QUELLA NOTTE A RENDE, QUANDO GUCCINI CANTÒ E LA CALABRIA SI FERMÒ AD ASCOLTARE

FRANCESCO, IL MAESTRONE CHE PASSÒ ANCHE DALLA CALABRIA

QUANDO GUCCINI SALÌ SUL PALCO E RENDE DIVENTÒ UN'OSTERIA GRANDE COME UNO STADIO

Ci sono artisti che passano da una città, fanno il loro concerto e ripartono. E poi ci sono quelli che, quando se ne vanno, lasciano dietro di sé qualcosa che continua a suonare.


Francesco Guccini, in Calabria, ci è passato più volte. A Catanzaro, il 21 aprile 2004, arrivò con il tour di “Ritratti”, in quello che era l'unico appuntamento al Sud della tournée. Duemilacinquecento biglietti erano già stati venduti prima del concerto, con centinaia di persone arrivate da Cosenza, Reggio Calabria e Vibo Valentia.

Poi tornò a Catanzaro nel 2007, anno nel quale ricevette anche il “Riccio d'Argento” di “Fatti di Musica”.

Ma se c'è una notte calabrese che merita di essere ricordata, è quella del 18 giugno 2010, allo stadio Marco Lorenzon di Rende.

RENDE, 18 GIUGNO 2010: SETTEMILA PERSONE E UN UOMO CON UNA CHITARRA

Aveva quasi settant'anni, Francesco, e il Sud lo aspettava.

Ricordo quella sera come si ricordano certe giornate che sembrano normali e invece, molti anni dopo, capisci che non lo erano affatto.

Rende era piena di gente. Macchine parcheggiate ovunque, gruppetti che arrivavano da Cosenza e dai paesi della provincia, amici con le magliette di Guccini, qualcuno con la chitarra sottobraccio, perché a un concerto del Maestrone non si andava soltanto per ascoltare. Si andava anche per incontrarsi.

C'era chi aveva vent'anni e chi aveva già qualche capello bianco. C'erano padri che avevano portato i figli e figli che probabilmente avevano convinto i padri a venire. C'era quella strana fratellanza che nasce quando scopri che una canzone che credevi soltanto tua, in realtà appartiene a migliaia di persone.

Alla fine eravamo oltre 7.000 gli spettatori. Il concerto iniziò intorno alle 21.30, proprio nei giorni delle celebrazioni per i suoi settant'anni.

E Guccini arrivò sul palco senza bisogno di fare il personaggio.

Perché il personaggio era già lì.

Era quell'omone con la barba, la voce ruvida, la chitarra e quella maniera tutta sua di parlare al pubblico come se fosse seduto al tavolo di un'osteria.

Non aveva bisogno di effetti speciali.

Aveva le parole.

IL VINO, LE CHIACCHIERE E QUEL CONCERTO CHE SEMBRAVA UNA SERATA TRA AMICI

C'è un'immagine che appartiene alla memoria di chi ha visto Guccini dal vivo: il Maestro sul palco, la chitarra, il microfono e accanto quella bottiglia di vino che ormai faceva parte della scenografia quasi quanto i musicisti.

Non era il vezzo della rockstar.

Era Guccini.

Uno che poteva parlare per minuti prima di attaccare una canzone, raccontare una storia, divagare, prendere in giro qualcuno, infilare una battuta politica e poi, quasi senza avvertire, cominciare a cantare.

A Rende quella sera accadde proprio questo.

Ero con amici, fra il pubblico delle prime file. Ci eravamo alzati in piedi per applaudirlo e rendergli onore, tanto ci era piaciuto. Guccini se ne accorse e, con quella sua ironia bonaria, riuscì a convincerci a rimetterci seduti. È uno dei tanti piccoli episodi che ricordo di quella notte. Che racconta molto più di tante celebrazioni ufficiali su come fosse il suo rapporto con il pubblico.

Non era una distanza tra artista e spettatori.

Era una conversazione. Una lunga, enorme conversazione musicale.

E quando arrivavano le canzoni, il pubblico le conosceva praticamente tutte. E cantava all'unisono. 

POI PARTIVA LA LOCOMOTIVA

E prima o poi arrivava lei.

“La Locomotiva”.

A quel punto lo stadio cambiava faccia.

Quella storia di anarchia, rabbia e ribellione diventava una cosa collettiva. La voce di Guccini si infilava dentro le migliaia di voci del pubblico e sembrava quasi che la locomotiva passasse davvero sopra Rende.

“Una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l'ingiustizia.”

Non era soltanto una canzone.

Era la fotografia di un'epoca.

Era la voglia di non accettare il mondo così com'era.

Era la rabbia di chi non aveva nulla da perdere.

Ed era perfettamente Guccini.

Perché il Maestrone non ha mai avuto paura della politica, ma non ha mai trasformato la politica in propaganda da quattro soldi. La sua era una politica fatta di esseri umani, di disuguaglianze, memoria, Resistenza, libertà, solitudine e dignità.

Da “Dio è morto” ad “Auschwitz”, da “La locomotiva” a “Piazza Alimonda”, le sue canzoni hanno attraversato la storia italiana senza smettere di interrogare il presente.

E Guccini non offriva risposte preconfezionate.

Metteva domande sul tavolo.

Poi, se proprio volevi, potevi discuterne davanti a un bicchiere di vino.

UN MAESTRO SENZA PIEDISTALLO

Forse è proprio questo che abbiamo amato di Francesco.

Non sembrava mai un monumento.

Anche quando era già diventato uno dei più grandi cantautori italiani, conservava qualcosa dell'uomo che avrebbe potuto incontrare in un'osteria, magari dopo una discussione politica finita troppo tardi.

Sapeva essere colto senza essere snob, politico senza essere predicatore, malinconico senza diventare patetico e soprattutto ironico senza perdere profondità.

Nelle sue canzoni c'erano gli ultimi, gli sconfitti, gli amici perduti, gli amori finiti, le piccole città, le grandi battaglie e quella provincia italiana che spesso la cultura ufficiale guardava dall'alto verso il basso.

Lui invece ci entrava dentro.

La raccontava.

La amava.

E qualche volta la prendeva anche a schiaffi.

LA CALABRIA LO ASPETTAVA E LUI LA RICONOSCEVA

Forse è per questo che Guccini ha trovato un pubblico così grande anche qui.

Perché la Calabria conosce bene le storie di chi parte, di chi resta, di chi cerca fortuna, di chi torna, di chi conserva un paese nella memoria anche quando vive a mille chilometri di distanza.

Conosce la nostalgia delle piccole città, le discussioni infinite, le tavolate, il vino, la politica, le amicizie che resistono al tempo.

Conosce soprattutto il peso delle parole.

E quella sera a Rende, davanti a migliaia di persone, sembrava quasi che Guccini non fosse venuto da Bologna o da Pavana.

Sembrava uno dei nostri.

Uno che aveva semplicemente fatto un viaggio più lungo per venire a raccontarci qualche storia.

E ADESSO CHE FRANCESCO NON C'È PIÙ

Adesso quella voce non arriverà più da un palco.

Non ci sarà più la chitarra.

Non ci sarà più quella bottiglia accanto al microfono.

Non ci saranno più le sue lunghe introduzioni, le battute, le divagazioni, le stoccate alla politica e quel modo meraviglioso di perdere il filo per poi ritrovarlo esattamente dove voleva lui.

Ma basta mettere una canzone.

E Francesco torna.

Torna la locomotiva.

Torna l'eskimo.

Tornano le osterie.

Tornano le piazze.

Tornano gli amici.

Tornano gli anni che credevamo perduti.

E torna anche quella Rende di giugno, con settemila persone sotto un palco, in una sera d'estate, ad ascoltare un uomo che aveva capito una cosa semplicissima: una canzone può durare cinque minuti, ma se è scritta bene può accompagnarti per tutta la vita.

NON UNA PIETRA, MA UN ALBERO

E allora, per Francesco, niente monumenti.

Niente retorica.

Niente santini.

Ricordiamolo com'era.

Con la chitarra, la barba, la voce roca, l'ironia, le battaglie, i dubbi, le contraddizioni e magari quel bicchiere di vino accanto.

Ricordiamolo mentre racconta una storia prima di cominciare a cantare.

Ricordiamolo mentre prende in giro il potere.

Ricordiamolo mentre una platea intera canta insieme a lui.

Ricordiamolo a Rende.

Perché quella sera la Calabria gli restituì qualcosa che lui aveva regalato per tutta una vita: la sensazione di non essere soli.

E allora torniamo alle sue parole.

“Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio.”

Forse è davvero quello il posto giusto per Francesco.

Non dentro una pietra.

Dentro la terra.

Dentro le radici.

Dentro le canzoni.

Dentro la memoria di chi quella sera c'era e di chi, anche senza esserci stato, continuerà ad ascoltarlo.

Perché gli uomini passano.

Le canzoni, quando sono vere, no.

Ciao, Francesco.

La Calabria ti ricorda così.

Una sera d'estate, uno stadio pieno, migliaia di voci e tu sul palco.

Una chitarra.

Un bicchiere di vino.

E una locomotiva ancora lanciata contro l'ingiustizia.

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