L'OLIO DI COLZA? TROPPO PERICOLOSO PER LE CASSE DELLO STATO

Il prezzo della benzina sale. Il gasolio segue a ruota. Lo Stretto di Hormuz torna a far paura e noi, come sempre, ci scopriamo ostaggi di una pompa di carburante. Cambia il governo, cambia il colore delle maggioranze, ma c'è una tassa che sembra godere dell'immortalità: l'accisa. 


Nel frattempo, l'estate italiana somiglia sempre più a un forno ventilato con punte di 40 gradi, mentre lo zero termico sale oltre i 4.000 metri sulle Alpi. Coincidenze? No. Scelte politiche, industriali ed economiche che si trascinano da decenni.

"IL GRANDE IMBROGLIO DEL CARBURANTE: COME ABBIAMO SCELTO IL PETROLIO INVECE DEL FUTURO"

All'inizio degli anni Duemila (molti lo ricorderanno) migliaia di automobilisti italiani scoprirono che alcuni motori diesel potevano funzionare anche con olio vegetale di colza acquistato al supermercato. Non era una leggenda metropolitana. Rudolf Diesel aveva addirittura progettato il suo motore pensando agli oli vegetali come combustibile alternativo ai derivati del petrolio.

I vantaggi erano evidenti. Costi inferiori, minori emissioni di alcune sostanze inquinanti e una minore dipendenza dal petrolio. I limiti pure. Non tutti i motori erano compatibili, soprattutto quelli di ultima generazione, e l'utilizzo dell'olio vegetale puro può provocare danni meccanici senza adeguate modifiche del propulsore. È quindi falso sostenere che avrebbe rappresentato la soluzione definitiva di tutti i problemi ambientali.

Ma c'è una domanda che ancora oggi merita una risposta: perché quella strada non è mai stata realmente perseguita?

La risposta è probabilmente nascosta dietro tre parole: tasse, petrolio e interessi economici.

L'utilizzo dell'olio vegetale come carburante divenne infatti problematico sotto il profilo tributario. Il Testo Unico sulle Accise punisce l'utilizzo di prodotti destinati ad altri usi quando vengono impiegati come carburanti senza il pagamento delle relative imposte. In altre parole, il problema principale non era soltanto tecnico o ambientale, ma anche fiscale.

Nel frattempo l'Europa e l'industria petrolifera hanno scelto un'altra strada. L'olio di colza è entrato nei carburanti attraverso il biodiesel e più recentemente attraverso altri biocarburanti come l'HVO. Una soluzione certamente positiva sotto il profilo ambientale rispetto ai combustibili fossili tradizionali, ma sempre inserita all'interno della filiera industriale autorizzata e tassata.

Il cittadino non può produrre autonomamente la propria indipendenza energetica. Deve continuare ad acquistarla.

Nel frattempo le accise sono sopravvissute a tutto. Terremoti, crisi economiche, governi di destra, governi di sinistra e governi tecnici. Nate come imposte straordinarie, molte sono diventate strutturali nel corso degli anni. Dal 1° gennaio 2026 si è inoltre concluso il riallineamento delle accise tra benzina e gasolio, destinando le maggiori entrate al finanziamento del trasporto pubblico locale.

Il paradosso è servito.

Paghiamo accise sempre più elevate perché inquiniamo. Ma continuiamo a inquinare perché ci obbligano ad utilizzare carburanti che ci fanno inquinare.

Naturalmente sarebbe scorretto sostenere che se nel 2003 avessimo scelto l'olio di colza oggi il cambiamento climatico non esisterebbe. Sarebbe una semplificazione tanto affascinante quanto sbagliata. Il riscaldamento globale è determinato dalle emissioni di gas serra prodotte dall'intero sistema economico mondiale: industria pesante, trasporti marittimi, aviazione civile, produzione energetica e attività agricole comprese.

È però altrettanto corretto affermare che vent'anni sono stati sostanzialmente sprecati.

Per vent'anni abbiamo parlato di transizione ecologica continuando a dipendere dal petrolio. Abbiamo incentivato l'acquisto di nuove automobili senza costruire adeguatamente le infrastrutture energetiche del futuro. Abbiamo litigato sull'elettrico dimenticando che la vera rivoluzione avrebbe dovuto riguardare l'intero sistema energetico e non soltanto il motore installato sotto il cofano delle nostre automobili.

Oggi basta un missile nel Golfo Persico o una crisi nello Stretto di Hormuz per mettere in agitazione i mercati internazionali e svuotare i portafogli degli italiani. Significa che la nostra indipendenza energetica è ancora un'illusione.

La politica ha certamente delle responsabilità. Le hanno i governi italiani che si sono succeduti negli ultimi decenni. Le hanno le grandi multinazionali dell'energia. Le abbiamo anche noi cittadini quando rinunciamo a pretendere investimenti strutturali e ci limitiamo a lamentarci del prezzo esposto dal distributore sotto casa.

Il problema non è l'olio di colza. Non lo è mai stato.

Il problema è che ogni volta che una tecnologia minaccia di ridurre la dipendenza energetica di milioni di persone, qualcuno perde un pezzo del proprio potere economico.

E il potere, si sa, ha un olfatto formidabile. Sente arrivare il denaro molto prima del profumo della libertà.

Vent'anni dopo ci ritroviamo ancora qui. Con il pieno sempre più caro, l'aria sempre più calda e il futuro sempre più costoso.

Forse il petrolio non governa il mondo. Di certo continua ancora a votare per sé stesso nei suoi parlamenti invisibili.

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