HANNO PROMESSO LA RIVOLUZIONE. DA OGGI VEDREMO SE HANNO COSTRUITO SANITÀ O SOLTANTO STRUTTURE
DAGLI OSPEDALI CHIUSI ALLE CASE DI COMUNITÀ: LA GRANDE SCOMMESSA DELLA SANITÀ CALABRESE
NEL 2010 LA SCURE SUGLI OSPEDALI, OGGI LA RIVOLUZIONE TERRITORIALE. MA IL VERO DUBBIO NON È IL MODELLO: È CHI LO DEVE FAR FUNZIONARE
C'è un'immagine che racconta meglio di cento conferenze stampa la parabola della sanità calabrese.
Da una parte, il 2010: Giuseppe Scopelliti commissario ad acta, il Piano di rientro, il decreto commissariale n. 18 e la riconversione di 18 ospedali calabresi. Dall'altra, oggi: Roberto Occhiuto, presidente della Regione e commissario della sanità fino alla recente uscita dal commissariamento, in prima fila insieme ad assessori, manager e amministratori, a raccontare la nuova stagione della sanità territoriale.
In mezzo ci sono sedici anni di commissariamenti, piani di rientro, riorganizzazioni, direttori generali, promesse di rinascita e una sanità che, nonostante miliardi di risorse movimentate nel tempo, continua a costringere migliaia di calabresi a fare i conti con liste d'attesa, carenza di personale, pronto soccorso sotto pressione e mobilità sanitaria.
Oggi il paradigma cambia.
Nella provincia di Cosenza arrivano 26 Case di Comunità e 9 Ospedali di Comunità. Trentacinque strutture che dovrebbero rappresentare la nuova frontiera dell'assistenza territoriale.
E questa volta sarebbe sbagliato partire dalla diffidenza.
Perché il problema non è il modello.
Il problema è la credibilità di chi quel modello lo deve realizzare.
I calabresi non sono contrari alle Case di Comunità. Al contrario, vorrebbero che funzionassero domani mattina. Sono semplicemente diventati abbastanza esperti da non confondere un'inaugurazione con un risultato.
DALLE 18 CHIUSURE DEL 2010 ALLA NUOVA SANITÀ TERRITORIALE
Nel 2010 la Calabria affrontava una situazione finanziaria drammatica. Il Piano di rientro dal disavanzo sanitario portò al riordino della rete ospedaliera e alla riconversione di 18 strutture.
L'obiettivo dichiarato era ridurre i costi e rendere più appropriata l'offerta sanitaria, spostando una parte dell'assistenza dall'ospedale al territorio.
Il problema è che quel territorio, per anni, non è stato realmente messo nelle condizioni di sostituire ciò che veniva progressivamente ridimensionato.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno ospedali, ma un territorio spesso incapace di prendere in carico il cittadino prima che il problema diventi emergenza.
Ora la strategia viene ribaltata.
Il PNRR e il DM 77/2022 finanziano e organizzano una rete nella quale la Casa di Comunità dovrebbe diventare il punto di riferimento della sanità di prossimità, mentre l'Ospedale di Comunità dovrebbe accogliere i pazienti che non necessitano più di cure ospedaliere per acuti ma non sono ancora pronti per il rientro a domicilio.
La differenza è sostanziale.
La Casa di Comunità deve intercettare, prevenire, diagnosticare, seguire e prendere in carico.
L'Ospedale di Comunità deve garantire assistenza intermedia.
L'ospedale per acuti dovrebbe concentrarsi sui casi realmente complessi.
Se la macchina funziona, il cittadino dovrebbe arrivare meno spesso al Pronto Soccorso e, quando ci arriva, dovrebbe farlo perché ne ha realmente bisogno.
Questo è il progetto.
Ed è un progetto sensato.
IL MODELLO NON È UN'INVENZIONE CALABRESE
Prima di massacrare il nuovo sistema bisogna riconoscere un fatto: il modello territoriale può funzionare.
L'Emilia-Romagna lo dimostra con una rete costruita negli anni attraverso le Case della Salute, che hanno preceduto le attuali Case di Comunità. Gli studi regionali hanno evidenziato riduzioni degli accessi al Pronto Soccorso e dei ricoveri per condizioni gestibili territorialmente, con risultati migliori laddove i medici di medicina generale erano effettivamente integrati nella struttura.
È un dettaglio decisivo.
Non basta avere il palazzo.
Serve il medico dentro il palazzo.
La Lombardia rappresenta invece l'altra faccia della medaglia. È una delle regioni che ha investito maggiormente nelle strutture territoriali, ma proprio lì sono emerse criticità nella presenza effettiva dei medici di medicina generale e nell'integrazione professionale.
La lezione è semplice: costruire una rete territoriale è relativamente facile; renderla realmente operativa è molto più difficile.
E la Calabria parte da una situazione assai più fragile.
COSENZA, 35 STRUTTURE E UNA SCOMMESSA ENORME
Secondo quanto riportato, nella provincia di Cosenza il nuovo modello coinvolgerà 26 Case di Comunità e 9 Ospedali di Comunità, con centinaia di professionisti e un significativo coinvolgimento dei medici di medicina generale.
Numeri importanti.
Ma il numero delle strutture non può diventare il parametro con cui misurare il successo.
Una Casa di Comunità è realmente una Casa di Comunità soltanto quando il cittadino può entrarci e trovare il servizio per il quale è stato progettato.
È qui che comincia il vero dossier.
Non ci interessa sapere soltanto quante strutture sono state realizzate.
Ci interessa sapere quante sono realmente operative secondo gli standard previsti, quante ore di assistenza garantiscono, quanti medici sono effettivamente presenti, quanti infermieri e OSS sono in servizio, quali specialisti sono disponibili e quali prestazioni vengono realmente erogate.
Il dato decisivo sarà il rapporto tra strutture inaugurate e servizi realmente funzionanti.
Perché una struttura aperta sulla carta non riduce una lista d'attesa, non cura una cronicità, non sostituisce un medico.
IL DOSSIER PERSONALE: LA RISORSA CHE IL PNRR NON PUÒ COSTRUIRE
Qui si trova probabilmente il principale punto debole dell'operazione.
Il PNRR può finanziare infrastrutture, tecnologie e investimenti.
Non può creare medici.
Non può moltiplicare gli infermieri.
Non può risolvere automaticamente la carenza degli specialisti.
E non può garantire che un professionista scelga di lavorare stabilmente in una struttura territoriale calabrese.
Per questo il primo indicatore da controllare sarà la dotazione organica reale.
Non quella prevista.
Quella presente.
Non "saranno disponibili".
Sono disponibili?
E per quante ore?
Con quale rapporto di lavoro?
Con quale continuità?
Con quali sostituzioni in caso di assenza?
Perché il territorio funziona soltanto se è affidabile.
Se oggi c'è il medico e domani no, se uno specialista è disponibile una volta alla settimana e poi sparisce per mesi, se il cittadino viene preso in carico ma non trova continuità, la Casa di Comunità rischia di diventare soltanto un nuovo passaggio burocratico.
IL DOSSIER ECONOMICO: IL VERO CONTO COMINCIA QUANDO FINISCE IL PNRR
Ed eccoci alla questione che dovrebbe interessare maggiormente Regione Calabria, ASP di Cosenza e Azienda Zero.
Quanto costeranno ogni anno le 35 strutture una volta terminata la fase straordinaria degli investimenti?
Non il costo del cantiere.
Il costo della vita.
Perché una volta inaugurata, ogni struttura dovrà essere mantenuta.
Il personale dovrà essere pagato.
Gli edifici dovranno essere riscaldati, raffrescati, puliti e manutenuti.
Le apparecchiature dovranno essere controllate e sostituite.
I sistemi informatici dovranno essere aggiornati.
Le utenze dovranno essere pagate.
I servizi dovranno essere garantiti.
E gli Ospedali di Comunità dovranno sostenere i costi propri di una struttura assistenziale con posti letto.
Il punto non è demonizzare la spesa.
La sanità costa.
Il punto è stabilire se questa spesa produrrà un beneficio proporzionato.
Se le Case di Comunità ridurranno gli accessi impropri al Pronto Soccorso, i ricoveri evitabili, le complicanze delle patologie croniche e parte della mobilità sanitaria, allora l'investimento potrà avere una logica anche economica.
Se invece i cittadini continueranno a rivolgersi agli ospedali perché il territorio non risponde, avremo aggiunto costi senza eliminare quelli precedenti.
Questo è il rischio da monitorare.
IL DOSSIER PIÙ IMPORTANTE: COSA SUCCEDE DOPO IL 2026?
La vera prova arriverà quando finiranno i finanziamenti straordinari.
È allora che bisognerà verificare se esiste una copertura strutturale per il personale e per i costi di funzionamento.
La Regione dovrà dimostrare che il nuovo sistema è finanziariamente sostenibile nel medio e lungo periodo, senza sacrificare contemporaneamente ospedali, emergenza-urgenza e servizi già esistenti.
Perché esiste un paradosso che nessuno può permettersi di ignorare.
Se per far funzionare le Case di Comunità si sottraggono risorse agli ospedali, non abbiamo risolto il problema.
Se per mantenere gli ospedali si svuota il territorio, non abbiamo risolto il problema.
Se aumentiamo entrambi senza avere risorse sufficienti, abbiamo creato un problema finanziario ancora più grande.
La vera riforma sarà dunque quella capace di ridistribuire correttamente le risorse, non semplicemente di aggiungere strutture.
IL DOSSIER RISULTATI: LA RIVOLUZIONE DOVRÀ ESSERE MISURABILE
Fra uno, tre e cinque anni bisognerà poter mettere davanti alla Regione numeri precisi.
Gli accessi al Pronto Soccorso dovranno essere confrontati con quelli precedenti.
I ricoveri evitabili dovranno essere misurati.
Le liste d'attesa dovranno essere monitorate.
La presa in carico dei pazienti cronici dovrà essere verificata.
L'assistenza domiciliare dovrà essere confrontata con gli obiettivi.
La mobilità sanitaria dovrà essere analizzata.
I posti degli Ospedali di Comunità dovranno essere valutati sulla base dell'effettivo utilizzo.
E soprattutto dovrà essere calcolato il costo della nuova rete rispetto ai risultati ottenuti.
Questo sarebbe un vero bilancio della riforma.
Non il numero delle fotografie pubblicate il giorno dell'inaugurazione.
PERCHÉ LA DIFFIDENZA DEI CALABRESI HA UNA RAGIONE PRECISA
Ed è qui che ritorna il tema politico.
La diffidenza non nasce dal modello.
Nasce dalla storia.
Nasce dal fatto che negli ultimi decenni ogni nuova stagione amministrativa ha portato con sé la propria promessa di rinascita.
E ogni volta qualcuno si è presentato come quello che finalmente avrebbe sistemato tutto.
Oggi, davanti alle nuove strutture, ci sono nuovamente politici e amministratori pronti a raccontare la grande svolta.
Proprio oggi mentre guardavo la conferenza stampa per la presentazione del nuovo modello di sanità territoriale, avrei voluto avere anch'io un microfono davanti per dire ai cittadini: MA VÙI L'AVITI VISTI INTR'A FACCIA? NON SONO GLI STESSI CHE, FINO A MO, NON NE HANNO AZZECCATA UNA?
I cittadini hanno memoria.
Ricordano le strutture chiuse.
Ricordano i servizi annunciati e mai realmente decollati.
Ricordano i commissariamenti.
Ricordano le emergenze.
Ricordano i pronto soccorso.
Ricordano le liste d'attesa.
Ricordano la migrazione sanitaria.
E soprattutto ricordano una parola che nella politica calabrese è stata pronunciata talmente tante volte da aver perso quasi il significato:
"Adesso".
Adesso cambiamo.
Adesso riformiamo.
Adesso risolviamo.
Adesso ripartiamo.
Adesso la sanità sarà diversa.
Il problema è che dopo abbastanza "adesso", il cittadino comincia a chiedere una cosa molto meno spettacolare.
I risultati.
NESSUN SALVATORE DELLA PATRIA, GRAZIE
Questa volta, quindi, niente bocciatura preventiva.
Ma nemmeno cambiali in bianco.
Se il modello funziona, saremo i primi a riconoscerlo.
Se le Case di Comunità ridurranno realmente la pressione sugli ospedali, benissimo.
Se gli Ospedali di Comunità miglioreranno le dimissioni e la continuità assistenziale, ancora meglio.
Se il territorio riuscirà finalmente a intercettare la domanda sanitaria prima che diventi emergenza, sarà una vittoria per tutti.
Ma nessuno si attribuisca oggi il merito di una vittoria che deve ancora essere conquistata.
Perché il taglio del nastro è politica.
Far funzionare la struttura è amministrazione.
E sono due mestieri completamente diversi.
La Calabria non ha bisogno dell'ennesimo Salvatore della patria.
Ha bisogno di amministratori capaci di programmare, dirigenti capaci di organizzare e professionisti messi nelle condizioni di lavorare.
E soprattutto ha bisogno di una cosa che finora è mancata troppo spesso:
continuità.
IL CONTO ARRIVERÀ. E NON POTRÀ ESSERE PAGATO CON UN COMUNICATO STAMPA
La vera domanda, alla fine, non è quanto siano costate le 35 strutture.
È quanto costeranno ogni anno e quanto valore sanitario riusciranno a produrre.
Quanto costeranno i medici, gli infermieri, gli OSS e gli specialisti.
Quanto costeranno utenze, manutenzione, apparecchiature e servizi.
Quanto sarà coperto dal finanziamento sanitario ordinario.
Quanto dovrà mettere la Regione.
Quanto sarà necessario per mantenerle operative quando il PNRR avrà chiuso i rubinetti.
E soprattutto quanto risparmio, in termini di ricoveri evitabili, accessi impropri, mobilità sanitaria e gestione delle cronicità, sarà effettivamente prodotto.
Questa è l'inchiesta che dovrà cominciare adesso.
Perché il PNRR può pagare il cantiere.
La sanità pubblica dovrà pagare il resto.
E quel resto non durerà un anno.
Durerà decenni.
LA GRANDE SCOMMESSA
Alla fine, dunque, il giudizio è sospeso.
Non perché il modello non convinca.
Ma perché deve ancora dimostrare di poter funzionare in Calabria.
L'Emilia-Romagna dimostra che una rete territoriale integrata può produrre risultati.
La Lombardia dimostra che anche investimenti enormi possono incontrare difficoltà quando strutture e personale non procedono alla stessa velocità.
La Calabria ora deve dimostrare di riuscire a fare entrambe le cose.
Costruire le strutture.
E riempirle di sanità.
Dopo aver chiuso 18 ospedali nel 2010, oggi la Regione prova a ridisegnare il territorio attraverso 26 Case di Comunità e 9 Ospedali di Comunità nella sola provincia di Cosenza.
È una scommessa enorme.
Può diventare una svolta storica.
Oppure può trasformarsi nell'ennesima riorganizzazione raccontata come rivoluzione.
La differenza non la farà il politico seduto in prima fila.
Non la farà il nastro tricolore.
Non la farà il comunicato stampa.
La farà il cittadino che, tra qualche anno, entrerà in una Casa di Comunità e troverà davvero qualcuno ad aspettarlo.
E quando arriverà quel momento, nessuno avrà bisogno di proclami.
Perché la sanità che funziona non si annuncia.
Si vede.
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