DR. RUGGIERO, IL PROBLEMA NON SONO I VOLONTARI. IL PROBLEMA È LEI E CHI LI USA COME CAPRO ESPIATORIO
Il volontariato sanitario non è un soprammobile da esibire nelle conferenze stampa, né una toppa da cucire all'ultimo momento su un sistema che perde pezzi da tutte le parti.
È diventato, piaccia o no, una delle colonne portanti dell'emergenza urgenza italiana. E proprio per questo è arrivato il momento di dire una cosa scomoda: il volontariato non può essere utilizzato per nascondere le responsabilità della politica e delle istituzioni.
Facciamo un esercizio di realtà. Domani mattina migliaia di volontari decidono di fermarsi. Non per sciopero. Non per ripicca. Semplicemente perché sono stanchi. Perché hanno una famiglia che li aspetta a casa. Perché la benzina costa. Perché lavorano otto ore, per poi trascorrerne altre dodici in ambulanza. Perché non possono continuare a pagare di tasca propria ciò che dovrebbe essere garantito dallo Stato.
Cosa accadrebbe?
Accadrebbe che il castello di carte crollerebbe nel giro di poche ore. Il dottore in questione lo sa molto bene, visto che fa parte proprio di quel sistema che sfrutta il volontariato per reggersi in piedi.
Il 112 squillerebbe senza sosta. Le centrali operative farebbero i salti mortali. Le ambulanze disponibili non basterebbero più. E qualcuno, dall'altra parte del telefono, sarebbe costretto a pronunciare la frase che nessuno vorrebbe mai sentire:
"Mi dispiace signore, il primo equipaggio disponibile arriverà tra circa sessanta minuti."
Sessanta minuti.
Sessanta interminabili minuti quando tuo padre non respira. Sessanta minuti quando tua moglie ha un'emorragia. Sessanta minuti quando tuo figlio è riverso sull'asfalto dopo un incidente stradale. Sessanta minuti possono essere un'eternità. Possono significare un infarto che diventa arresto cardiaco, un ictus che lascia una persona invalida per tutta la vita o una vita che semplicemente si spegne aspettando che qualcuno riesca ad arrivare.
Eppure siamo diventati bravissimi in un esercizio assai italiano: ricordarci dei volontari soltanto quando servono.
Li celebriamo con le targhe commemorative, con le strette di mano davanti ai fotografi, con i post sui social pieni di cuoricini e ringraziamenti istituzionali. Poi, il giorno dopo, tornano ad essere invisibili. Invisibili quando devono pagare di tasca propria un panino durante un turno di sedici ore. Invisibili quando trascorrono il Natale in ambulanza. Invisibili quando vengono insultati perché l'ambulanza è arrivata dopo venti minuti, dimenticando che magari era impegnata a salvare la vita di qualcun altro.
C'è poi un altro aspetto che qualcuno dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Il volontariato sanitario non può diventare l'alibi dietro il quale nascondere il fallimento della programmazione sanitaria. Non può essere il coniglio tirato fuori dal cilindro ogni volta che mancano mezzi, personale o risorse economiche. Perché i volontari sono una risorsa straordinaria, non manodopera gratuita con cui sostituire ciò che il sistema non è stato capace di costruire.
Un sistema sanitario moderno deve saper valorizzare il volontariato, non sfruttarne il senso del dovere.
Ed allora il rispetto passa anche dalle parole che utilizziamo. Perché dietro una divisa non ci sono eroi invincibili e neppure santi. Ci sono donne e uomini normalissimi che, mentre noi dormiamo, corrono in codice rosso sotto la pioggia. Persone che hanno paura, che sbagliano, che soffrono e che, nonostante tutto, continuano a rispondere presente quando il telefono squilla.
Forse dovremmo smetterla di considerarli semplicemente "i volontari". Perché quando nostra madre sta male alle tre del mattino non chiamiamo un volontario. Chiamiamo qualcuno che speriamo arrivi in fretta per salvarle la vita.
Quella persona, molto spesso, è proprio uno di loro.
Per questo sostenere il volontariato sanitario non è un favore che facciamo a chi presta servizio. È un dovere che abbiamo verso noi stessi e verso la nostra comunità.
Significa pretendere che venga tutelato, formato, rispettato e messo nelle condizioni di operare in sicurezza. Significa pretendere che non venga utilizzato come una stampella permanente di un sistema che dovrebbe camminare con le proprie gambe.
Perché il giorno in cui quei lampeggianti blu dovessero spegnersi, anche solo per qualche ora, comprenderemmo tutti quanto valgono davvero.
Ma a quel punto sarebbe troppo tardi per ringraziarli.
E c'è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, guardandoci allo specchio: siamo sicuri di meritare tutta questa disponibilità?
Rispettiamo chi si mette in gioco. Senza di loro il sistema non reggerebbe.
E quando un sistema sopravvive grazie al cuore di chi dona il proprio tempo, anziché grazie alla forza delle proprie istituzioni, forse non è il volontariato a dover essere celebrato. È la politica che dovrebbe iniziare a vergognarsi.
E DOVREBBE VERGOGNARSI ANCHE LEI, CARO MANUEL RUGGIERO!
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