TRA IL 112 E IL 118 C'È DI MEZZO LA VITA: IL GRANDE IMBROGLIO DEI TEMPI DI SOCCORSO

112. IL NUMERO UNICO O L'ALIBI PERFETTO? IN CALABRIA L'EMERGENZA SI PERDE TRA TELEFONI, BUROCRAZIA E PROPAGANDA.

MENTRE LA POLITICA FESTEGGIA LE RIFORME, I CITTADINI CONTINUANO A MORIRE ASPETTANDO CHE QUALCUNO RISPONDA

Esiste un momento in cui ogni propaganda si schianta contro la realtà. È quello in cui un uomo cade a terra colpito da un infarto, una madre vede il figlio perdere conoscenza, un anziano smette di respirare e dall'altra parte della cornetta non arriva un'ambulanza, ma una voce che invita ad attendere. Da quell'istante non esistono più conferenze stampa, inaugurazioni, slogan, passerelle o fotografie istituzionali. Esistono soltanto secondi che scorrono e una famiglia che assiste impotente alla corsa della morte.


Il servizio trasmesso da Le Iene racconta una storia che dovrebbe far tremare qualunque amministratore pubblico. Una figlia chiama i soccorsi mentre il padre sta morendo. Attende. Ripete le informazioni. Viene trasferita. Attende ancora. La linea cade. Richiama. Ricomincia tutto da capo. L'ambulanza arriverà quando ormai non servirà più. Sarà poi la magistratura ad accertare eventuali responsabilità nel caso specifico, ma una domanda resta inchiodata alla coscienza di chi governa il sistema: un modello organizzativo che consente simili ritardi può davvero essere definito efficiente?

IL NUMERO UNICO DOVEVA ELIMINARE GLI OSTACOLI. PER MOLTI CITTADINI SEMBRA AVERNE AGGIUNTO UNO.

Il Numero Unico Europeo 112 nasce con un obiettivo condivisibile: semplificare l'accesso ai soccorsi. L'idea è razionale. La sua applicazione, però, merita di essere valutata con i risultati, non con gli annunci.

video LE IENE

Quando una persona chiama perché qualcuno sta morendo, il cittadino non è interessato all'architettura amministrativa del servizio. Vuole che parta immediatamente un'ambulanza.

Invece, troppo spesso, la chiamata percorre un labirinto. Un primo operatore raccoglie i dati. Successivamente la telefonata viene trasferita alla centrale sanitaria. Talvolta le informazioni vengono richieste una seconda volta. Se il sistema è saturo, iniziano le attese. Se la linea cade, tutto ricomincia.

Ogni singolo passaggio può sembrare irrilevante su una scrivania. Accumulati durante un arresto cardiaco possono fare la differenza tra una rianimazione riuscita e un certificato di morte.

IN CALABRIA IL PROBLEMA DIVENTA DRAMMATICO, PERCHÉ IL RITARDO NON FINISCE QUANDO QUALCUNO RISPONDE AL TELEFONO.

La Calabria convive da anni con tempi di intervento del servizio 118 che risultano tra i più elevati d'Italia secondo i dati AGENAS. Questo significa che, superato il primo ostacolo rappresentato dalla risposta telefonica, resta ancora da affrontare quello dell'arrivo materiale dei soccorsi.

Vibo Valentia oltre i trentacinque minuti.

Cosenza oltre i trenta.

Catanzaro e Reggio Calabria attorno ai trenta.

Crotone poco sotto.

Numeri incompatibili con molte emergenze tempo-dipendenti.

È qui che l'emergenza assume contorni quasi surreali. Se un cittadino impiega diversi minuti soltanto per entrare in contatto con il sistema e poi deve attendere altri trenta minuti perché l'ambulanza raggiunga il luogo dell'intervento, il tempo complessivo rischia di diventare incompatibile con la sopravvivenza in moltissime patologie tempo dipendenti.

La medicina lo ripete da decenni. Nell'arresto cardiaco, nell'infarto, nell'ictus, nelle emorragie gravi, ogni minuto perso riduce drasticamente le probabilità di sopravvivenza o aumenta il rischio di danni permanenti. Non è un'opinione. È fisiologia.

C'È POI UNA DOMANDA CHE NESSUNO SEMBRA AVERE FRETTA DI AFFRONTARE: COME VENGONO COSTRUITI I NUMERI CHE CI RACCONTANO?

Ogni volta che vengono pubblicate statistiche sui tempi di intervento, il cittadino è portato a credere che il cronometro inizi nel momento esatto in cui prende il telefono e chiede aiuto. Nella pratica, però, le metodologie di rilevazione possono utilizzare punti di partenza differenti.

Ed è qui che la trasparenza diventa fondamentale.

Perché il tempo vissuto dal cittadino comprende tutto: gli squilli senza risposta, l'attesa del primo operatore, il trasferimento della chiamata, la seconda attesa, l'eventuale ripetizione delle informazioni, le interruzioni di linea e soltanto dopo la partenza dell'ambulanza.

Se invece le statistiche iniziano a conteggiare il tempo soltanto dopo la presa in carico operativa dell'intervento, una parte dell'attesa reale può non emergere nella rappresentazione finale.

Non significa necessariamente che i dati siano falsi. Significa che possono raccontare soltanto una parte della storia.

Ed è proprio questa differenza che meriterebbe di essere spiegata pubblicamente con assoluta chiarezza.

È LEGITTIMO CHIEDERSI SE SI STIA MISURANDO L'EFFICIENZA DEL SOCCORSO O L'EFFICIENZA DELLA BUROCRAZIA.

Quando un sistema produce risultati così distanti dalla percezione quotidiana dei cittadini, il problema non è soltanto sanitario. Diventa istituzionale.

Perché la fiducia non si costruisce con i comunicati stampa.

Si costruisce dimostrando, minuto dopo minuto, che il servizio funziona davvero.

Ed è per questo che sarebbe opportuno rendere pubblica l'intera filiera temporale di ogni intervento di emergenza, dal primo squillo fino all'arrivo dell'ambulanza, consentendo controlli indipendenti, confronti tra territori e verifiche trasparenti.

Chi amministra un servizio pubblico dovrebbe essere il primo ad avere interesse affinché ogni dato sia accessibile e verificabile.

LA CALABRIA È STANCA DI RIFORME CHE ESISTONO SOLTANTO NELLE CONFERENZE STAMPA.

Negli ultimi anni ai calabresi sono stati promessi cambi di passo, rivoluzioni organizzative, nuove strutture, digitalizzazione, centrali operative moderne, Azienda Zero, razionalizzazioni e modelli destinati, almeno nelle intenzioni, a rendere la sanità più efficiente.

Eppure la cronaca continua a raccontare famiglie che aspettano troppo, ambulanze che arrivano tardi e operatori costretti a lavorare in condizioni spesso denunciate come estremamente difficili.

Una riforma non si misura dal numero di delibere approvate o dalle inaugurazioni organizzate davanti alle telecamere.

Si misura da una sola cosa.

Quante persone riesce a salvare.

Se il cittadino continua ad avere paura di chiamare perché teme di non ricevere un soccorso tempestivo, allora la riforma ha già perso la sua sfida più importante.

IL TEMPO DELLE GIUSTIFICAZIONI È FINITO.

Ogni tragedia viene accompagnata dalle stesse parole: fatalità, criticità, approfondimenti, verifiche, tavoli tecnici, commissioni.

Poi arriva un'altra tragedia.

E un'altra ancora.

La sensazione è che il sistema sia diventato bravissimo a produrre documenti e molto meno efficace nel ridurre i minuti che separano una richiesta di aiuto dall'arrivo dei soccorsi.

In una terra che continua a registrare ritardi così pesanti, il problema non può più essere liquidato come una semplice inefficienza organizzativa. È una questione di responsabilità politica, amministrativa e gestionale. Chi governa la sanità ha il dovere di rispondere dei risultati del sistema che dirige, soprattutto quando quei risultati incidono direttamente sul diritto alla vita.

Perché il cittadino non ha bisogno di statistiche rassicuranti.

Ha bisogno di sapere che, quando comporrà quel numero, dall'altra parte non troverà un'altra attesa.

Troverà qualcuno che gli salverà la vita.

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