DUE PIAZZE. DUE ITALIE. DUE MESSAGGI.
DUE PIAZZE. DUE ITALIE. DUE MESSAGGI.
C'è chi misura il successo contando le persone. E poi c'è chi si chiede quale messaggio quelle persone stiano applaudendo.
In questi giorni Giuseppe Cruciani ha difeso Roberto Vannacci sostenendo che "ovunque va c'è la fila". Probabilmente è vero che Vannacci richiama pubblico. Ma da quando una fila è diventata il certificato di qualità di un'idea?
Anche i grandi populismi della storia riempivano le piazze. Eppure la storia insegna che il numero degli applausi non coincide automaticamente con la bontà di un messaggio.
Poi c'è un'altra piazza.
Quella di Ultimo.
Duecentocinquantamila persone radunate non per ascoltare qualcuno indicare un nemico, ma per condividere musica, emozioni e fragilità. Un artista che parla di disagio, di speranza, di amore, di paure, di sogni e di una generazione che chiede soltanto di essere ascoltata.
Due folle.
Una viene spesso celebrata perché applaude chi divide il mondo tra "noi" e "loro", tra "normali" e "non normali", tra italiani autentici e presunti intrusi.
L'altra canta all'unisono senza chiedere il certificato d'identità, il colore della pelle, l'orientamento sessuale o il cognome di chi ha accanto.
È questa la differenza più grande.
Non il numero delle persone.
Il contenuto del messaggio.
La politica dovrebbe provare a costruire ponti. Quando invece trova consenso alimentando paura, diffidenza e contrapposizione, il rischio è trasformare il malessere sociale in una guerra permanente contro qualcuno.
La rabbia dei cittadini è reale. È figlia di una politica che troppo spesso ha tradito le aspettative. Ma la rabbia non dovrebbe mai diventare il carburante di una narrazione che individua nei più esposti, nelle minoranze o nei "diversi" il bersaglio ideale.
Ed è qui che emerge il paradosso.
C'è chi riempie le piazze offrendo un nemico.
E c'è chi le riempie offrendo una speranza.
Le altre forze politiche dovrebbero comprenderlo una volta per tutte. La risposta al "vannaccismo" non può essere l'imitazione, né l'inseguimento delle provocazioni.
La risposta è riportare il confronto sui temi che cambiano davvero la vita delle persone: lavoro, sanità, scuola, legalità, lotta alle mafie, salari, casa e futuro.
Perché una piazza piena non dice tutto.
Conta soprattutto perché quella piazza si è riempita.
E tra una folla che canta insieme e una folla che cerca qualcuno da indicare con il dito, la differenza non è il numero. È l'idea di Paese che si sceglie di costruire.
Ed è proprio qui che emerge la differenza sostanziale.
Da una parte c'è chi mobilita consenso facendo leva sulla paura, sulla contrapposizione e sulla ricerca di un nemico. Dall'altra c'è chi riesce a riunire centinaia di migliaia di persone attorno a un messaggio di condivisione, emozione e speranza.
Non è soltanto una differenza di linguaggio. È una differenza di visione del Paese.
Ed è una differenza sostanziale che dimostra come esista ancora un'Italia capace di distinguere tra chi alimenta divisioni e chi costruisce comunità. Un'Italia che sa cosa vuole. Che non cerca capri espiatori, ma opportunità. Che non domanda nuovi muri, ma risposte ai problemi reali. Che non misura la forza di un leader dalla capacità di individuare un nemico, ma dalla capacità di offrire un futuro.
Se duecentocinquantamila persone scelgono di ritrovarsi per condividere musica, emozioni e speranza, quel messaggio racconta un Paese molto più di mille slogan urlati da un palco. Racconta che esiste ancora un'Italia che rifiuta la politica della paura e continua a credere che la forza di una nazione non stia nel dividersi, ma nel riconoscersi come una comunità.
Commenti