OCCHIÙ, TI ODIERÒ SEMPRE DI 'CCHIÙ!

OCCHIÙ, TI ODIERÒ SEMPRE DI 'CCHIÙ!

Caro Occhiuto,

oggi il mio cuore è a pezzi.

Oggi è arrivato anche il mio turno di abbracciare una figlia che va fuori dalla Calabria per completare gli studi.

E, probabilmente, per restare lì.


Dove sarà più apprezzata, più valorizzata, più ricercata.

«Papà, sono stata presa a Milano. Su soli 50 posti disponibili. Sei contento? Parto in settimana!»

«Sì che sono contento, stellina mia!»

Non è vero. O, almeno, non completamente.

Sono contento per lei. È orgoglioso! Come potrebbe un padre non esserlo?

Ma dentro sto male.

Perché avevo sperato tanto che non succedesse. Avevo fatto di tutto per dissuaderla. Avevo provato a convincerla che anche qui, nella sua terra, avrebbe potuto costruirsi un futuro.

Ma in cuor mio lo sapevo.

Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento.

Perché ho una figlia che è un genio.

E non lo dico perché è mia figlia.

Laureata a luglio, 110 e lode, dopo aver preso 30 a ogni esame.

Io ero contentissimo.

«Vedi, stellì? La Calabria sa valorizzare.»

E poi, scherzando:

«Mo' prendi pure il reddito di merito di Occhiuto!»

E lei:

«Ma quale merito, papà? Qui in Calabria non sanno riconoscere nulla. Neanche faccio richiesta. Non mi importa.»

Come darle torto?

Tutti sono stati buoni a farle i complimenti. Tutti pronti con gli auguri.

Tutti orgogliosi di questa ragazza calabrese brillante, preparata, determinata.

Ma nessuno che abbia provato davvero a trattenerla.

Nessuno che le abbia detto: «Resta. Vediamo cosa possiamo costruire per te qui e valorizzare nel contempo questa terra.»

E allora, Occhiù, oggi te lo dico ancora una volta:

TI ODIERÒ SEMPRE DI 'CCHIÙ!

Perché oggi quella valigia non la prepara soltanto mia figlia. La prepara la mia famiglia. E la prepara anche questa Calabria che continua a perdere i suoi figli migliori.

E mentre lei parte, io penso ai tuoi proclami del cazzo sulla Calabria meravigliosa.

Penso alle alternative per i giovani.

Penso alle possibilità concrete di trattenerli.

Penso alle opportunità che dovrebbero permettere loro di spendersi per la propria terra, di darle lustro, onore, futuro.

Belle parole.

Proclami.

Slogan.

Poi arriva la realtà.

E la realtà è mia figlia che parte lunedì.

Ed è qui che, per me, entra in scena il tuo famoso «coraggio».

«Il coraggio di governare».

Lo hai scritto come titolo sul tuo primo libro.

Ma di quale coraggio parli, Occhiù?

Sai dove puoi mettertelo il tuo coraggio?

Perché se ne avessi avuto almeno un poco, forse mia figlia sarebbe rimasta.

E con lei tanti figli di ieri e di oggi.

Se avessi avuto almeno un po' del coraggio che proclami, avresti governato e governeresti fianco a fianco con la tua gente.

Ascoltando i loro problemi.

Le loro lamentele.

Le loro proposte.

Anche i loro vaffanculo. 

Quelle proposte che hanno l'unico fine, queste sì, di far grande la loro terra. Consulenze gratuite... che basterebbe solo ascoltare e fare proprie. 

Non quelle dei tanti rapaci, consulenti, portaborse, lecchini, rottinculo, politici di destra e di sinistra che, agli occhi di chi ti scrive, sembrano avere trovato nella Regione una mangiatoia invece di una responsabilità.

Questa è la Calabria che vedo io.

Questa è la Calabria che nella prossima settimana accompagnerà mia figlia alla stazione.

E questa è la Calabria che mi fa incazzare.

Perché un giovane che parte non è soltanto un giovane che parte.

È una famiglia che perde una presenza.

È una comunità che perde competenze.

È una terra che perde futuro.

E ogni volta che un ragazzo prende un treno per cercare altrove ciò che qui non trova, io mi chiedo: che cosa abbiamo fatto per impedirlo?

Tu, che governi questa Regione, dovresti chiedertelo più di me.

Perché ne sei il presidente. Anche se per me è per molti altri, non sei un cazzo.. 

E proprio per questo, nella mia opinione e nella mia rabbia di oggi, ogni giovane che lascia questa terra diventa anche una tua responsabilità politica.

Ogni padre di famiglia che parte per cercare lavoro altrove diventa una domanda alla quale la politica dovrebbe rispondere.

E ogni ragazzo che parte rappresenta una tua precisa sconfitta. Per la quale dovresti essere cacciato a calci in culo... 

Una sconfitta che si aggiunge, dal mio punto di vista, alle tante che questa Calabria continua a collezionare.

Perché governare non significa soltanto amministrare.

Governare significa cambiare.

Significa creare condizioni.

Significa far sì che un ragazzo possa dire:

«Vado fuori per formarmi, ma torno.»

E su questo ci sarebbe tanto da dire sulle tante puttanate che vengono dette e scritte sulla grande Università della Calabria... prima in questo, prima in quello... prima in cosa? 

Mia figlia parte con 110 e lode. Scusa se lo ripeto! 

E io temo che tornerà soltanto per venire a trovare suo padre.

Questa è la cosa che mi fa più male.

Non ce l'ho con Milano.

Non ce l'ho con chi l'ha scelta.

Anzi.

Milano ha fatto esattamente ciò che una terra dovrebbe fare con un talento: lo ha riconosciuto, lo ha cercato, gli ha aperto una porta.

Io ce l'ho con la Calabria che quella porta non è riuscita ad aprirla.

E ce l'ho con chi da anni mi racconta che questa Calabria è pronta, moderna, attrattiva, capace di trattenere i giovani.

Perché io oggi guardo mia figlia e vedo una realtà completamente diversa.

Vedo una ragazza che abbiamo cresciuto qui.

Che ha studiato qui.

Che ha dato tutto.

Che ha preso 30 a ogni esame.

Che si è laureata con 110 e lode.

E che adesso deve andare via per continuare a crescere.

E allora lasciami dire anche questo, Occhiù.

Io non riesco più a prendere sul serio il tuo «coraggio».

Perché il coraggio di sticazzi, permettimi, è quello che rimane scritto sulla copertina di un libro mentre fuori dalla copertina ci sono famiglie che fanno le valigie.

Il coraggio vero sarebbe stato sedersi con questa gente.

Ascoltarla.

Prendersi le critiche.

Accettare le proposte.

Cambiare ciò che non funziona.

Andare nelle università, trattenere questi giovani con ogni mezzo possibile. 

E soprattutto smetterla di confondere la propaganda con la politica.

Perché una Regione non diventa grande facendo grandi proclami.

Diventa grande quando i suoi figli non sono costretti ad andare altrove per dimostrare quanto valgono.

E tra un po' mia figlia parte.

Io la abbraccerò.

Le dirò che sono orgoglioso di lei.

Le dirò di spaccare il mondo.

E mentre la vedrò andare via, probabilmente sorriderò.

Perché un padre deve essere felice quando una figlia realizza un sogno.

Ma dentro di me ci sarà una domanda che non riuscirò mai a cancellare:

«Perché per realizzarlo ha dovuto andare via dalla sua terra?»

A questa domanda, Occhiù, non mi servono altri slogan.

Non mi servono altri libri.

Non mi servono altri proclami.

Mi servirebbe una Calabria capace di trattenere mia figlia.

E oggi non ce l'ho.

Per questo ti dico ancora:

OCCHIÙ, TI ODIERÒ SEMPRE DI 'CCHIÙ!

E spero che un giorno, quando qualcuno parlerà della tua esperienza politica, non debba ricordare soltanto i tuoi proclami.

Spero che possa ricordare anche una Calabria nella quale i suoi ragazzi abbiano finalmente avuto un motivo per restare.

Perché oggi, davanti alla valigia di mia figlia, io quel motivo non riesco a vederlo.

E questa, caro presidente, per un padre calabrese è una delle sconfitte più amare che si possano immaginare.

Il resto sono libri.

E parole.

E «coraggio di governare».

De sticazzi.

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