MA A COSA SERVE AVERE I MILITARI A COSENZA?

MA A COSA CAZZO SERVE AVERE I MILITARI A COSENZA?

ALL’AUTOSTAZIONE VOLANO COLTELLI, RISSE E BOTTIGLIE. INTANTO LA “MISSIONE DI PACE” PIÙ URGENTE DELLA CITTÀ SEMBRA ESSERE QUELLA DI ASPETTARE IL PROSSIMO CASINO. E ALLORA VIENE DA CHIEDERSI: SE ESISTE “STRADE SICURE”, PERCHÉ LE STRADE DI COSENZA DEVONO CONTINUARE A SEMBRARE UN’ESPERIENZA SOCIALE NON CONSENSUALE?

Dopo l’ennesimo episodio di violenza all’Autostazione di Cosenza, dopo l’ennesima rissa, dopo l’ennesimo ragazzo ferito, dopo l’ennesima giornata in cui una zona frequentata quotidianamente da studenti, lavoratori, pendolari e cittadini torna sulle cronache non perché è arrivato un autobus in orario, evento che meriterebbe probabilmente un servizio speciale del National Geographic, ma perché qualcuno ha deciso che il capolinea è anche un’arena di combattimento, una domanda continua a ronzare nella testa dei cosentini con la delicatezza di un martello pneumatico.


MA A COSA CAZZO SERVE AVERE I MILITARI A COSENZA?

Attenzione, prima che qualche custode professionale del politicamente corretto si strappi la camicia gridando alla militarizzazione della città: nessuno sta chiedendo di mettere un carro armato davanti alla biglietteria o di far arrivare un elicottero Apache ogni volta che due cristiani litigano per una sigaretta.

La domanda è molto più semplice, molto più concreta e, soprattutto, molto più imbarazzante per chi dovrebbe rispondere.

Perché in Italia esiste un’operazione chiamata “Strade Sicure”, nella quale migliaia di militari vengono impiegati proprio per contribuire alla vigilanza del territorio, alla protezione degli obiettivi sensibili e al supporto delle Forze dell’ordine, mentre a Cosenza una delle zone che continua ciclicamente a produrre episodi di violenza sembra essere condannata all’eterno rito istituzionale del “siamo preoccupati”?

Perché questa è la vera specialità italiana, e a Cosenza rischiamo ormai di avere il brevetto mondiale: succede qualcosa, arrivano le dichiarazioni; succede di nuovo, arriva l’indignazione; succede ancora, qualcuno convoca un tavolo; al tavolo scoprono che esiste un problema; dopo il tavolo promettono controlli; poi i controlli diminuiscono; poi succede un altro casino e si ricomincia dall’inizio.

Una lavatrice istituzionale in centrifuga permanente.

E intanto all’Autostazione la gente continua a chiedersi se deve prendere il biglietto dell’autobus o stipulare un’assicurazione sulla vita.

“STRADE SICURE” ESISTE. NON È UNA LEGGENDA METROPOLITANA

La cosa più grottesca è che non stiamo chiedendo l’invenzione di una nuova legge, la costruzione di un nuovo corpo speciale o l’arrivo delle Nazioni Unite con il casco blu e il manuale di sopravvivenza urbana.

Strade Sicure esiste dal 2008 ed è ancora operativa.

L’Esercito Italiano impiega militari sul territorio nazionale proprio per concorrere, insieme alle Forze di Polizia, alla vigilanza di siti e obiettivi sensibili e al controllo del territorio. I militari vengono messi a disposizione dei Prefetti e il dispositivo viene rimodulato in base alle esigenze di sicurezza individuate dalle autorità competenti. Non stiamo parlando quindi di fantascienza amministrativa. È una cosa che lo Stato italiano fa già, da anni.

E allora la domanda diventa ancora più fastidiosa.

Perché altrove sì e a Cosenza no?

A Messina sono stati impiegati militari aggiuntivi nell’ambito di Strade Sicure e la Prefettura ha definito le modalità operative insieme alle altre autorità di sicurezza. Ad Ancona il contingente è stato destinato al rafforzamento della vigilanza nelle zone considerate sensibili. A Milano i militari sono stati utilizzati per rafforzare la sicurezza di infrastrutture strategiche e luoghi particolarmente delicati.

Quindi qualcuno dovrebbe spiegare ai cosentini quale particolare fenomeno meteorologico-amministrativo impedisce di prendere in considerazione lo stesso ragionamento per una zona come l’Autostazione.

Perché, vedete, qui non si sta chiedendo che l’Esercito faccia il lavoro della Polizia di Stato o dei Carabinieri. I militari non devono sostituire le Forze dell’ordine. Devono eventualmente concorrere con esse, liberando risorse, rafforzando la presenza dello Stato e aumentando la capacità di prevenzione.

Che è esattamente il concetto su cui si basa Strade Sicure.

E LA CALABRIA? SORPRESA: I MILITARI DI “STRADE SICURE” CI SONO GIÀ... MA NESSUNO LO SA! 

Ed è qui che la faccenda diventa ancora più interessante.

Il Raggruppamento “Calabria” dell’operazione Strade Sicure esiste ed opera in Calabria da anni, la sua sede di comando risulta essere a Catanzaro, presso la caserma “Pepe-Bettoja”, sede del Comando Militare Esercito Calabria. Un documento ufficiale dell’Esercito del 2024 lo dice esplicitamente: presso quella caserma è «accasermato il personale del Raggruppamento Calabria dell’operazione Strade Sicure». Un ulteriore atto ufficiale del novembre 2025 conferma che lì è accasermato il Comando del Raggruppamento “Calabria” dell’operazione.

La cosa importante, però, è questa: il 1° Reggimento Bersaglieri di Cosenza è entrato direttamente nella catena operativa del Raggruppamento Calabria.

Il documento giornalistico relativo al cambio del 16 dicembre 2024, confermato da fonti sull’attività dell’Esercito, racconta infatti che il Colonnello Massimo Salvemini, comandante del 1° Reggimento Bersaglieri di Cosenza, è subentrato al comando del Raggruppamento Calabria nell’ambito dell’operazione Strade Sicure. In quel periodo, 316 militari erano impegnati in tutte le province calabresi, in concorso con le Forze di Polizia, per vigilanza e pattugliamento. 

Poi arriva il dato ancora più recente.

Il 18 giugno 2026 la cerimonia di avvicendamento del comando del Raggruppamento Calabria si è svolta proprio presso la caserma “L. Settino” di Cosenza, tra il colonnello Massimo Salvemini, comandante del 1° Reggimento Bersaglieri, e il colonnello Salvatore Pino, comandante del 62° Reggimento Fanteria “Sicilia”. La fonte parla esplicitamente di continuità del dispositivo operativo di Strade Sicure sul territorio regionale.

Quindi, da quando Cosenza è coinvolta?

Cosenza ospita stabilmente il 1° Reggimento Bersaglieri nella caserma “Luigi Settino”, ma non risulta, dai documenti ufficiali che ho trovato, essere la sede permanente del Comando del Raggruppamento Calabria di Strade Sicure, che risulta invece a Catanzaro.

Tuttavia, dal dicembre 2024 il 1° Reggimento Bersaglieri di Cosenza ha assunto la guida del Raggruppamento Calabria nell’ambito di Strade Sicure, e nel giugno 2026 la caserma Settino ha ospitato una cerimonia ufficiale di avvicendamento relativa proprio a quel Raggruppamento. 

E c'è un precedente ancora più interessante: già nel 2021, l’Esercito documentava che il Raggruppamento Calabria, impegnato in Strade Sicure, aveva intensificato i controlli proprio in diversi comuni della provincia di Cosenza, dopo un tavolo tecnico presso la Questura di Cosenza e l’autorizzazione prefettizia.

E contemporaneamente l’Autostazione continua a rappresentare, ciclicamente, uno dei punti più problematici della città.

A questo punto non è più una domanda polemica.

È una domanda amministrativa.

Chi ha deciso che l’Autostazione non merita una presenza stabile o comunque rafforzata?

E soprattutto:

Chi può decidere di cambiare le cose?

ECCO CHI DEVE MUOVERE IL CULO. ISTITUZIONALMENTE PARLANDO.

Qui bisogna essere precisi, perché il solito scaricabarile italiano funziona sempre nello stesso modo.

Il Comune dice che la sicurezza è competenza dello Stato.

Lo Stato dice che bisogna coordinare.

La Prefettura convoca.

Il Comitato discute.

La Questura pianifica.

La politica commenta.

I cittadini aspettano.

E nel frattempo qualcuno viene accoltellato.

Il piano generale di impiego dei militari nell’operazione Strade Sicure viene adottato dal Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro della Difesa, sentito il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica e secondo le procedure previste dalla normativa. Sul territorio, però, i militari vengono posti a disposizione dei Prefetti, che hanno un ruolo centrale nell’utilizzo del dispositivo rispetto alle esigenze locali di sicurezza.

Tradotto dal burocratese, quella lingua antica che viene utilizzata per far sembrare complicato anche ordinare un caffè:

se Cosenza ha un problema serio e ripetuto di sicurezza in una determinata area, qualcuno deve formalmente portare quel problema ai tavoli dove si decidono le priorità, chiedere un rafforzamento del dispositivo e verificare se l’area possa essere inserita tra quelle da presidiare.

Non basta fare il post su Facebook dopo l’ennesima rissa.

Non basta dire: “Siamo vicini alla vittima”.

Non basta promettere “tolleranza zero”, espressione ormai utilizzata talmente tante volte che dovrebbe essere iscritta direttamente nel patrimonio immateriale delle chiacchiere politiche italiane.

Bisogna chiedere.

Formalmente.

Pubblicamente.

E poi spiegare ai cittadini cosa è stato chiesto, a chi è stato chiesto e quale risposta è arrivata.

ADESSO PERÒ BISOGNA PASSARE DALLE PAROLE AI DOCUMENTI

Sono state molteplici le richieste avanzate pubblicamente. Anche quella di valutare il coinvolgimento dell’Esercito attraverso l’operazione Strade Sicure per rafforzare i controlli nelle zone più problematiche di Cosenza, compresa l’area dell’Autostazione.

Benissimo. Quindi? 

Adesso arriva la parte difficile, quella che in politica spesso viene accuratamente evitata perché richiede qualcosa di molto più faticoso di una dichiarazione: capire che cosa è stato fatto dopo.

Perché se la risposta è "non è stato fatto un cazzo", allora bisogna spiegare perché è chi ha detto no.

Se invece la risposta è sì, allora bisogna spiegare cosa si è fatto, dove e chi lo ha fatto.

Nome. Cognome. Ruolo istituzionale.

Non per organizzare la caccia alle streghe, ma perché in una democrazia la responsabilità amministrativa non può essere una creatura mitologica che tutti cercano e nessuno riesce mai a trovare.

LA CITTÀ NON HA BISOGNO DI UN ESERCITO DI COMUNICATI

Sia chiaro: Cosenza non deve essere militarizzata.

Cosenza deve essere governata.

E la sicurezza deve essere affrontata prima che il sangue finisca sull’asfalto, non dopo, quando arrivano le telecamere, le dichiarazioni, i comunicati e il politico di turno con la faccia da funerale istituzionale.

L’Autostazione ha bisogno di controlli continui, di presenza delle Forze dell’ordine, di videosorveglianza che funzioni davvero e non come un soprammobile tecnologico acquistato con i soldi pubblici, di interventi contro il degrado e di una strategia stabile.

E se gli strumenti dello Stato prevedono anche l’impiego dei militari in supporto alle Forze dell’ordine attraverso Strade Sicure, allora bisogna avere almeno il coraggio di chiedere perché questo strumento non possa essere utilizzato o rafforzato anche dove la città ne manifesta concretamente il bisogno.

Perché il paradosso sarebbe magnifico, se non fosse tragico.

Abbiamo una città che ospita strutture militari.

Abbiamo un’operazione nazionale chiamata Strade Sicure.

Abbiamo militari impegnati proprio in Calabria nell’ambito di quel dispositivo.

Abbiamo un’area urbana dove gli episodi di violenza continuano a ripetersi.

E abbiamo cittadini che continuano a sentirsi dire che bisogna “fare qualcosa”.

E allora facciamola, questa benedetta cosa.

Perché forse la missione di pace più urgente non è dall’altra parte del mondo. Forse, ogni tanto, la missione di pace comincia anche davanti a un autobus.

E se lo Stato ha uomini, mezzi, strumenti e procedure per aumentare la propria presenza sul territorio, il problema non è chiedersi se sia possibile.

Il problema è capire perché nessuno abbia ancora deciso di provarci davvero.

MA A COSA CAZZO SERVE AVERE I MILITARI A COSENZA, SE QUANDO I COSENTINI HANNO BISOGNO DI VEDERE PIÙ STATO PER STRADA, LO STATO RISPONDE CON L’ENNESIMO TAVOLO?

Perché i tavoli, all’Autostazione, speriamo almeno che siano fissati bene al pavimento.

Con tutta la gente che continua a girarci attorno, rischiano di diventare l’unica cosa davvero mobile della sicurezza cosentina. 

Commenti

Post popolari in questo blog

MARCO AMBROGIO, UN PARASSITA POLITICO DAI MODI DA RAS NAZISTA.

CASTROLIBERO: IL PAESE DOVE LA POLITICA È UN ROMANZO ROSA

DR. RUGGIERO, IL PROBLEMA NON SONO I VOLONTARI. IL PROBLEMA È LEI E CHI LI USA COME CAPRO ESPIATORIO