GLI ITALIANI SONO DAVVERO IL POPOLO PIÙ PECORONE D'EUROPA?

L'ITALIA È IL PAESE PIÙ RASSEGNATO D'EUROPA?

INCHIESTA DI CALABRIA MAGAZINE

QUANDO I NUMERI PRENDONO A SCHIAFFI GLI SLOGAN

"Gli italiani sono un popolo di pecoroni."

È una frase che rimbalza da anni tra bar, social network e discussioni politiche. Fa presa, provoca, raccoglie applausi e insulti in parti uguali. Peccato che non sia dimostrabile.


Nessun istituto statistico europeo ha mai classificato gli italiani come "il popolo più pecorone d'Europa". Nessuna università ha pubblicato uno studio che misuri la "pecoronaggine" di una nazione. Sarebbe impossibile farlo.

Ma esistono dati molto più interessanti.

Perché se una popolazione continua a perdere potere d'acquisto, paga tra le tasse sul lavoro più elevate del continente, affronta prezzi dei carburanti tra i più alti dell'Unione Europea, vede i salari ristagnare da decenni e protesta molto meno di altri Paesi europei, una domanda diventa inevitabile.

Non se sia un popolo di pecore.

Ma quanto sia disposto a sopportare.

E qui la satira si ferma un momento.

Perché iniziano i numeri.


INCISO

"QUESTA INCHIESTA NON CERCA IL POPOLO PIÙ PECORONE D'EUROPA. CERCA QUELLO CHE SOPPORTA DI PIÙ."


L'ITALIA, IL PAESE DOVE LO STIPENDIO INVECCHIA PEGGIO DEL VINO

L'OCSE ha certificato un dato che dovrebbe occupare le prime pagine ogni settimana.

Tra tutte le grandi economie avanzate, l'Italia è quella che ha visto il peggior andamento dei salari reali negli ultimi anni. Dopo l'impennata dell'inflazione, il potere d'acquisto dei lavoratori italiani è diminuito molto più che in Francia, Germania e Spagna e il recupero resta incompleto.

In Francia i salari hanno retto meglio grazie a meccanismi automatici di adeguamento.

In Germania la contrattazione collettiva ha favorito aumenti significativi.

In Spagna il salario minimo è cresciuto di oltre il 60% dal 2018, contribuendo a sostenere i redditi più bassi.

In Italia, invece, milioni di lavoratori hanno semplicemente scoperto che con lo stesso stipendio si compra meno pane, meno carburante, meno dignità.

Non perché lavorino meno.

Perché il sistema economico produce poco valore aggiunto da oltre vent'anni.

L'OCSE e la Commissione europea attribuiscono questa stagnazione a una combinazione di bassa produttività, investimenti insufficienti, lentezza della giustizia civile, complessità burocratica e difficoltà nell'innovazione.

Tradotto.

L'economia corre con il freno a mano tirato.

E chi è seduto dietro paga il pieno.


INCISO

OCSE: L'ITALIA È TRA I PAESI DOVE I SALARI REALI HANNO SOFFERTO MAGGIORMENTE DOPO LA FIAMMATA INFLAZIONISTICA DEL 2022-2024.


CARBURANTI: IL PIENO PIÙ AMARO D'EUROPA

Ogni governo promette di eliminare le accise.

Ogni campagna elettorale le trasforma nel nemico pubblico numero uno.

Poi finiscono le elezioni.

Le accise restano.

L'Italia continua ad avere prezzi dei carburanti tra i più elevati dell'Unione Europea soprattutto per effetto della componente fiscale, che pesa in modo significativo sul prezzo finale pagato dai consumatori.

La conseguenza è semplice.

Quando il petrolio aumenta, gli italiani pagano due volte.

La prima alla pompa . La seconda al supermercato, perché il trasporto di ogni bene costa di più.

In Francia, quando il governo tentò di aumentare la tassazione sui carburanti, nacque il movimento dei Gilet Gialli.

Blocchi stradali.

Manifestazioni.

Scontri.

Retromarcia dell'esecutivo.

In Italia, nella maggior parte dei casi, nasce un hashtag.

Poi il lunedì si torna in fila al distributore.


INCISO

LA DIFFERENZA NON È NEL PREZZO DELLA BENZINA. È NELLA REAZIONE.


LA PRESSIONE FISCALE: QUANDO LO STATO DIVENTA SOCIO DI MAGGIORANZA DEL TUO STIPENDIO

Secondo l'OCSE, l'Italia continua ad avere uno dei cunei fiscali più elevati tra i Paesi industrializzati.

Ciò significa che tra imposte e contributi una quota molto consistente del costo del lavoro finisce allo Stato.

Il paradosso è evidente.

Le imprese spendono molto.

I lavoratori ricevono relativamente poco.

Lo Stato incassa tanto.

Eppure cittadini e imprese continuano a lamentare servizi spesso inferiori rispetto a quelli offerti da molti partner europei.

Il problema non è soltanto quante tasse si pagano.

Ma cosa si riceve in cambio.

Ed è qui che il dibattito diventa esplosivo.


PIL, PRODUTTIVITÀ E LA SINDROME DEL MOTORE IMBALLATO

L'Italia resta una delle principali economie mondiali.

Ma è anche una di quelle cresciute meno negli ultimi vent'anni.

Secondo OCSE, Fondo Monetario Internazionale e Commissione europea, la produttività italiana cresce molto più lentamente rispetto a Francia, Germania e Spagna.

Significa produrre meno ricchezza per ogni ora lavorata.

Significa salari che ristagnano.

Significa investimenti che rallentano.

Significa giovani che emigrano.

Non è un caso se migliaia di laureati italiani continuano a trasferirsi all'estero.

Non cercano il paradiso.

Cercano uno stipendio.


INCISO

SE IL MOTORE PRODUCE MENO POTENZA, PUOI CAMBIARE PILOTA QUANTO VUOI. L'AUTO CONTINUERÀ AD ARRANCARE.


FRANCIA: SI PROTESTA PRIMA.

GERMANIA: SI CONTRATTA.

SPAGNA: SI RIFORMA.

ITALIA: SI COMMENTA.

Naturalmente è una provocazione.

Ma fino a un certo punto.

La Francia possiede una tradizione consolidata di mobilitazione sociale.

La Germania privilegia la contrattazione tra sindacati e imprese.

La Spagna ha varato negli ultimi anni riforme del lavoro e aumenti del salario minimo che hanno modificato il quadro retributivo.

L'Italia eccelle in un'altra disciplina.

Il talk show.

Ogni sera esperti. Opinionisti. Economisti. Politici. Influencer.

Tutti spiegano perché le cose non funzionano.

Il giorno dopo tutto continua come prima.


INCISO

L'ITALIA HA INVENTATO IL DIBATTITO PERMANENTE. PECCATO CHE LE BOLLETTE NON GUARDINO LA TELEVISIONE.


E LA CALABRIA?

Qui la situazione assume tratti quasi surreali.

Una delle regioni con il PIL pro capite più basso dell'Unione Europea continua a perdere giovani, competenze e imprese.

La sanità resta commissariata da anni.

Le infrastrutture avanzano lentamente.

I trasporti continuano a rappresentare uno dei principali ostacoli allo sviluppo.

Eppure ogni campagna elettorale sembra ricominciare da zero.

Ogni promessa appare nuova.

Ogni inaugurazione viene presentata come una rivoluzione.

Ogni nastro tagliato sembra dover cancellare decenni di ritardi.

La Calabria, però, non ha bisogno di effetti speciali.

Ha bisogno di normalità.


IL PROBLEMA NON SONO LE PECORE

Alla fine di questa inchiesta una risposta esiste.

No.

Non ci sono prove che gli italiani siano il popolo più "pecorone" d'Europa.

Ma esistono prove solide che sopportino da anni una combinazione di salari stagnanti, crescita economica debole, pressione fiscale elevata, prezzi energetici importanti e servizi pubblici spesso giudicati insoddisfacenti.

La satira può permettersi una provocazione.

La statistica no.

Ed è proprio la statistica a raccontare che il problema non è l'intelligenza degli italiani.

È la distanza sempre più ampia tra i sacrifici richiesti ai cittadini e i risultati ottenuti dal sistema.

Forse il simbolo nazionale non è la pecora.

È il criceto.

Corre ogni giorno con impegno.

Consuma energia.

Suda.

Si affatica.

Poi alza lo sguardo.

E scopre di essere rimasto esattamente dov'era partito.


QUANDO COMINCEREMO A RIBELLARCI DAVVERO? 

La storia insegna che molti diritti, dalle tutele dei lavoratori alla sanità pubblica, passando per salari migliori e conquiste sociali, non sono piovuti dal cielo. Sono arrivati quando milioni di persone hanno deciso di farsi sentire insieme, attraverso forme di protesta collettiva, scioperi, manifestazioni e mobilitazione civile, fino a ottenere risposte dalla politica.

Un governo democratico ascolta soprattutto quando capisce che un problema non riguarda più pochi cittadini, ma un'intera comunità determinata a chiedere un cambiamento con strumenti pacifici e legittimi.

La domanda, allora, non è se gli italiani abbiano ancora motivo di lamentarsi. I numeri dicono che di motivi ne hanno eccome.

La vera domanda è un'altra.

Quando smetteremo di limitarci alle parole e inizieremo a trasformare il malcontento in partecipazione civica, organizzata, pacifica e determinata?

Perché la rassegnazione non ha mai cambiato la storia. I cittadini, quando si uniscono e fanno sentire la propria voce nel rispetto delle regole democratiche, invece sì.

FONTI

OCSE (Employment Outlook; Taxing Wages; Economic Outlook); Eurostat; Commissione Europea (Country Report Italia); Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook); Banca Centrale Europea; Eurobarometro; Agenzia Internazionale dell'Energia; Consiglio dell'Unione Europea; Reuters per la cronaca delle proteste sociali e delle politiche energetiche.

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