CASO CAREGIVER: CARO DE SALAZAR NON VIENI PAGATO PER PRODURRE RASSICURAZIONI, MA PER GESTIRE UNA STRUTTURA SANITARIA, GARANTIRE SERVIZI E ASSUMERTI RESPONSABILITÀ!
CAREGIVER CONTRO L’ASP DI COSENZA: QUANDO LA SANITÀ DEI PROCLAMI SI SCHIANTA CONTRO LA REALTÀ
REDAZIONALE CALABRIA MAGAZINE | 21 AGOSTO 2026
COSENZA – C'è un momento, nella vita di un'amministrazione pubblica, in cui i comunicati smettono di bastare. È il momento in cui dall'altra parte della scrivania non ci sono più numeri, pratiche, percentuali o caselle da spuntare, ma persone in carne e ossa che chiedono conto di decisioni capaci di incidere concretamente sulla loro vita. Per l'ASP di Cosenza quel momento è arrivato, e porta il volto dei Caregiver familiari.
Questa vicenda, infatti, non è soltanto la contestazione di una delibera. Non è una polemica estiva e non è nemmeno l'ennesimo battibecco tra un'Azienda Sanitaria e qualche associazione. È qualcosa di molto più serio: è lo scontro tra una sanità che continua a raccontarsi attraverso parole come "innovazione", "riorganizzazione", "continuità", "presa in carico" e "miglioramento dei servizi" e una realtà nella quale le famiglie più fragili chiedono semplicemente di sapere se domani potranno ancora contare sugli stessi servizi di oggi.
Ed è proprio qui che la vicenda della Delibera 1074/2026 diventa lo specchio perfetto di un problema molto più grande.
I Caregiver hanno presentato un esposto formale, hanno individuato un atto preciso, hanno contestato tempi e modalità, hanno chiesto la sospensione in autotutela e hanno domandato un confronto istituzionale. Non hanno scritto un post sui social per sfogare la rabbia. Hanno utilizzato la PEC, hanno coinvolto l'Azienda Sanitaria e, per conoscenza, la Regione Calabria. Hanno fatto esattamente ciò che un cittadino dovrebbe fare quando ritiene che una decisione amministrativa possa incidere sulla propria vita.
E cosa si sono ritrovati davanti?
Una risposta affidata alla stampa.
Ed è qui che la gestione dell'attuale vertice dell'ASP di Cosenza, Vitaliano De Salazar, merita una critica durissima.
Perché il problema non è che De Salazar comunichi. Il problema è quando la comunicazione sembra prendere il posto della risposta istituzionale.
Se una famiglia contesta una delibera, non basta dire attraverso un giornale che "nessun servizio è sospeso". Bisogna spiegare, formalmente e nel merito, perché quella delibera non produrrebbe le conseguenze denunciate. Se viene chiesta una sospensione in autotutela, bisogna rispondere a quella richiesta. Se vengono sollevate precise questioni sull'organizzazione dell'assistenza, bisogna affrontarle una per una nelle sedi competenti.
Altrimenti non siamo davanti a una risposta.
Siamo davanti a una rassicurazione.
E una rassicurazione, per quanto confezionata bene, non sostituisce un atto amministrativo.
Questa differenza dovrebbe essere scolpita sulla porta di ogni ufficio pubblico.
Perché i Caregiver non hanno bisogno di essere tranquillizzati. Hanno bisogno di certezze.
Sono persone che vivono ogni giorno dentro una condizione che non conosce domeniche, festività, ferie o orari d'ufficio. Mentre buona parte della macchina amministrativa può permettersi di ragionare in termini di scadenze, procedure e finestre temporali, loro devono organizzare la propria esistenza intorno a una persona fragile. E quando l'ASP modifica qualcosa che riguarda l'assistenza, quei pochi giorni tra l'approvazione di un atto e la sua entrata in vigore non sono semplicemente una questione burocratica: diventano giorni di paura.
È per questo che l'idea di liquidare tutto con una rassicurazione pubblica è, a nostro giudizio, profondamente sbagliata.
E soprattutto rivela un problema di fondo: una certa cultura amministrativa continua a confondere ciò che è formalmente previsto negli atti con ciò che realmente accade nella vita delle persone.
La carta può dire che un servizio non è sospeso.
La famiglia, però, deve sapere se riuscirà realmente a riceverlo.
La carta può parlare di continuità.
Il Caregiver deve sapere chi arriverà a casa sua.
La carta può parlare di libera scelta.
Il paziente deve sapere se avrà davvero qualcuno tra cui scegliere.
Ed è proprio qui che le parole "innovazione" e "riorganizzazione" rischiano di diventare quasi offensive, quando vengono pronunciate davanti a famiglie che stanno semplicemente cercando di non perdere ciò che già avevano.
Perché questa è la grande contraddizione della sanità calabrese: ogni nuovo vertice arriva annunciando una svolta, ogni nuova stagione amministrativa porta con sé un nuovo vocabolario, ogni riorganizzazione viene presentata come il passaggio verso una sanità moderna ed efficiente, ma poi basta una delibera contestata dai Caregiver per scoprire che sotto la vernice delle grandi innovazioni continuano a esserci gli stessi vecchi problemi.
La carenza di personale è uno di questi.
I Caregiver denunciano la difficoltà crescente nel reperire fisioterapisti, logopedisti, OSS e infermieri, mentre il territorio continua a perdere professionalità assorbite dalle strutture ospedaliere e residenziali. E allora la domanda diventa inevitabile: di quale innovazione stiamo parlando, se il sistema non riesce nemmeno a garantire stabilmente le persone necessarie per assistere chi vive a casa?
Che senso ha riempirsi la bocca di "presa in carico" se poi il paziente viene lasciato a fare i conti con la caccia all'operatore?
Che senso ha parlare di "territorialità" se il territorio viene progressivamente svuotato delle professionalità necessarie?
Che senso ha parlare di "continuità assistenziale" se la continuità viene garantita soltanto sulla carta?
È qui che il castello dei proclami comincia a mostrare le crepe.
E De Salazar, oggi al vertice dell'ASP di Cosenza, non può essere giudicato soltanto per ciò che dichiara. Deve essere giudicato per ciò che riesce concretamente a cambiare.
Ed è proprio su questo terreno che Calabria Magazine esprime un giudizio politico-editoriale netto: la gestione di De Salazar appare, allo stato dei fatti che emergono da questa vicenda e dalla distanza tra annunci e risultati percepibili, incapace di imprimere quella svolta reale, incisiva e tangibile che la sanità cosentina avrebbe bisogno di vedere.
Non basta chiamare "innovazione" una nuova organizzazione.
Non basta chiamare "riordino" una modifica.
Non basta presentare un progetto come rivoluzionario.
La rivoluzione, in sanità, la vede il paziente.
La vede il Caregiver.
La vede l'operatore.
Se loro non vedono una differenza concreta, allora possiamo continuare a cambiare i nomi alle cose fino al prossimo millennio, ma la realtà resterà quella che è.
Ed è proprio la vicenda dei Caregiver a rendere ancora più evidente questa contraddizione.
Perché se una gestione sanitaria fosse davvero capace di mettere al centro la persona, davanti a una protesta di famiglie che assistono quotidianamente persone fragili dovrebbe accadere una cosa semplicissima: il vertice dovrebbe sedersi con loro.
Non dovrebbe aspettare che la questione diventi un caso mediatico.
Non dovrebbe affidarsi prima ai comunicati.
Dovrebbe convocare le famiglie, aprire gli atti, spiegare le decisioni, ascoltare le contestazioni e, se necessario, correggere ciò che non funziona.
Questo sarebbe governare.
Questo sarebbe dare una svolta.
Questo sarebbe dimostrare che dietro la parola "presa in carico" esiste davvero una cultura amministrativa diversa.
Invece ci troviamo ancora una volta davanti al vecchio copione della sanità calabrese: si annuncia il cambiamento, si presenta il cambiamento, si comunica il cambiamento e poi, quando arrivano quelli che vivono quotidianamente il sistema e chiedono conto del cambiamento, improvvisamente bisogna spiegare che in realtà non è cambiato poi così tanto.
E allora permetteteci una domanda: se tutto funziona così bene, perché i Caregiver sono costretti a presentare un esposto per ottenere risposte?
Se la Delibera 1074 non crea alcun problema, perché non rispondere ufficialmente alle contestazioni?
Se la continuità assistenziale è garantita, perché non mettere nero su bianco come viene garantita?
Se la libera scelta è realmente tutelata, perché non spiegare alle famiglie con quali modalità concrete?
Non servono altre parole.
Servono risposte.
Ed è proprio qui che il giudizio su De Salazar diventa inevitabilmente più pesante.
Perché il vertice di un'ASP non può trasformarsi nel semplice esecutore di decisioni che arrivano dal sistema regionale, limitandosi poi a confezionare rassicurazioni quando qualcuno protesta. Se questa è la percezione che la sua gestione sta producendo, allora il problema non è soltanto comunicativo: è politico e manageriale.
Calabria Magazine lo dice senza girarci attorno: De Salazar rischia di essere ricordato non come l'uomo della svolta, ma come l'ennesimo esecutore di un sistema sanitario regionale che proclama continuamente di voler cambiare la sanità calabrese senza riuscire, nei fatti, a trasformarla abbastanza da farlo percepire a chi quella sanità la vive.
Ed è qui che la critica inevitabilmente sale di livello.
Perché De Salazar non è un'isola.
Alle sue spalle c'è un sistema regionale che da anni promette la rinascita della sanità calabrese, annuncia nuovi modelli, nuove strutture, nuove organizzazioni, nuovi percorsi e nuove strategie. Un sistema che ha trasformato la parola "innovazione" in una specie di jolly buono per ogni occasione.
Ma davanti ai Caregiver il trucco non funziona più.
Perché loro non chiedono una nuova brochure.
Chiedono assistenza.
Non chiedono un nuovo slogan.
Chiedono continuità.
Non chiedono una conferenza stampa.
Chiedono risposte.
E soprattutto non chiedono che qualcuno racconti loro che la sanità sta cambiando.
Chiedono di vedere il cambiamento.
Questa è la vera condanna politica della vicenda.
Perché quando una famiglia che assiste un disabile H24 arriva al punto di dover ricordare a un'Azienda Sanitaria che la disabilità non va in ferie, significa che qualcosa, nella macchina istituzionale, si è inceppato profondamente.
E quando quella stessa famiglia deve ricordare che un esposto formale non si risolve con una rassicurazione sui giornali, allora il problema diventa ancora più grave.
Perché una pubblica amministrazione seria non deve avere paura delle domande.
Deve avere paura di non avere le risposte.
Ed è questa la sensazione che la vicenda dei Caregiver consegna all'opinione pubblica: un sistema sanitario estremamente solerte nel raccontare ciò che funziona e molto meno convincente quando deve spiegare ciò che non convince chi lo utilizza.
Questa non è la sanità moderna che ci hanno promesso.
È la vecchia sanità calabrese con un nuovo vocabolario.
E se questo è il modello di "innovazione" che dovrebbe rappresentare la svolta, allora abbiamo una notizia per De Salazar e per chi governa la sanità regionale: i Caregiver hanno già capito che il re è nudo.
Non servono altri proclami.
Non servono altre parole altisonanti.
Non serve un'altra rivoluzione annunciata.
Serve sedersi davanti alle famiglie e rispondere.
Serve spiegare la Delibera 1074.
Serve chiarire ogni contestazione.
Serve affrontare la carenza di personale.
Serve garantire davvero la continuità assistenziale.
Serve dimostrare che la libera scelta non è una formula burocratica.
Serve, soprattutto, smettere di trattare la comunicazione come se potesse sostituire l'amministrazione.
Perché alla fine il vero comunicato stampa lo scrivono ogni giorno i Caregiver con la loro vita.
E quello non può essere corretto dall'ufficio stampa.
Non può essere riscritto dal direttore.
Non può essere addolcito da una dichiarazione.
È la realtà.
E la realtà racconta di famiglie stanche, preoccupate e costrette ancora una volta a combattere per ottenere certezze su un diritto fondamentale.
Se questa è la grande svolta della sanità calabrese, allora qualcuno ci spieghi dove sarebbe la svolta.
Perché noi vediamo soltanto un'altra stagione di proclami, un'altra montagna di parole e, dall'altra parte, gli stessi cittadini che continuano a chiedere la cosa più rivoluzionaria di tutte:
che la sanità funzioni davvero.
E per Calabria Magazine questo è il punto dal quale non si torna indietro.
Vitaliano De Salazar non deve dimostrarci di saper comunicare la sanità. Deve dimostrarci di saperla cambiare.
Finora, davanti alla vicenda dei Caregiver, quello che emerge è esattamente il contrario: un vertice che appare più efficace nel rassicurare attraverso i giornali che nel rispondere formalmente alle contestazioni che gli vengono sottoposte.
E se questa è la sua idea di gestione, allora diciamolo senza anestetico:
non è una svolta.
È amministrazione dell'esistente.
E l'esistente, in Calabria, è proprio ciò che avrebbe dovuto cambiare.
CALABRIA MAGAZINE
Ai Caregiver non servono promesse.
Non servono slogan.
Non servono comunicati rassicuranti.
SERVONO SERVIZI, PERSONALE E CERTEZZE.
E soprattutto serve una cosa che nella sanità calabrese sembra diventata merce rara:
qualcuno che, finalmente, risponda delle proprie decisioni con i fatti.
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