VINITALY: CI VENDE QUELLO CHE LA STORIA AVEVA GIÀ REGALATO ALLA CALABRIA
ENOTRIA TRADITA
QUANDO LA CALABRIA INSEGUE VERONA DIMENTICANDO DI ESSERE LA MADRE DEL VINO
C'era una volta l'Enotria. Oggi c'è il Vinitaly and the City. Ed è proprio qui che nasce il problema.
La Calabria è probabilmente l'unica terra al mondo che, dopo aver dato il proprio nome al vino, ha finito per pagare il biglietto per partecipare alla festa organizzata da altri.
È una storia che sfiora il grottesco.
Gli antichi Greci la chiamarono Enotria, la Terra del Vino. Non la Terra delle Patate, non la Terra del Bergamotto e neppure la Terra del Peperoncino. La Terra del Vino. Molto prima che Verona diventasse la capitale mondiale del vino italiano, molto prima che nascesse il Vinitaly e persino molto prima che Roma diventasse la Roma che conosciamo, la Calabria produceva già vino.
Eppure oggi accade qualcosa di straordinariamente calabrese. Invece di comportarsi da madre, la Calabria ha deciso di fare la figlia. Invece di imporre il proprio racconto al mondo, ha scelto di noleggiarne uno altrui.
Perché questa è la domanda che nessuno osa porre.
Per quale motivo una regione che porta sulle proprie spalle tremila anni di storia vitivinicola dovrebbe spendere centinaia di migliaia di euro pubblici per replicare un format nato altrove? Perché inseguire Verona quando la Calabria potrebbe diventare Verona?
Non è una provocazione. È una questione eminentemente politica, economica e culturale.
Da anni la Calabria soffre della medesima patologia amministrativa. Preferisce comprare prestigio piuttosto che costruirlo. Preferisce ospitare grandi marchi piuttosto che creare grandi marchi. Preferisce apporre il proprio logo sotto quello degli altri piuttosto che pretendere che siano gli altri a metterlo sotto il suo.
È successo con il turismo, accade con la cultura e oggi si ripete con il vino.
La domanda da cento milioni di euro è sempre la stessa: perché?
Se il Vinitaly è costato a Verona cinquantotto anni di investimenti, pianificazione e credibilità internazionale, cosa impedisce alla Calabria di iniziare oggi a costruire ciò che potrebbe diventare il principale appuntamento mediterraneo dedicato al vino?
Nulla. Tranne la politica.
Perché un grande evento costruito dalla Calabria richiede almeno dieci anni di lavoro. Un grande evento comprato, invece, garantisce una conferenza stampa già domani mattina.
Ed è qui che il Vinitaly and the City diventa la perfetta metafora della politica regionale contemporanea. Non si investe per costruire ciò che resterà tra vent'anni. Si investe per inaugurare ciò che verrà fotografato oggi.
Il problema non è il Vinitaly. Il problema è la subalternità culturale che esso rischia di rappresentare.
La Calabria non ha bisogno del Vinitaly per dimostrare al mondo di produrre grandi vini. Ha bisogno, semmai, di convincersene essa stessa.
Perché mentre brindiamo davanti alle telecamere, continuiamo a dimenticare alcuni numeri estremamente imbarazzanti.
La maggior parte delle aziende vitivinicole calabresi resta una microimpresa familiare. Molte incontrano enormi difficoltà nell'accesso ai mercati internazionali. I costi logistici continuano ad essere tra i principali ostacoli competitivi del comparto agroalimentare regionale. Molte aziende non possiedono neppure la forza commerciale necessaria per garantire continuità di fornitura ai grandi mercati europei.
Ma noi continuiamo a parlare delle luci della festa.
L'effetto scenografico di tre giorni di eventi non può sostituire un piano industriale di dieci anni. Le masterclass non possono sostituire l'aggregazione consortile. Le degustazioni non possono sostituire gli investimenti nella commercializzazione internazionale. Le navette gratuite non possono sostituire gli hub logistici di cui la Calabria avrebbe disperatamente bisogno.
Il punto, dunque, non è stabilire se il Vinitaly and the City sia stato un successo o un fallimento.
La vera domanda è un'altra.
Se la Regione Calabria avesse investito per dieci anni consecutivi le stesse risorse economiche nella costruzione di "ENOTRIA", quale sarebbe oggi il risultato?
Immaginiamo per un istante una Calabria che abbia finalmente il coraggio di pensarsi grande.
Immaginiamo un evento internazionale chiamato semplicemente "ENOTRIA". Non tre giorni di festa ma trenta giorni di appuntamenti distribuiti sull'intero territorio regionale. Non soltanto vino, ma archeologia, Magna Grecia, alta gastronomia, turismo esperienziale, università, ricerca, export e investimenti internazionali.
Immaginiamo centinaia di buyer provenienti da tutto il mondo che non vengano in Calabria per assistere al Vinitaly, ma per partecipare all'ENOTRIA.
Immaginiamo che sia Verona, un giorno, a chiedere di ospitare "ENOTRIA and the City".
È fantascienza?
No. È esattamente ciò che Verona ha fatto cinquantotto anni fa.
La differenza è che Verona ha creduto in se stessa. La Calabria continua a credere soprattutto negli altri.
La politica ama gli eventi. La storia, invece, premia le visioni.
Ed è proprio la visione che sembra mancare.
L'Enotria non ha bisogno di essere l'imitazione mediterranea di nessuno. Ha già tutto ciò che serve per diventare se stessa. Ha la storia, possiede il territorio, dispone dei vitigni autoctoni, può vantare uno dei patrimoni archeologici più importanti del Mediterraneo e conserva una tradizione vitivinicola che precede persino la nascita dell'Impero romano.
Le manca soltanto una cosa: l'ambizione.
Perché la domanda finale è forse la più amara di tutte.
Come può la Terra del Vino accettare di diventare una semplice dependance del vino altrui?
L'Enotria non dovrebbe chiedere ospitalità al Vinitaly.
Dovrebbe avere il coraggio di invitare il mondo a casa propria.
E forse è proprio questo il più grande tradimento che la politica continua a consumare nei confronti della Calabria. Non quello di aver organizzato un grande evento. Ma quello di aver convinto un intero popolo che la propria storia non sia abbastanza grande da meritare un proprio futuro.
La Calabria non è nata ieri.
L'Enotria neppure.
È tempo che qualcuno ricominci a ricordarglielo.
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