CASO CAROLEI: LA PROCURA DI COSENZA E QUELLO STRANO MODO DI AMMINISTRARE LA GIUSTIZIA
CAROLEI, LA MACCHINA DEL FANGO È PARTITA. MA IO NON CI STO
GRANATA, IL POTERE, LA GUERRA CON IANNUCCI E IL TRIBUNALE DEI SOCIAL: PRIMA DI DISTRUGGERE LE PERSONE, ASPETTATE ALMENO CHE LA GIUSTIZIA (QUELLA VERA!) FACCIA IL SUO LAVORO
Ed eccola qua, puntuale come sempre, la macchina del fango. È bastata la notizia dell’inchiesta che coinvolge Francesco Iannucci, Paolo Filice, Andrea Forlino e gli altri per vedere partire il solito spettacolo di merda: gente che non conosce le carte, non conosce gli atti, non conosce le circostanze, non sa un cazzo di quello che c’è dentro un fascicolo, ignoranti patentati e cattivi, eppure si sente autorizzata a mettere alla gogna delle persone come se fosse già arrivato il giudizio universale.
Siete dei pecoroni ignoranti con gli anelli al naso... e manco ve ne accorgete!
Un giudice non è Gesù Cristo sceso in terra. E la Procura non è l'anticamera della Verità a priori.
Io invece voglio partire da un punto preciso, perché questa storia, a quanto pare, non sembra nata ieri e soprattutto non sembra nata dal nulla. Specie dopo aver letto il nome di Maximiliano Granata su qualche articolo di giornale.
A Cosenza Maximiliano Granata è da anni un protagonista delle guerre politiche e amministrative che ruotano attorno al Consorzio Valle Crati. E io non ho mai avuto l'impressione di trovarmi davanti a uno che si accontenta di stare a guardare.
Granata è uno di quei personaggi che sembrano avere una necessità permanente di stare dentro qualcosa: un incarico, una presidenza, una poltrona, un ruolo, un titolo, un centro di potere. La politica come ascensore, il potere come destinazione e la poltrona come elemento imprescindibile dell'arredamento.
Questa è la mia opinione politica su di lui, maturata osservando negli anni il suo percorso e le vicende che lo hanno accompagnato. E non mi interessa addolcirla.
Perché quando parliamo di Granata non stiamo parlando di un novellino appena entrato nella politica cosentina. Parliamo di un uomo che da anni gira dentro le stanze del potere locale, passando attraverso partiti, correnti, alleanze e incarichi, sempre alla ricerca di uno spazio dal quale contare.
E quando uno passa così tanto tempo alla ricerca del potere, prima o poi bisogna anche chiedersi perché.
GRANATA NON È NUOVO ALLA GIUSTIZIA
E qui arriviamo alla parte che molti oggi sembrano avere improvvisamente dimenticato.
Maximiliano Granata non è un angioletto sceso dal cielo con le tavole della legalità sotto il braccio.
Nel 2016 fu destinatario di un'interdizione dai pubblici uffici per dodici mesi nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Cosenza nella quale gli venivano contestate, tra le altre cose, ipotesi di corruzione elettorale e abuso d'ufficio. L'accusa riguardava anche l'utilizzo di risorse e personale per attività che, secondo la ricostruzione investigativa dell'epoca, sarebbero state collegate alla campagna elettorale del fratello Vincenzo.
Questa non è una voce di paese.
È una vicenda giudiziaria.
E proprio perché io non faccio il giustizialista a convenienza, aggiungo immediatamente l'altra metà della storia: quel procedimento non si concluse con una condanna definitiva di Granata. La vicenda arrivò all'assoluzione, dopo che nel procedimento emersero anche questioni relative all'utilizzabilità delle intercettazioni.
E sapete perché questa parte la considero fondamentale?
Perché dimostra esattamente quello che sto cercando di dire.
Uno può essere indagato.
Uno può essere colpito da una misura.
Uno può finire sui giornali.
Uno può essere massacrato pubblicamente.
E poi può essere assolto.
Quindi smettetela di raccontarmi la favola secondo cui “se la Procura indaga qualcosa avrà fatto”.
Non è così.
Se la Procura indaga, significa che esiste un'ipotesi investigativa che deve essere verificata.
La colpevolezza è un'altra cosa.
IO NON CREDO NEI SANTI. MA NON CREDO NEMMENO NEI GIUDICI INFALLIBILI
E qui arriva la parte che probabilmente darà fastidio a molti.
Io non mi fido dei tribunali.
Non mi fido dei giudici.
Non mi fido delle Procure. Sopratutto quella di Cosenza...
Non perché penso che siano tutti corrotti, incapaci o in malafede, ma perché sono fatti di uomini e donne e gli uomini e le donne possono sbagliare.
Eccome se possono sbagliare.
Sbagliano gli investigatori.
Sbagliano i magistrati.
Sbagliano i consulenti.
Sbagliano le perizie.
Sbagliano le valutazioni.
Sbagliano le ricostruzioni.
E qualche volta un'indagine può prendere una direzione sbagliata e trascinarsi dietro persone innocenti per anni.
Chi non vuole accettare questa possibilità vive in una realtà fatta di cartone.
Io no.
Io ho visto abbastanza per sapere che anche la giustizia può prendere cantonate gigantesche.
E so anche che una vicenda giudiziaria può essere condizionata da fattori esterni, interessi personali, pressioni, rapporti di potere, rivalità politiche e convenienze.
Sto dicendo che non sono così ingenuo da escludere a priori che possa accadere.
Perché prima di credere ciecamente a una Procura voglio vedere le carte, voglio capire come è stata costruita, voglio sapere cosa è stato valutato.
E prima di credere ciecamente a un'assoluzione voglio capire cosa è successo.
Perché la verità non diventa verità soltanto perché porta una toga.
E INTANTO IANNUCCI COMBATTE DA ANNI CONTRO GRANATA
Ed è qui che entra Francesco Iannucci.
Iannucci e Granata non sono due sconosciuti che questa settimana si sono incontrati per caso davanti a un fascicolo giudiziario.
Tra i due esiste da anni uno scontro politico e amministrativo legato al Consorzio Valle Crati.
Iannucci contesta da tempo la gestione e la posizione di Granata alla guida dell'ente e ha portato avanti una battaglia giudiziaria per cercare di modificare quell'assetto. Il contenzioso è reale e non è una fantasia inventata oggi per costruire una narrazione. Nel 2026 lo stesso TAR Calabria ha rinviato la questione alla giurisdizione ordinaria, mentre una precedente sentenza del Tribunale ordinario di Cosenza aveva dichiarato illegittima una delibera del Consorzio.
Quindi abbiamo un dato politico incontestabile: Iannucci e Granata sono da anni avversari in una battaglia che riguarda potere, gestione e controllo di un ente importante... che maneggia un sacco di soldi.
Questo non dimostra assolutamente che l'inchiesta contro Iannucci sia stata provocata da Granata.
E io non lo scriverò come se fosse un fatto accertato.
Ma proprio per questo pretendo che nessuno faccia finta che questo conflitto non esista.
Perché sarebbe ridicolo raccontare la storia cancellando il pezzo più scomodo.
E C’È ANCHE LA QUESTIONE LUCIA MARLETTA
Lucia Marletta è magistrata del Tribunale di Cosenza ed è la moglie di Granata.
Questo è un fatto.
E proprio perché è un fatto, io non ho bisogno di trasformarlo in accuse campate per aria.
So che in passato, in relazione a una vicenda giudiziaria che coinvolgeva Granata, la stessa magistrata si è astenuta da un procedimento nel quale poteva emergere una situazione di incompatibilità. È esattamente quello che dovrebbe accadere quando esiste un potenziale conflitto: ci si astiene e si evita che il rapporto familiare possa diventare un problema.
Ma allora una domanda me la pongo lo stesso: perché dovrei essere obbligato a fidarmi ciecamente di tutto ciò che accade dentro un sistema giudiziario soltanto perché c'è una toga di mezzo?
Non lo sono.
E non lo sarò mai.
Perché le toghe non sono divinità.
Sono persone.
E le persone possono sbagliare.
IL VERO PROBLEMA È QUELLO CHE STATE FACENDO AGLI INDAGATI
Perché adesso torniamo a Iannucci, Filice, Forlino e agli altri.
Io li difendo.
Sì.
Li difendo.
Non perché sappia che sono innocenti. Ma perché per me lo sono... a priori!
Li difendo perché in tempi bui, non lontani, mi sono visto loro accanto... e nessun altro.
Li difendo perché hanno il diritto di non essere massacrati prima ancora che una sentenza dica se hanno commesso oppure no ciò che viene loro contestato.
E sooratutto difendo le loro famiglie.
Difendo i loro figli.
Difendo le loro mogli.
Difendo i loro genitori.
Difendo gli amici.
Difendo i conoscenti che improvvisamente si trovano coinvolti soltanto perché conoscono una persona finita dentro un'indagine.
Perché voi non avete la minima idea di cosa succede dentro una famiglia quando arriva una notizia del genere.
Non avete idea di cosa significhi vedere il proprio nome sbattuto sui giornali.
Non avete idea di cosa significhi uscire di casa sapendo che tutti ti guardano.
Non avete idea di cosa significhi un figlio che legge una cosa su internet e torna a chiedere al padre che cosa sta succedendo.
Non avete idea di cosa significhi una moglie che deve affrontare telefonate, messaggi, commenti e sguardi.
E voi, nel frattempo, state lì a fare gli stronzi sui social.
Perché per voi è un post.
Per loro è la vita.
IO NON VOGLIO UNA GIUSTIZIA VELOCE. VOGLIO UNA GIUSTIZIA FATTA BENE
Ed è qui che arriviamo al punto.
La giustizia non dovrebbe partire in velocità, distruggere tutto quello che trova davanti e soltanto dopo mettersi a verificare se fatti e circostanze erano davvero quelli ipotizzato. Questa non è giustizia, cazzo. È giustizialismo!
Dovrebbe fare l'esatto contrario.
Dovrebbe verificare.
Dovrebbe controllare.
Dovrebbe approfondire.
Dovrebbe mettere insieme le prove.
Dovrebbe ascoltare tutte le parti.
Dovrebbe procedere per gradi.
E soltanto dopo dovrebbe arrivare a una conclusione.
Perché nel frattempo una famiglia può essere distrutta.
Un matrimonio può saltare.
Un figlio può essere segnato.
Un'amicizia può finire.
Una reputazione può essere cancellata.
Un futuro professionale può essere bruciato.
Una persona può perdere tutto.
E se poi arriva un'assoluzione, chi cazzo restituisce quello che è stato perso?
Chi cancella il dolore?
Chi torna dai figli?
Chi ricostruisce la reputazione?
Chi cancella gli insulti?
Chi rimette insieme una famiglia?
Nessuno.
Ed è questo che mi fa incazzare.
PRIMA LE PERSONE, POI LE SENTENZE SOCIAL
A chi oggi sta massacrando Iannucci, Filice, Forlino e gli altri dico semplicemente di vergognarsi.
Perché nessuno di voi ha il diritto di trasformare un'indagine in una condanna.
Perché se l'indagine non reggerà, se le accuse cadranno, se arriverà un'assoluzione, voglio vedere quanti di quelli che oggi sputano veleno avranno il coraggio di tornare sui propri post.
Perché la merda che si butta addosso a una persona non sparisce quando arriva un'assoluzione.
Rimane nella memoria.
Rimane su internet.
Rimane nelle famiglie.
Rimane soprattutto nei figli.
IO NON SONO UN DIFENSORE DI IANNUCCI. SONO UN DIFENSORE DEL DIRITTO
Questa è la differenza che non volete capire.
Io difendo Iannucci.
Difendo Filice.
Difendo Forlino.
Difendo gli altri coinvolti.
Ma soprattutto difendo il loro diritto a essere giudicati dopo che la giustizia avrà fatto il suo lavoro.
Difendo il diritto delle loro famiglie a non essere travolte da una valanga di merda prima ancora che esista una sentenza.
Difendo il diritto dei loro amici e dei loro conoscenti a non diventare automaticamente complici, colpevoli o sospetti soltanto perché conoscono quelle persone.
E difendo perfino il diritto della giustizia a sbagliare, purché poi abbia il coraggio di riconoscere quando sbaglia... e provveda a ristabilire l'ordine. Senò che cazzo di giustizia è?
Perché questo è lo Stato di diritto.
Non il tribunale di Facebook.
La giustizia deve fare le cose per bene.
Non perché si chiama giustizia deve partire a tutta velocità, distruggere famiglie, affetti, reputazioni e futuro e soltanto dopo chiedersi se quello che aveva ipotizzato fosse vero.
Perché quando la giustizia arriva dopo che hai distrutto una vita, anche se alla fine scopre di essersi sbagliata, spesso è arrivata troppo tardi.
Ed è per questo che oggi non mi interessa fare il garantista di comodo.
Non mi interessa difendere un partito.
Non mi interessa difendere una poltrona.
Non mi interessa difendere un sindaco perché mi sta simpatico.
Io difendo una cosa molto più semplice e molto più importante: il diritto di ogni persona a non essere massacrata prima ancora che una sentenza stabilisca se è colpevole.
E difendo le persone che stanno dietro quella persona.
Le famiglie.
I figli.
Le mogli.
Gli amici.
I conoscenti.
La loro dignità.
La loro reputazione.
Il loro futuro.
Perché una giustizia che vuole essere giustizia deve prima accertare e poi colpire.
Non colpire e soltanto dopo cercare di capire.
Altrimenti non stiamo più parlando di giustizia.
Stiamo parlando di una macchina che, quando parte, può travolgere tutto.
E io quella macchina l'ho già vista.
So cosa può fare.
Ed è proprio per questo che oggi, a differenza di tutti i giudici de sticazzi che hanno già emesso la loro sentenza, io aspetto.
Aspetto la verità.
E nel frattempo, a chi ha già deciso che Iannucci, Filice, Forlino e gli altri sono colpevoli, dico soltanto una cosa:
prima di distruggere una persona, assicuratevi almeno di avere il diritto di farlo.
Perché una sentenza può arrivare domani.
Il fango che avete tirato oggi, invece, potrebbe restare per tutta la vita.
E questo, per me, è già abbastanza per dirvi una cosa senza mezzi termini:
vergognatevi. E andate pure affanculo!
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