CALABRIA, BASTA CAZZATE: O BLOCCATE TUTTO O TORNATE A CASA!
CALABRIA, BASTA CAZZATE: O BLOCCATE TUTTO O TORNATE A CASA!
Basta trattori parcheggiati a bordo strada, basta passerelle politiche, basta fotografie di circostanza. Se volete farvi ascoltare da Roma, dovete trasformare la protesta in una mobilitazione generale. Perché il potere non si commuove davanti alle lamentele: si muove quando non può più ignorarle. Quando è messo alle strette!
C’è una verità che qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dire, senza girarci intorno e senza preoccuparsi di chi potrebbe offendersi: protestare con i trattori e i camion parcheggiati a bordo strada, da solo, non basta. Non basta per fermare il declino economico della Calabria, non basta per costringere il Governo ad affrontare il problema e non basta per ottenere risposte concrete da una politica che, troppo spesso, sembra vivere in una dimensione parallela rispetto ai cittadini.
Perché, diciamocelo chiaramente, se la protesta si limita a qualche mezzo agricolo, qualche camion, qualche fotografia, una sfilata di dichiarazioni e ai contentini di Occhiuto, il rischio è quello di assistere all'ennesima manifestazione destinata a esaurirsi nel giro di qualche giorno. Un po' di rumore, qualche titolo sui giornali, qualche politico con la faccia preoccupata davanti alle telecamere e poi tutti a casa. Gli agricoltori con i problemi di prima, gli autotrasportatori con le fatture da pagare e i cittadini con il pieno di carburante sempre più salato.
LA PROTESTA NON PUÒ DIVENTARE UNA PASSERELLA POLITICA
Nel frattempo, ecco puntuali le polemiche tra Giancarlo Greco e Gianluca Gallo. Battibecchi, contrapposizioni, dichiarazioni e controrepliche che rischiano di spostare l'attenzione dal problema vero: le condizioni economiche di chi lavora, produce, trasporta merci e tiene in piedi un pezzo importante dell'economia calabrese.
Ma siamo sicuri che questa sia la strada giusta?
Mentre si discute di chi sia più vicino agli agricoltori (e nessuno di loro due lo è!) e di chi abbia più titolo per rappresentarli, il costo del carburante continua a pesare sulle imprese, i margini si assottigliano e chi lavora la terra deve fare i conti con una realtà che non accetta rinvii.
La domanda è semplice: chi sta protestando vuole risolvere i problemi oppure vuole soltanto dimostrare di essere dalla parte giusta della fotografia?
Perché esiste una differenza enorme tra rappresentare una categoria e utilizzarne il malcontento come strumento di consenso, come Greco e Gallo. E questa differenza i cittadini hanno tutto il diritto di pretenderla, senza dover chiedere il permesso a nessuno.
Né Greco né Gallo possono essere considerati automaticamente i portavoce indiscutibili di chi protesta.
Loro i calli alle mani non li hanno di sicuro. Né sudano, né hanno la schiena a pezzi dopo una giornata di lavoro.
La loro credibilità politica deve essere giudicata sulla base delle posizioni assunte, degli interessi dichiarati e dei risultati concreti, non sulla quantità di dichiarazioni rilasciate davanti a una telecamera con la bava alla bocca.
Chi rivendica di stare dalla parte degli agricoltori deve dimostrarlo con fatti verificabili. Non con una gara a chi pronuncia più volte la parola territorio.
Perché il territorio, quello vero, è fatto di aziende che rischiano di chiudere, famiglie che non arrivano a fine mese e lavoratori che non possono permettersi il lusso di aspettare la prossima conferenza stampa.
DIVIDI ET IMPERA: CI VOGLIONO DIVISI PERCHÉ UNITI FACCIAMO PAURA!
Ecco il vero problema: mentre discutiamo di Gallo e Greco, rischiamo di dimenticare il potere che da sempre appartiene al popolo.
Divide et impera: dividi e comanda. Una strategia antica che continua a funzionare ogni volta che lavoratori, imprese e cittadini finiscono per combattersi tra loro, perdendo di vista ciò che hanno in comune.
Non serve immaginare complotti: basta osservare cosa succede quando una protesta si frammenta in rivalità personali e battaglie di visibilità. Le richieste perdono forza, le categorie restano isolate e la politica può permettersi di rinviare le risposte.
Il popolo non è debole perché non ha potere. Diventa debole quando non riesce a riconoscere e usare quello che possiede.
Per questo la protesta deve unire agricoltori, autotrasportatori, industria, commercio, lavoratori e cittadini attorno a obiettivi concreti.
Perché mentre noi litighiamo sui nomi, qualcun altro continua a decidere.
Divide et impera. Dividi e comanda.
Adesso sarebbe ora di cambiare copione.
SE PROTESTA UN SOLO SETTORE, IL POTERE PUÒ ASPETTARE
Ed è qui che la protesta deve cambiare passo.
Agricoltura, autotrasporto, industria, commercio, scuola, sanità, lavoratori dipendenti, piccoli imprenditori e cittadini: il problema non può essere lasciato sulle spalle di una sola categoria. Il caro carburanti, il costo dell'energia e la fragilità economica non sono questioni isolate. Si ripercuotono sulla produzione, sulla distribuzione delle merci, sui prezzi, sui servizi e sulla vita quotidiana di milioni di persone.
Una protesta circoscritta può essere ascoltata, rinviata o semplicemente lasciata sfogare. Una mobilitazione generale, invece, può costringere le istituzioni a confrontarsi con una questione che riguarda l'intera società.
Per questo bisogna coinvolgere le scuole, la sanità, il mondo industriale, le associazioni di categoria, i sindacati e tutte le realtà che hanno interesse a chiedere risposte concrete. Bisogna costruire un fronte comune, con obiettivi precisi, richieste pubbliche, scadenze verificabili e una rappresentanza che risponda ai cittadini, non ai partiti.
AUTOSTRADE, RIFORNIMENTI E INFRASTRUTTURE: LA VERTENZA DEVE ARRIVARE A ROMA
Se l'obiettivo è ottenere un confronto serio con il Governo, la mobilitazione deve avere una dimensione nazionale. Non può restare confinata alle piazze calabresi, né limitarsi a far parlare di sé per una giornata.
La questione del blocco delle autostrade, dei collegamenti da e per la Calabria, della distribuzione dei carburanti e delle infrastrutture deve entrare al centro della vertenza. Sono nodi strategici per una regione che dipende dai collegamenti per trasportare merci, approvvigionare le imprese e garantire la continuità delle attività produttive.
Servono iniziative coordinate, presidi, manifestazioni e forme di protesta incisive, capaci di rendere evidente il peso economico e sociale della crisi. Anche le infrastrutture strategiche devono diventare parte del confronto pubblico, perché non è accettabile che una regione già penalizzata dalla sua posizione geografica debba subire anche il costo dell'inerzia politica.
La mobilitazione deve essere organizzata, determinata e visibile. Deve avere una piattaforma comune e deve indicare chiaramente quali provvedimenti si chiedono, a chi e entro quale termine.
Le azioni che comportano l'interruzione di autostrade, servizi essenziali o rifornimenti, tuttavia, non possono essere improvvisate: occorre valutarne le condizioni giuridiche e di sicurezza, senza mettere a rischio soccorsi, cittadini e lavoratori estranei alla vertenza.
MA SI DEVE FARE!
Ne va della capacità di sostenere le proprie ragioni e di costringere le istituzioni a rispondere.
PREFETTURE E QUESTURE: LA QUESTIONE È ANCHE ISTITUZIONALE
In una mobilitazione di queste dimensioni, il coinvolgimento delle Prefetture e delle Questure deve essere richiesto apertamente.
Non per chiedere alle istituzioni di ignorare la legge, ma per pretendere che esercitino fino in fondo il proprio ruolo: garantire la sicurezza, ascoltare le istanze dei cittadini, facilitare il confronto e gestire le manifestazioni nel rispetto dei diritti di tutti.
E qui la domanda politica diventa inevitabile: lo Stato vuole limitarsi a gestire gli effetti del malcontento oppure intende affrontare le cause che lo alimentano?
Non si può pretendere che i cittadini abbiano fiducia nelle istituzioni se, quando chiedono risposte, ricevono soltanto rinvii, promesse e inviti alla pazienza.
Prefetture e Questure non devono scegliere tra lo Stato e i cittadini, perché in una democrazia le istituzioni devono servire entrambi. Devono però dimostrare, con comportamenti concreti, che la tutela dell'ordine pubblico non diventa un alibi per ignorare il disagio sociale e che il diritto di manifestare non viene trattato come un fastidio da archiviare il prima possibile.
OCCHIUTO, I PROCLAMI NON BASTANO PIÙ
E arriviamo a Roberto Occhiuto.
È notizia di oggi: «GASOLIO AGRICOLO, SVOLTA IN CALABRIA: PREZZO SOTTO UN EURO E RIMBORSI SUI CONTI DEGLI AGRICOLTORI».
La Regione Calabria interviene dopo le richieste di Coldiretti: previsto un sostegno per il periodo marzo-settembre 2026. ARCEA accrediterà le somme direttamente ai beneficiari. Soddisfatto il presidente Franco Aceto.
Un'altra pezza su un vestito scigàtu!
Il presidente della Regione non può limitarsi a rattoppare ogni volta, per poi raccontare una Calabria che riparte, cresce e guarda al futuro, se intere categorie denunciano difficoltà che richiedono interventi concreti.
Caro Occhiuto, il risultato della tua azione politico-amministrativa, è sotto gli occhi di tutti!
Comodo trincerarsi dietro una comunicazione istituzionale, dietro le impeccabili conferenze stampa e dietro annunci buoni solo a riempire pagine e pagine di giornali.
Comodo anche che alla fine te ne esci con la solita frase: " Ho fatto tutto il possibile!"
LA FOTOGRAFIA DEL TUO POSSIBILE, CARO OCCHIUTO, È UN'INTERA CALABRIA CHE PROTESTA!
Occhiuto dovrebbe assumersi la responsabilità politica di portare la questione al Governo nazionale, pretendendo un confronto con i ministeri competenti e un piano di interventi con tempi e risorse definiti.
La Regione deve presentare richieste precise, rendere pubblici gli impegni assunti e riferire ai cittadini sugli esiti degli incontri. E se il Governo non risponde, deve spiegare quali iniziative intende intraprendere per ottenere risposte.
OCCHIUTO, SE AMA DAVVERO LA CALABRIA, DEVE SCENDERE NELLE PIAZZE DELLA PROTESTA E DEVE GUIDARLA FINO A ROMA!
La Calabria non ha bisogno di un altro capitolo della saga dei proclami. Ha bisogno di una vertenza che arrivi a Roma e non venga rispedita indietro con una pacca sulla spalla.
O TUTTI INSIEME, O OGNUNO TORNERÀ A CASA CON I PROPRI PROBLEMI
Il punto, alla fine, è questo: una protesta senza una strategia rischia di diventare una manifestazione qualsiasi. Una protesta senza obiettivi rischia di essere assorbita dalla propaganda. Una protesta divisa rischia di consegnare alla politica la possibilità di trattare separatamente ogni categoria, indebolendo tutte le richieste.
Serve invece una mobilitazione generale, organizzata e determinata, che coinvolga il mondo produttivo e sociale, metta le istituzioni davanti alle proprie responsabilità e chieda al Governo risposte concrete.
Una vertenza vera, con una piattaforma comune, obiettivi pubblici e la volontà di andare avanti fino a quando non arriveranno risposte verificabili.
I cittadini non possono continuare a essere chiamati in causa soltanto quando c'è da votare o quando bisogna riempire una piazza.
La Calabria deve smettere di chiedere attenzione e cominciare a pretendere risposte.
La Calabria è stanca di fare da comparsa nella politica nazionale. È stanca di essere raccontata come una terra piena di opportunità mentre una parte dei suoi cittadini lotta per difendere il lavoro e la dignità.
Adesso servono unità, determinazione e una mobilitazione capace di durare, crescere e ottenere risultati.
Perché se la protesta si ferma alle fotografie, sarà stata soltanto un'altra passerella. E se si accontenterà dell'ennesimo contentino, il buco nell'acqua sarà completo.
CALABRIA MAGAZINE
Nuda e cruda. Senza chiedere il permesso a nessuno.
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