERE IN PIEDI UN SISTEMA CHE ALTRIMENTI CROLLEREBBE.
C'è qualcosa di osceno che si ripete puntualmente in questo Paese. Ogni volta che qualcosa non funziona, si cerca il colpevole più facile. Quello che non ha un ufficio stampa. Quello che non siede dietro una scrivania. Quello che, magari, quella sera era lì per dare una mano agli altri mentre tutti noi eravamo seduti comodamente sul divano.
Nel caso Fakir, il bersaglio sono diventati i volontari del 118.
Troppo facile. Troppo comodo. Troppo ingiusto.
E allora diciamolo una volta per tutte: GIÙ LE MANI DAI VOLONTARI DEL SOCCORSO.
Perché senza di loro il sistema dell'emergenza-urgenza italiana collasserebbe nel giro di quarantotto ore. Questa non è retorica. È una verità che chiunque lavori nel 118 conosce benissimo.
In una sanità sempre più allo sbando, fatta di carenze di personale, turni massacranti, medici che non si trovano e mezzi che spesso si rincorrono da un'emergenza all'altra, i volontari rappresentano il coniglio nel cilindro che permette al sistema di continuare a funzionare.
Sono loro a riempire i vuoti lasciati da decenni di scelte scellerate.
Sono loro a partire alle tre di notte per un codice rosso.
Sono loro che trascorrono Natale, Pasqua e Ferragosto su un'ambulanza.
Sono loro che arrivano nelle nostre case quando il tempo sembra essersi fermato.
E qualcuno ha il coraggio di definirli degli incompetenti?
I volontari del 118 vengono continuamente formati. Studiano, si addestrano, fanno simulazioni operative e maturano un'esperienza sul campo che, talvolta, persino alcuni professionisti sanitari con minore esperienza territoriale non hanno avuto occasione di sviluppare. Esperienza che, naturalmente, non sostituisce le competenze mediche e infermieristiche, ma che costituisce una risorsa essenziale per il soccorso preospedaliero.
Sono gli esperti di quel piccolo ospedale su quattro ruote che si chiama ambulanza.
Conoscono i presidi da utilizzare. Gestiscono il paziente traumatizzato e politraumatizzato secondo i protocolli operativi. Immobilizzano correttamente un arto o una colonna vertebrale quando necessario. Rilevano i parametri vitali, praticano le manovre di rianimazione cardiopolmonare, utilizzano il defibrillatore quando previsto dalla loro formazione e preparano il paziente affinché possa ricevere nel più breve tempo possibile le cure avanzate necessarie. In numerose realtà operative collaborano anche all'esecuzione dell'elettrocardiogramma secondo protocolli e competenze locali. Ogni minuto guadagnato può significare una vita salvata.
Vi sembra poco?
I volontari vengono inviati nei codici verdi. Nei codici gialli. E persino nei codici rossi. Perché chi coordina il sistema sa benissimo che sono perfettamente in grado di svolgere ciò che compete al loro ruolo operativo.
Molto spesso sono proprio loro a fare la differenza tra la vita e la morte di un paziente.
E veniamo al caso Fakir.
Abbiamo visto tutti quei video, quelle foto. Abbiamo visto quei ragazzi arrivare tempestivamente sul posto. Abbiamo visto che non c'era alcun medico. Non abbiamo visto alcuna indicazione sanitaria evidente impartita sul posto. E abbiamo visto dei volontari rimasti nel mezzo di una situazione drammatica, complessa e delicatissima.
La domanda è semplicissima: cosa avrebbero dovuto fare?
Dire ai poliziotti di fermarsi?
Prendere il paziente con la forza e caricarlo in ambulanza?
Somministrargli farmaci che non possono somministrare?
Inventarsi medici, infermieri e coordinatori della Centrale Operativa nello stesso momento?
L'agitazione psicomotoria non è uno spettacolo da guardare su Facebook con il telecomando in mano. È una delle condizioni più complesse e pericolose che possano presentarsi nell'emergenza territoriale. Può rendere difficoltosa persino la rilevazione dei parametri vitali. Può esporre a rischi il paziente e chi presta soccorso. In alcuni casi richiede il contenimento fisico appropriato e sicuro del paziente e, quando indicato, l'intervento del personale sanitario per le successive cure.
Questa è la realtà operativa del 118. Non quella raccontata dagli esperti dell'ultima ora.
I volontari non decidono quali mezzi inviare. Non decidono se far partire un medico o un infermiere. Non decidono quali protocolli attivare. Non decidono neppure di essere lasciati soli.
Loro eseguono.
Se qualcosa non ha funzionato, le domande vanno poste altrove.
Chi ha classificato quell'intervento? Chi ha deciso quali risorse inviare? Chi stava coordinando le operazioni? Chi doveva fornire le indicazioni sanitarie necessarie durante quelle fasi drammatiche?
Saranno le indagini a rispondere.
Una cosa però la sappiamo già.
Quei ragazzi non meritano di essere processati in televisione, sui social o al bar del paese.
Meritano rispetto.
Perché mentre noi discutiamo, loro stanno salendo su un'altra ambulanza. Per andare a soccorrere qualcuno che non conoscono. Magari uno di quelli che oggi li insulta.
E sapete qual è la parte più straordinaria di questa storia?
Che ci andranno lo stesso.
Perché questo fanno i volontari del 118. Da sempre.
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