CALABRIA: ITALIA, NON CI AVRAI!

CALABRIA: ITALIA, NON CI AVRAI!

NON SIAMO NATI PER ESSERE GLI ULTIMI. MA QUALCUNO HA LAVORATO PER CONVINCERCI CHE DOVESSIMO RESTARCI.

C’è una Calabria che da troppo tempo viene raccontata come una terra povera, arretrata, incapace di rialzarsi. Una Calabria che compare nelle classifiche quando bisogna mostrare i disastri, ma sparisce quando si tratta di garantire diritti, servizi, lavoro e dignità. Una terra buona per le fotografie dei politici, per le promesse elettorali, per le inaugurazioni con il taglio del nastro e per le campagne pubblicitarie sul turismo. Poi, quando si spengono le telecamere, tornano i problemi di sempre. E ai calabresi resta il conto da pagare.


L’analisi di Domenico Cersosimo, pubblicata su il Mulino, mette nero su bianco una verità che in Calabria conosciamo fin troppo bene: siamo una delle regioni più povere d’Italia, con profonde disuguaglianze, pochi sbocchi lavorativi, servizi insufficienti e un futuro che sembra rubato ai nostri figli. Ma c’è una cosa che non possiamo accettare: che tutto questo venga raccontato come una condanna, come se la Calabria fosse nata per stare in fondo alla classifica e dovesse pure ringraziare chi le concede qualche briciola.

LA CALABRIA NON È POVERA SOLTANTO DI SOLDI. È STATA IMPOVERITA ANCHE DI FUTURO.

Perché qui i giovani partono, gli anziani restano soli, le famiglie fanno i salti mortali e chi vuole lavorare onestamente spesso deve scegliere tra andarsene e accontentarsi. Gli ospedali arrancano, le ambulanze corrono in un sistema pieno di problemi, i paesi si svuotano, le strade aspettano e i servizi essenziali diventano un lusso. Intanto, a ogni tornata elettorale, arrivano quelli che promettono di cambiare tutto. Cambia il manifesto, cambia lo slogan, cambia magari la poltrona. Ma per troppi cittadini il risultato è sempre lo stesso.

E allora basta con la favola della Calabria incapace. Basta raccontare che il problema siano soltanto i calabresi, la loro mentalità, la loro presunta rassegnazione. Certo, anche noi abbiamo le nostre responsabilità. Il voto dato per un favore, il silenzio davanti alle ingiustizie, la raccomandazione accettata come una necessità, il potente di turno difeso perché magari domani potrebbe servire. Sono ferite che ci facciamo anche da soli. Ma sarebbe comodo, per chi governa, scaricare tutto sulla popolazione e lavarsene le mani.

Perché se un territorio resta indietro per decenni, bisogna anche chiedersi chi lo ha amministrato, chi ha deciso le priorità, chi ha distribuito le risorse e chi ha trasformato il bisogno dei cittadini in uno strumento di consenso. I soldi pubblici non mancano sempre. Troppo spesso manca la capacità di usarli per costruire qualcosa che duri, anziché per tamponare un'emergenza, finanziare l'ennesimo progetto senza futuro o alimentare una macchina burocratica che sembra vivere benissimo anche quando i cittadini vivono malissimo.

CI VOGLIONO DOCILI, NON CITTADINI. E NOI COMINCIAMO A DIRE BASTA.

Ma qualcosa si muove. La Calabria comincia ad alzare la testa. Ci sono lavoratori che protestano, cittadini che scendono in piazza, comitati che si organizzano, persone che smettono di aspettare la telefonata del politico e pretendono risposte pubbliche. Ci sono uomini e donne che hanno capito che il silenzio non porta servizi, che la rassegnazione non salva gli ospedali e che abbassare la testa non crea lavoro.

Pensiamo a chi protesta per una sanità che non riesce a garantire risposte adeguate, a chi denuncia le difficoltà del servizio 118, a chi difende il proprio territorio, a chi non vuole vedere morire il proprio paese e a chi chiede infrastrutture, trasporti e servizi degni di una regione europea. Non sono persone che chiedono privilegi. Sono cittadini che reclamano ciò che dovrebbe essere normale.

E quando un lavoratore deve manifestare per difendere la dignità del proprio lavoro, quando un territorio deve gridare per ottenere servizi essenziali, quando una comunità è costretta a scendere in piazza per essere ascoltata, il problema non è chi protesta. Il problema è un sistema che ha lasciato arrivare le cose a questo punto.

La protesta, però, deve diventare qualcosa di più di una giornata di rabbia. Deve trasformarsi in una forza capace di durare, di unire le vertenze, di superare le divisioni e di chiedere conto delle decisioni prese. Perché il potere conosce bene il vecchio trucco: aspettare che la gente si stanchi, che le piazze si svuotino, che ciascuno torni a casa e che tutto ricominci come prima.

È proprio questo che non dobbiamo permettere.

NON VOGLIAMO ELEMOSINE. VOGLIAMO DIRITTI, LAVORO E DIGNITÀ.

Cersosimo indica una strada che merita attenzione: non bastano altri finanziamenti, altri bonus o altre leggi scritte lontano dai problemi reali. Servono persone capaci, progetti seri, amministrazioni che sappiano lavorare e una presenza dello Stato che aiuti la Calabria a crescere, invece di trattarla come una pratica da sbrigare. Servono scuole che diano ai ragazzi gli strumenti per costruirsi una vita, ospedali che curino, trasporti che colleghino i territori e imprese che possano lavorare senza essere soffocate dalla burocrazia o intimidite dalla criminalità.

E servono controlli, trasparenza e responsabilità. Chi sbaglia deve risponderne. Chi spreca denaro pubblico deve spiegare perché. Chi promette un'opera deve dire quando sarà realizzata. Chi governa la sanità deve rendere conto dei risultati. Chi chiede il voto non può sparire per cinque anni e ricomparire alla vigilia delle elezioni con il sorriso da santino e la memoria improvvisamente ritrovata.

La Calabria non ha bisogno di essere compatita. Ha bisogno di essere rispettata. Non deve diventare indipendente dai propri problemi, ma liberarsi dalla dipendenza da chi quei problemi li usa per mantenere potere e consenso. Perché l'autonomia vera comincia quando un cittadino non deve chiedere un favore per ottenere un diritto, quando un giovane può scegliere di restare senza sentirsi condannato alla precarietà e quando una famiglia non deve attraversare mezza Italia per ricevere cure adeguate.

ITALIA, NON CI AVRAI. NON CI AVRAI RASSEGNATI, NON CI AVRAI IN SILENZIO.

E allora sì, diciamolo forte: ITALIA, NON CI AVRAI!

Non perché vogliamo chiuderci dentro i nostri confini, rinnegare il resto del Paese o costruire nuove barriere. Ma perché non accettiamo più di essere la periferia dimenticata di una nazione che si ricorda di noi quando servono voti, consenso, propaganda o grandi promesse. Non accettiamo di essere italiani soltanto quando dobbiamo pagare le tasse, rispettare le leggi e sopportare i sacrifici, ma cittadini di serie B quando chiediamo servizi, opportunità e diritti.

Non ci avrai quando pretendi che un ragazzo debba partire per trovare un lavoro. Non ci avrai quando una persona malata deve sperare nella fortuna per essere curata. Non ci avrai quando un lavoratore viene lasciato solo. Non ci avrai quando un paese muore lentamente e nessuno si assume la responsabilità di salvarlo. E non ci avrai quando proverai a convincerci che tutto questo sia normale.

La Calabria non è soltanto quella descritta dalle classifiche. È anche quella di chi si sveglia ogni mattina, lavora, studia, assiste, costruisce, coltiva, cura e resiste. È quella di chi non vuole più essere costretto a scegliere tra la propria terra e il proprio futuro. È quella di chi finalmente capisce che il futuro non si aspetta seduti sul divano e non si mendica negli uffici del potere. Si conquista, insieme.

Ma per conquistarlo dobbiamo smettere di essere sudditi gli uni degli altri. Dobbiamo imparare a riconoscerci come cittadini, anche quando non votiamo lo stesso partito, non apparteniamo alla stessa categoria e non abbiamo gli stessi interessi. Perché davanti a una sanità che non funziona, a una scuola che perde risorse e a un territorio che si spopola, la bandiera di partito non cura nessuno e la promessa elettorale non costruisce niente.

LA CALABRIA NON È FINITA. È FINITO IL TEMPO IN CUI DOVEVA STARE ZITTA.

Adesso bisogna continuare a parlare, denunciare, manifestare, pretendere risposte e controllare chi ci governa. Bisogna trasformare la rabbia in partecipazione e la partecipazione in cambiamento. Senza aspettare il salvatore di turno, perché una terra che aspetta sempre qualcuno che la salvi finisce per consegnarsi sempre a qualcun altro.

Questa terra appartiene ai calabresi. Ai nostri padri, che hanno lavorato e sono partiti. A chi è rimasto e non ha mai smesso di provarci. Ma soprattutto ai nostri figli, che hanno diritto a scegliere dove vivere senza dover scappare per avere una possibilità.

Ecco perché oggi la battaglia non è soltanto contro il carovita, la povertà, la disuguaglianza o il declino. Non è solo la battaglia degli agricoltori e dei camionisti. È contro l'idea che il nostro destino sia già scritto.

È LA BATTAGLIA DI TUTTI I CALABRESI. ECCO PERCHÉ DOBBIAMO SCENDERE IN PIAZZA. TUTTI! 

NOI NON CI STIAMO. LA CALABRIA NON SI ARRENDE. E QUESTA VOLTA NON BASTA UNA PROMESSA PER FARLA TACERE.

Commenti

Anonimo ha detto…
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