MUSSOLINI HA FATTO PURE COSE BUONE. E OCCHIUTO?
Quella fotografia è molto più di una cartolina in bianco e nero. È un piccolo pezzo di storia politica italiana parcheggiato su una strada di Cosenza.
Siamo nel 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Benito Mussolini arriva in Calabria nel pieno della costruzione scenografica del consenso fascista. Le visite ufficiali non erano semplici appuntamenti istituzionali: erano spettacoli politici accuratamente costruiti. Automobili, uniformi, folle, autorità, bandiere, cinegiornali. Il potere doveva essere visto, prima ancora che discusso.
Eppure sarebbe un errore storico gigantesco trasformare questa immagine in una nostalgia da bar.
Il fascismo aveva una macchina propagandistica potentissima perché non doveva convincerti soltanto con le parole: doveva occupare lo spazio, gli occhi e l'immaginario collettivo. Il capo arrivava, la città si fermava, le persone venivano mobilitate e la scena diventava il messaggio. L'Istituto Luce trasformava quelle giornate in racconto ufficiale di un Paese compatto, entusiasta e disciplinato, cancellando dalla fotografia tutto ciò che non doveva esistere: dissenso, paura, repressione e contraddizioni.
Cosenza, in quel 1939, era anche una città che vedeva nascere una struttura ospedaliera nuova. L'ospedale costruito negli anni 1936-1939, allora denominato “Principe di Napoli”, rappresentò concretamente un investimento sanitario importante per la città. Questo è il punto che rende la fotografia interessante e politicamente esplosiva: la propaganda era propaganda, ma dietro alcune cerimonie c'erano anche opere reali, materiali, utilizzabili dai cittadini.
Ed è qui che arriva il confronto con oggi.
Perché la politica contemporanea ha scoperto una cosa meravigliosa: si può fare propaganda anche senza costruire nulla.
Nel 1939 il potere aveva bisogno della piazza. Oggi gli basta una telecamera. Prima servivano le folle inquadrate dal cinegiornale, oggi bastano una diretta Facebook, tre fotografie ben illuminate, un drone, una musica epica e la didascalia: “giornata storica per la Calabria”.
Il meccanismo, in fondo, è inquietantemente simile.
Ieri il cinegiornale. Oggi il social.
Ieri il balcone. Oggi la diretta.
Ieri la folla organizzata. Oggi la fanbase digitale.
Ieri il manifesto. Oggi il post sponsorizzato.
Ma c'è una differenza fondamentale.
La propaganda del passato, per quanto autoritaria, violenta e costruita sulla cancellazione della libertà, spesso aveva bisogno di mostrare qualcosa che fosse fisicamente lì: una strada, un edificio, una bonifica, una fabbrica, una struttura pubblica. Il regime sapeva perfettamente che la scenografia doveva poggiare, almeno qualche volta, su cemento e mattoni.
La politica contemporanea, invece, ha perfezionato il trucco.
Oggi puoi inaugurare un progetto, annunciare un finanziamento, presentare un rendering, firmare un protocollo, convocare una conferenza stampa, pubblicare il video, ringraziare tutti e tornare a casa.
L'opera può aspettare. La fotografia no.
Ed è questa la vera mutazione della propaganda.
La politica di oggi non ha più necessariamente bisogno del risultato. Ha bisogno della narrazione del risultato. Non importa soltanto costruire un ospedale, importa soprattutto poter dire di averlo annunciato. Non importa risolvere una crisi sanitaria, importa pubblicare il video in cui si spiega che la crisi è stata affrontata. Non importa che il cittadino trovi un servizio efficiente, basta che trovi online abbastanza comunicati da convincersi che qualcuno ci sta lavorando.
E allora quella vecchia fotografia di Mussolini che attraversa Cosenza acquista un significato quasi paradossale.
Non perché ci debba far rimpiangere il fascismo. Sarebbe una lettura storicamente ridicola e politicamente pericolosa. Il fascismo fu dittatura, repressione, violenza e guerra. Punto.
Ma perché ci costringe a fare una domanda molto più scomoda alla politica democratica di oggi:
possibile che, con la libertà, la tecnologia, l'Europa, il PNRR, internet, l'intelligenza artificiale e risorse infinitamente superiori, siamo diventati bravissimi a raccontare il futuro e terribilmente incapaci di consegnarlo?
Nel 1939 passava il corteo.
Nel 2026 passano i comunicati.
E il cittadino, spesso, resta fermo sul marciapiede ad aspettare l'ambulanza, l'ospedale, la strada, l'acqua, il treno, il lavoro.
La fotografia storica ci mostra il potere che sfila.
La fotografia contemporanea dovrebbe mostrarci una domanda molto più importante:
dopo ottantasette anni, la politica ha imparato a governare meglio o ha semplicemente imparato a propagandarsi meglio?
Perché alla fine la differenza tra un grande leader e un grande ufficio stampa è semplice: il primo dovrebbe lasciare opere. Il secondo lascia comunicati.
E in Calabria, diciamolo senza mettere il filtro bellezza alla realtà, di comunicati abbiamo già abbastanza materiale per costruirci un ospedale intero. Il problema è che poi dentro ci devono entrare i malati.
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