118 CALABRIA: MEDICO SI O MEDICO NO?
MEDICO IN AMBULANZA? NO, GRAZIE. IL VERO MALATO È IL SISTEMA 118
MENTRE MEDICI, INFERMIERI, SOCCORRITORI E VOLONTARI LITIGANO SULLE AMBULANZE, LA CALABRIA CONTINUA A NON AVERE UN MODELLO DELL'EMERGENZA URGENZA CHIARO, OMOGENEO E DAVVERO EFFICIENTE
C'è una domanda che torna ciclicamente nel dibattito sul 118: serve il medico a bordo dell'ambulanza?
Domanda legittima, ma posta così rischia di diventare l'ennesima gigantesca distrazione all'italiana. Perché mentre tutti discutono su chi debba sedere dentro un'ambulanza, nessuno sembra avere particolare fretta di spiegare come debba funzionare, nel suo complesso, il sistema che quell'ambulanza dovrebbe rappresentare.
E in Calabria la domanda diventa ancora più imbarazzante: come funziona esattamente il nostro 112/118?
Provate a ricostruirlo.
Centrali operative, PET, mezzi di base, mezzi avanzati, automediche, elisoccorso, personale dipendente, personale convenzionato, associazioni, volontari, medici, infermieri, soccorritori. Una galassia nella quale spesso il cittadino fatica a capire chi faccia cosa, chi decida cosa e, soprattutto, chi debba rispondere quando qualcosa non funziona.
E non è una nostra invenzione.
Lo stesso Programma Operativo regionale 2022-2025 fotografava criticità importanti nella rete dell'emergenza calabrese, comprese postazioni autorizzate ma non ancora attivate e un peggioramento dei tempi di risposta. Nel 2021 il tempo medio "allarme-target" indicato dalla programmazione regionale era arrivato a 31 minuti, contro i 22 del 2018.
Poi arrivano i dati più recenti e la fotografia diventa ancora meno elegante.
Secondo i dati AGENAS riferiti al 2024, il tempo medio di arrivo dell'ambulanza raggiunge 35 minuti a Vibo Valentia, 31 a Cosenza, 30 a Catanzaro e Reggio Calabria e 28 a Crotone, a fronte di un riferimento nazionale di 18 minuti.
A questo punto qualcuno dovrebbe avere il coraggio di fermare per un attimo la discussione da bar sul "medico sì, medico no" e chiedere una cosa molto più seria: che senso ha discutere soltanto della composizione dell'equipaggio quando il problema, in alcune aree, è prima ancora riuscire a far arrivare rapidamente un mezzo?
Perché davanti a un arresto cardiaco, a un ictus, a un infarto, a un politrauma o a un'altra emergenza tempo-dipendente, il tempo non è una voce statistica. È una parte della terapia.
IL MEDICO NON È IL PROBLEMA. L'IDEA DEL "MEDICO SEMPRE" LO È
Sia chiaro: sostenere che il medico non serva mai sarebbe una sciocchezza. Esistono emergenze nelle quali la competenza medica avanzata può essere decisiva. Ma sostenere che ogni ambulanza debba essere automaticamente medicalizzata è altrettanto semplicistico.
Un sistema serio dovrebbe fare una cosa molto più intelligente: mandare la risorsa appropriata al paziente appropriato nel minor tempo possibile.
Il medico, quindi, non deve essere né il tappabuchi universale né una presenza obbligatoria per rassicurare l'opinione pubblica. Allo stesso modo, l'infermiere non è un medico "scontato", il soccorritore non è un infermiere improvvisato e l'autista-soccorritore non è semplicemente quello che guida.
Sono professionalità differenti, con competenze e responsabilità differenti, che devono lavorare insieme secondo formazione, protocolli e organizzazione.
Ed è proprio qui che il dibattito calabrese dovrebbe diventare finalmente serio.
Perché se la domanda è "chi è più importante?", siamo già fuori strada.
La domanda corretta è: chi è formato per fare cosa, in quali condizioni, secondo quali protocolli e con quale responsabilità?
Questa è una domanda da sistema sanitario.
Il resto è tifo da curva.
IN CALABRIA IL PROBLEMA È CHE NON SI CAPISCE UN CAZZO
Detto brutalmente: in Calabria, sul 118, troppo spesso non si capisce un cazzo.
E il problema non è necessariamente l'assenza di professionalità. Anzi, è quasi il contrario.
La Calabria dispone di medici, infermieri, autisti, soccorritori (volontari e non) con esperienza e competenze di livello elevato. Il paradosso è che una parte di questo patrimonio professionale non sembra tradursi in un modello organizzativo altrettanto solido.
Ed è qui che bisogna puntare il dito.
Perché puoi avere ottimi professionisti e continuare ad avere un pessimo sistema.
Puoi avere un infermiere preparatissimo e utilizzarlo male. Puoi avere un medico competente e trasformarlo nel tappabuchi dell'ennesima carenza. Puoi avere un autista-soccorritore esperto e considerarlo poco più di un facchino con la patente. Puoi avere volontari che da anni tengono in piedi pezzi del servizio e utilizzarli come soluzione permanente alle falle strutturali... o "darlo in prestito" alle carenze del Pronto Soccorso e levarlo dalle urgenze del territorio.
Il problema non è quindi il capitale umano. È l'incapacità con cui viene governato.
Ed è proprio questo che i vertici politici e amministrativi della sanità calabrese dovrebbero spiegare. Non con slogan. Con i numeri.
Perché la Regione ha già riconosciuto, nei propri documenti di programmazione, criticità nella rete dell'emergenza. E se oggi i dati continuano a mostrare quelle stesse criticità, nonché tempi di risposta problematici, qualcuno dovrebbe spiegare cosa è stato realmente risolto, cosa no e soprattutto perché.
I "CAPIZZUNI" DELLA SANITÀ DOVREBBERO PARLARE. INVECE SPESSO TACCIONO
Qui arriviamo alla parte più scomoda.
Chi governa la sanità regionale dovrebbe essere il primo a voler chiarire la situazione. Dovrebbe spiegare pubblicamente quante ambulanze siano realmente operative, quante medicalizzate, quante infermierizzate e quante di base; dove siano collocate le automediche, quali siano i tempi medi delle singole postazioni, quali siano le scoperture di personale e quali protocolli regolino l'impiego delle diverse figure professionali.
Dovrebbe essere normale.
Non dovrebbe essere necessario fare giornalismo d'inchiesta per sapere come funziona il sistema pubblico di emergenza.
E invece il dibattito viene spesso lasciato scivolare nella guerra tra categorie: medico contro infermiere, infermiere contro soccorritore, dipendente contro volontario, pubblico contro convenzionato.
Una guerra perfetta. Quella dei poveri...
Perché mentre gli operatori discutono tra loro, il problema organizzativo rimane comodamente fuori dall'inquadratura.
E qui nasce il sospetto politico, che però va formulato per quello che è: un sistema confuso è anche un sistema nel quale diventa più difficile individuare chiaramente responsabilità e risultati.
Non serve inventarsi complotti.
Basta guardare cosa accade quando qualcosa va storto.
L'ambulanza non arriva? Si parla di carenza di mezzi.
Manca l'autista? È un problema di personale.
Manca il medico? È la carenza nazionale.
L'infermiere non può fare qualcosa? Sono i protocolli.
Il volontario non basta? È colpa della convenzione.
L'azienda non risponde? È competenza regionale.
La Regione? È competenza delle aziende.
Alla fine tutti hanno una spiegazione e nessuno sembra avere l'intero problema in mano.
Questa non è governance. È scaricabarile istituzionalizzato.
GLI INFERMIERI NON SONO COMPARSE E GLI AUTISTI SOCCORRITORI NON SONO FACCHINI
Una delle cose più assurde del dibattito è il modo in cui vengono rappresentate le professionalità che compongono il soccorso.
L'infermiere non è il medico mancato e non ha "le stesse identiche competenze" del medico. È un professionista sanitario con competenze proprie, che in emergenza possono essere fondamentali quando sostenute da formazione, procedure e protocolli adeguati.
Il problema, quindi, non è chiedersi se l'infermiere debba sostituire il medico. Il problema è capire quanto il sistema valorizzi realmente le competenze infermieristiche disponibili.
E poi ci sono gli autisti-soccorritori.
Questi ultimi continuano a essere trattati troppo spesso come personale esecutivo, quando in realtà operano nel cuore del sistema dell'emergenza. Guidano in condizioni difficili, raggiungono scenari complessi, partecipano alla gestione del paziente, collaborano con l'équipe e devono conoscere procedure e sicurezza operativa.
La Calabria stessa ha previsto importanti procedure di reclutamento per autisti di ambulanza, segnale evidente che quella figura non è affatto marginale.
Eppure sul piano della valorizzazione professionale siamo ancora troppo spesso alla logica del "tu guida e porta la barella".
No.
Un'ambulanza non è un taxi con la sirena.
E chi ci lavora non può essere considerato manodopera da utilizzare quando serve e dimenticare quando si discute di organizzazione.
Mezzi e personale MSB sono importantissimi. E non possono diventare sistematicamente facchini di turno, utilizzandoli per trasferimenti come taxi sanitario, o reparti con le ruote che tappa i buchi dell'organizzazione Ospedaliera.
IL PARADOSSO CHE NESSUNO RACCONTA
Esiste poi un paradosso tutto calabrese che meriterebbe una discussione pubblica seria.
Quando si parla di equipaggi, medici, infermieri e organizzazione del soccorso, quasi nessuno sembra accorgersi di una particolarità tutt'altro che marginale: sulle ambulanze MSA (Mezzi di Soccorso Avanzato) la figura del soccorritore, di fatto, non esiste come ruolo formalmente riconosciuto.
O meglio, esiste nella realtà operativa ma scompare nell'organigramma.
L'autista dell'ambulanza è quasi sempre anche un soccorritore formato, interviene sulla scena, collabora nella gestione del paziente, partecipa alle attività di soccorso e rappresenta a tutti gli effetti una componente dell'equipaggio. Eppure il sistema continua a identificarlo prevalentemente come figura tecnica.
In pratica, nel momento stesso in cui sale su un mezzo avanzato, il soccorritore sembra trasformarsi amministrativamente in un semplice autista.
Il risultato è paradossale.
Da una parte si continua a discutere della necessità di medici e infermieri, dall'altra si ignora completamente la terza gamba sulla quale poggia gran parte dell'operatività quotidiana dell'emergenza territoriale.
Ancora più singolare è il fatto che gli unici autisti-soccorritori realmente riconosciuti come tali risultino spesso quelli impiegati sui mezzi di soccorso di base gestiti dal privato convenzionato.
Tradotto: chi opera sulle MSB private viene identificato come autista-soccorritore, mentre chi svolge funzioni analoghe all'interno di molti MSA pubblici finisce per essere inquadrato principalmente come tecnico.
Una differenza che apre interrogativi non soltanto sul piano contrattuale e professionale, ma anche sul modo in cui il sistema percepisce e valorizza le competenze realmente presenti sugli equipaggi.
Perché se un professionista svolge attività di soccorso, partecipa alle operazioni di emergenza e contribuisce alla gestione del paziente, forse il problema non è capire come chiamarlo.
Il problema è capire perché il sistema continui a fare finta che quella professionalità non esista.
VOLONTARIATO: RISORSA PREZIOSA, MA NON PUÒ DIVENTARE IL CEROTTO DEL SISTEMA
Sul volontariato serve altrettanta chiarezza.
Il volontariato, nel vero senso del termine, è morto. Da quanto in seguito alla convenzione stipulata con le Croci private, l'Asp si è accorto improvvisamente che stava trattando il volontariato nel soccorso, come vera e propria "manodopera gratuita" a costo zero... o quasi.
Nonostante il volontariato ha rappresentato e continua a rappresentare una componente importante del soccorso calabrese. Molte associazioni hanno accumulato, infatti, esperienza sul campo che sarebbe folle disperdere.
E così ne ha preteso la regolarizzazione.
Ma proprio per questo bisogna smettere di confondere due concetti: integrare il volontariato nel sistema pubblico non significa utilizzare il volontariato per compensare indefinitamente le carenze del sistema pubblico... e le incapacità di questo o quel dirigente o amministratore.
Se una Regione ha bisogno strutturalmente di associazioni, convenzioni e disponibilità volontarie per garantire il servizio ordinario, la domanda diventa inevitabile: siamo davanti a una scelta organizzativa oppure a una necessità determinata dalle carenze?
Perché sono due cose completamente diverse.
Il volontariato deve essere valorizzato, regolamentato e integrato. Ma non può diventare l'alibi attraverso il quale si evita di affrontare la professionalizzazione, la formazione e la programmazione del personale.
IL 118 NON PUÒ ESSERE IL PRONTO SOCCORSO DOMICILIARE DELLA CALABRIA
Poi c'è l'altra grande questione, quella degli interventi impropri.
Chi lavora nel 118 racconta quotidianamente di richieste per problemi presenti da ore o giorni, patologie minori, cadute non recenti, disidratazioni, crisi d'ansia e situazioni che spesso avrebbero bisogno di una risposta territoriale piuttosto che di un mezzo di emergenza.
Ma anche qui bisogna smetterla con la retorica del cittadino "che abusa".
Il cittadino utilizza il servizio che trova.
Se la medicina territoriale non risponde, se non sa a chi rivolgersi, se i servizi sono difficili da raggiungere o se non esiste una risposta rapida alternativa, il 118 diventa inevitabilmente il grande imbuto della sanità.
Poi ci lamentiamo perché arrivano troppe chiamate.
È troppo comodo.
Prima bisogna costruire l'alternativa.
Il potenziamento dell'assistenza territoriale previsto dalla riforma nazionale e dagli investimenti sulle Case di Comunità, sugli Ospedali di Comunità e sulle Centrali Operative Territoriali va proprio nella direzione di intercettare i bisogni sanitari prima che finiscano automaticamente nell'emergenza.
Una Casa di Comunità che esiste sulla carta non basta.
Un servizio territoriale diventa realmente utile quando il cittadino sa che esiste, può accedervi e trova qualcuno che risponde.
Altrimenti resta una struttura.
E il 118 continua a fare da tappo.
LA VERA RIFORMA NON È "MEDICO SÌ O NO"
La Calabria non ha bisogno dell'ennesima guerra tra professionisti.
Ha bisogno di un modello.
Un modello nel quale la formazione sia omogenea, le competenze definite, i protocolli chiari, i mezzi adeguati e gli indicatori pubblici. Un sistema nel quale l'autista-soccorritore sia realmente professionalizzato, l'infermiere possa esercitare le proprie competenze secondo protocolli appropriati, il medico venga impiegato dove il suo livello professionale è necessario e il volontariato (ex) sia una risorsa integrata, non una toppa permanente.
Serve una vera integrazione tra mezzi di base, mezzi avanzati, automediche ed elisoccorso.
Serve tecnologia.
Serve trasmissione dei dati clinici.
Serve formazione continua.
Serve soprattutto una centrale operativa capace di decidere quale risorsa inviare e una rete territoriale abbastanza forte da non trasformare ogni problema sanitario in una chiamata al 118.
E serve una cosa ancora più importante:
qualcuno che risponda del risultato complessivo.
PERCHÉ IL VERO MALATO È IL SISTEMA
Alla fine, quindi, medico in ambulanza?
Quando serve, sì.
Infermiere?
Quando il modello lo prevede e con competenze, formazione e protocolli adeguati.
Soccorritore?
Professionalizzato e valorizzato.
Autista-soccorritore?
Non un facchino con la patente.
Volontario?
Una risorsa, non un tappabuchi.
Automedica?
Una componente della rete, non una presenza occasionale.
Medicina territoriale?
Una vera alternativa al 118.
Regione?
A governare tutto questo.
Perché il 118 non è un'ambulanza.
È una rete.
E quando quella rete funziona male, non basta infilare un medico dentro un mezzo per trasformare il caos in organizzazione.
Questa è la verità che qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dire.
La Calabria non ha necessariamente bisogno di più discussioni su chi debba stare dentro l'ambulanza.
Ha bisogno di sapere perché una regione che possiede professionalità sanitarie di alto livello continua ad avere una rete dell'emergenza con tempi di risposta così lontani dagli standard.
Ha bisogno di sapere quanti mezzi sono realmente disponibili, dove sono, con quali equipaggi, con quali protocolli e con quali tempi.
Ha bisogno di sapere chi decide.
E soprattutto ha bisogno di sapere chi risponde.
Perché le competenze, in Calabria, ci sono.
I professionisti ci sono.
L'esperienza sul campo c'è.
Quello che continua a mancare, troppo spesso, è la capacità di trasformare tutto questo in un sistema coerente.
Ed è qui che dovrebbe cominciare la discussione politica.
Non dall'ennesimo microfono davanti a un'ambulanza.
Non dall'ennesima guerra tra categorie.
Non dall'ennesimo "medico sì, medico no".
Ma da una domanda molto più scomoda:
CHI HA COSTRUITO QUESTO SISTEMA E PERCHÉ, DOPO ANNI, NON SIAMO ANCORA IN GRADO DI SPIEGARE CON CHIAREZZA COME FUNZIONA?
Perché se l'ambulanza arriva dopo trenta minuti quando ogni minuto conta, a quel punto il problema non è più soltanto chi c'era dentro.
Il problema è chi ha costruito il sistema che ce l'ha fatta arrivare così tardi.
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