«NON SIAMO EROI. SIAMO PADRI, MADRI E PROFESSIONISTI». ALESSIA PIPERNO E LA FOTOGRAFIA DEL 118 CALABRESE
ALESSIA PIPERNO: 24 MILIONI AL 118 IN PUGLIA. IN CALABRIA SOLO OACCHE SULLE SPALLE.
IN PUGLIA SI INVESTE SULL'EMERGENZA. IN CALABRIA SI CHIEDE ANCORA SACRIFICIO
Ci sono numeri che raccontano una politica sanitaria meglio di cento conferenze stampa.
La Puglia mette 24 milioni di euro per il 118 nel 2026. Risorse destinate a valorizzare i medici dell'emergenza-urgenza, remunerare le ore aggiuntive, con un limite di 250 ore per medico, e rendere economicamente più attrattivo il servizio per incentivare l'ingresso di nuovi professionisti.
Non solo soldi: la Regione pugliese annuncia anche una riorganizzazione dei turni, una nuova distribuzione dei medici sul territorio, la revisione del coordinamento operativo e la progressiva trasformazione dei mezzi Victor in mezzi India, con infermieri a bordo.
Insomma: risorse, programmazione e riorganizzazione.
In Calabria, invece, le parole di chi il 118 lo vive ogni giorno restituiscono un'immagine completamente diversa.
La dottoressa Alessia Piperno, medico del 118 in Calabria, legge la notizia pugliese e mette nero su bianco una rabbia che non ha bisogno di essere tradotta.
«IN PUGLIA SI INVESTE. IN CALABRIA SEMBRA CHE TUTTI ABBIANO LA MEMORIA CORTA»
«Leggo questo articolo e, da medico del 118 in Calabria, provo una profonda e dolorosa rabbia. Tanto orgogliosa di essere calabrese ma forse dovremmo tutti cambiare regione.
In Puglia si investono 24 milioni di euro per valorizzare i medici dell'emergenza-urgenza, per pagare dignitosamente i turni aggiuntivi e per attrarre i giovani in un servizio che ovunque è in sofferenza. Si fa politica sanitaria. Si programma.
E in Calabria? Sembra che tutti abbiano la memoria corta. In tempi non lontanissimi, noi sanitari abbiamo attraversato il periodo più buio della nostra storia. Molti di noi ad oggi non ci sono più, e solo per l'orgoglio di indossare quel camice. Mentre il Covid lanciava il terrore a tutti, noi non ci siamo fermati. Abbiamo continuato a fare il nostro lavoro chiusi dentro quelle tute protettive, senza poter andare in bagno, affrontando orari allucinanti e vedendo colleghi che si sentivano male e venivano intubati alla fine del turno.
Ci hanno detto grazie. Hanno gridato dai balconi. I Presidenti della Nazione, della Repubblica, della Camera: tutti a chiamarci "eroi, eroi, eroi".
E ora? Ora cos'è cambiato? Siamo eroi solo quando vi serve l'ambulanza per vostro figlio? Perché se nei fatti il medico lo trattate come l'ultima ruota del carro – a meno che, appunto, non serva per un parente vostro – la verità è che state smantellando tutto il sistema, pezzo dopo pezzo.
Riempirsi la bocca con le parole "invogliare i giovani a restare in Calabria" è facile. Sono bellissimi slogan da campagna elettorale, ma le parole per essere attuate devono essere accompagnate dai fatti. E i fatti dicono altro. Dicono che oggi siamo rimasti in quattro gatti, ridotti al lumicino, a macinare ore e giorni di lavoro soli in turno quando dovremmo essere almeno tre. Siamo nel mezzo di una transizione burocratica infinita tra le ASP e Azienda Zero, un limbo gestionale in cui non sappiamo nemmeno a chi dobbiamo chiedere un diritto o segnalare un problema. Un deserto di risposte in cui ci sentiamo invisibili.
Guardiamo in faccia la realtà di tutta l'equipe del 118. Gli autisti? Diritti sì, ma fino a un certo punto. Se c'è il morto o l'arresto cardiaco in strada va benissimo che massaggino e si prendano la responsabilità di salvare una vita. Però per lo Stato è meglio non riconoscerli ufficialmente come "soccorritori", perché definirli tali e dare loro le giuste tutele contrattuali sarebbe "troppo". E passiamo ai volontari delle associazioni? Persone che svolgono un servizio di supporto vitale per il 118 e che a breve saranno costrette a rinunciarvi. Ragazzi che in questo lavoro avevano trovato un'occupazione per mantenere le proprie famiglie e che presto con buona probabilità non riceveranno nemmeno lo stipendio.
A conti fatti, per la mia azienda sanitaria, un medico del 118 che rischia la vita ogni giorno vale la metà di un medico di guardia medica e un quarto di un collega in pensione richiamato a gettone.
Allora io vorrei capire: ma perché io dovrei restare in Calabria? Mi spiegate perché dei giovani medici, dei giovani professionisti con famiglia e bambini piccoli, dovrebbero decidere di rimanere qui? Con quale coraggio si chiede di restare a chi deve fare i conti con il rischio costante che, se domani mattina al proprio figlio succede qualcosa, non c'è uno straccio di ospedale pediatrico in tutta la regione a cui potersi affidare?
Chi gestisce la nostra sanità dovrebbe leggere questo articolo sulla Puglia e farsi un profondo esame di coscienza. L'emergenza-urgenza e la sanità pubblica in Calabria stanno morendo nel silenzio. I cittadini calabresi e i professionisti che ancora resistono meritano la stessa dignità, gli stessi investimenti e la stessa sicurezza di tutti gli altri cittadini d'Italia.
Noi non siamo eroi da ringraziare a parole. Siamo padri, madri e professionisti stanchi di essere trattati come carne da macello.»
LA DIFFERENZA NON È NELLE PAROLE. È NELLE SCELTE
È difficile non fermarsi davanti a questo confronto.
PUGLIA: 24 MILIONI DI EURO PER IL 118.
CALABRIA: MEDICI CHE DENUNCIANO CARENZE, TURNI MASSACRANTI, ORGANICI RIDOTTI E UN SISTEMA DESCRITTO COME UN LIMBO BUROCRATICO TRA ASP E AZIENDA ZERO.
La Puglia dichiara di voler rendere il 118 più attrattivo economicamente.
La Calabria deve invece fare i conti con professionisti che si chiedono apertamente quale ragione dovrebbero avere per restare.
La Puglia finanzia le ore aggiuntive.
In Calabria, secondo la denuncia della dottoressa Piperno, si lavora già in condizioni di forte sofferenza organizzativa.
La Puglia parla di riorganizzazione della rete.
In Calabria il personale racconta di sentirsi «invisibile».
Questa non è una gara tra Regioni. È qualcosa di più serio.
È il confronto tra due modi diversi di affrontare lo stesso problema nazionale: la crisi dell'emergenza-urgenza.
La carenza di medici non è soltanto calabrese. La difficoltà di garantire personale e turni sostenibili riguarda tutto il Paese.
La differenza sta nelle risposte.
E qui arriva la domanda che Calabria Magazine mette sul tavolo, senza confezione regalo:
SE LA PUGLIA TROVA 24 MILIONI PER RENDERE PIÙ ATTRATTIVO IL 118, QUAL È LA STRATEGIA DELLA CALABRIA PER TRATTENERE CHI È RIMASTO?
Perché gli slogan sull'importanza del territorio non bastano.
Le fotografie con gli operatori sanitari non bastano.
I ringraziamenti agli "eroi" non bastano.
Un'ambulanza non si muove con gli applausi.
Si muove con personale, contratti, organizzazione, mezzi, risorse e responsabilità chiare.
E soprattutto con persone che abbiano ancora una ragione per restare.
La Puglia, almeno sulla carta, oggi mette sul tavolo 24 milioni.
La Calabria, invece, deve ancora convincere chi il 118 lo tiene in piedi che il loro lavoro non sia considerato semplicemente un sacrificio dovuto.
Perché il giorno in cui anche gli ultimi professionisti smetteranno di resistere, non ci sarà nessun comunicato stampa abbastanza bello da far partire un'ambulanza.
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