CAROVITA: DA MANIFESTAZIONE A PASSERELLA POLITICA È UN ATTIMO

DAI TRATTORI AI MICROFONI, DAL GASOLIO AI SELFIE: QUANDO LA PROTESTA DIVENTA UNA CAMPAGNA ELETTORALE A CIELO APERTO

C’è una cosa che in Calabria cresce più velocemente del prezzo del gasolio: il numero di politici che, appena vedono una protesta, scoprono improvvisamente di essere sempre stati dalla parte del popolo. Una conversione fulminea, quasi miracolosa. Altro che Lourdes: basta un trattore parcheggiato, una telecamera accesa e una piazza con qualche decina di persone per trasformare un politico in un agricoltore mancato, un paladino degli autotrasportatori e, se necessario, pure in un esperto di citrùli simentìni.

La mobilitazione contro il carovita, nata per denunciare il costo insostenibile dei carburanti, le difficoltà degli agricoltori e il cappio economico stretto attorno agli autotrasportatori, sta correndo un rischio preciso: quello di trasformarsi da protesta popolare in una passerella politica itinerante. Da Reggio Calabria a Cosenza, passando per i presìdi disseminati sul territorio, il copione sembra scritto da un regista che conosce benissimo le esigenze della comunicazione politica, ma non necessariamente quelle di chi deve mettere il gasolio nel trattore.

Perché una cosa è stare accanto a chi protesta. Un’altra è arrivare quando la protesta è già partita, mettersi in posa, pronunciare quattro frasi sulla dignità del lavoro e ripartire con la coscienza pulita e il comunicato stampa pronto.

LA SFILATA DEI PALADINI DELL’ULTIMA ORA

Facciamo parlare i fatti. A Davoli, durante i presìdi dei primi giorni di ottobre, sono scese in campo anche le istituzioni. Tra i nomi riportati dalla stampa figurano il vicepresidente della Giunta regionale Filippo Mancuso e il presidente della Provincia di Catanzaro Amedeo Mormile, insieme a sindaci del comprensorio di Soverato. Il consigliere regionale Enzo Bruno ha dichiarato di aver incontrato i manifestanti, promettendo di portare le loro istanze nelle sedi istituzionali.

A Cosenza, il 10 ottobre, il sindaco Franz Caruso si è presentato con tanto di fascia tricolore, ha richiamato la Costituzione e ha lanciato l'idea di portare i sindaci a Roma. L'iniziativa può anche avere un senso istituzionale, sia chiaro. Ma viene spontanea una domanda: possibile che per accorgersi della disperazione di chi lavora serva sempre una piazza piena di telecamere?

E l'11 ottobre, sempre a Cosenza, la protesta ha registrato anche la presenza degli europarlamentari Pasquale Tridico, Sandro Ruotolo e Marco Tarquinio, che hanno espresso solidarietà ai manifestanti. Tre nomi importanti, tre esponenti politici, tre occasioni per ricordare che il problema esiste. Ma il problema, purtroppo, non si risolve contando quanti rappresentanti istituzionali riescono a entrare nell'inquadratura.

Sia chiaro: non stiamo dicendo che la presenza dei politici sia inutile per definizione. Se serve a ottenere risultati, ben venga. Il punto è capire se la politica sia scesa in piazza per accompagnare la protesta fino alla soluzione oppure per accompagnarla soltanto fino al fotografo.

Perché tra le due cose passa la stessa differenza che c'è tra un trattore e una macchina fotografica: il primo, almeno, dovrebbe servire a produrre qualcosa.

INCREDIBILE! GALLO, CI SPIEGHI CHI È UN VERO AGRICOLTORE

E veniamo all'assessore regionale all'Agricoltura, Gianluca Gallo. Qui il dibattito si fa interessante, perché c'è una domanda che merita una risposta: chi può permettersi di stabilire chi è un vero agricoltore e chi no?

Lei, assessore Gallo? Perché lei si crede un assessore? Ma da quale pulpito... 
E mi fermo qui, seno mi arrestano! 

Se davvero, come viene riferito dai contestatori, lei e i suoi lecchini hanno liquidato i protagonisti della protesta come agricoltori non autentici, sarebbe opportuno conoscere il contesto preciso e le parole esatte. Perché non è una questione di lana caprina: è una questione di rispetto verso chi trascorre le giornate nei campi, investe denaro, rischia il raccolto e poi si ritrova a vendere la propria produzione a prezzi che spesso non coprono nemmeno i costi.

E qui, assessore, ci permettiamo una domanda semplice semplice: per essere riconosciuti come veri agricoltori bisogna avere la tessera giusta, il timbro giusto o magari una fotografia con la persona giusta?

Bisogna essere seduti a un tavolo istituzionale oppure si può anche stare in strada, con le mani sporche di terra e la rabbia di chi non riesce più a far quadrare i conti?

Perché la terra non controlla le appartenenze politiche. Il pomodoro non chiede il curriculum a chi lo raccoglie. E il trattore non parte a simpatia.

Peraltro, il 28 settembre Gallo aveva definito «sacrosante» le rivendicazioni e le proteste di agricoltori e cittadini, affermando che le istituzioni devono adottare misure utili a sostenere il comparto agroalimentare. Il 2 ottobre, a Spezzano Albanese, ha incontrato gli agricoltori e riconosciuto le difficoltà causate dall'aumento dei costi di produzione e dalla diminuzione del valore riconosciuto alle loro produzioni. 
Benissimo. Allora siamo d'accordo sul fatto che la protesta sia legittima e che i problemi esistano...almeno così parrebbe. Ma proprio per questo la domanda diventa inevitabile: come si passa dalle dichiarazioni alle soluzioni?

Perché se gli agricoltori sono allo stremo, non basta riconoscerlo. Bisogna intervenire.

E se qualcuno ritiene che i manifestanti sbaglino, lo dica apertamente, spieghi perché e si confronti con i numeri. Non servono patenti di autenticità agricola distribuite dall'alto.

IL MIRACOLO DEL POMODORO: TUTTI ESPERTI, NESSUNO RESPONSABILE

Ed eccoci al capolavoro. Per anni abbiamo assistito a convegni sull'agricoltura, tavoli tecnici, conferenze stampa, dichiarazioni solenni e promesse di sostegno alle imprese. E adesso sembra che qualcuno abbia dovuto organizzare una protesta per spiegare alla politica che un pomodoro non nasce sugli scaffali del supermercato.

Stessa scoperta per i fagiolini, le arance e i citrùli, i cetrioli, come diciamo da queste parti. Una rivelazione sconvolgente: la verdura cresce nei campi, il gasolio costa, i mezzi consumano e chi produce deve anche mangiare. Pare che nessuno avesse mai collegato questi eventi.

Forse qualcuno immaginava che i pomodori venissero assemblati direttamente negli uffici regionali, con una delibera, due timbri e un contributo europeo. Oppure che i camion viaggiassero a forza di dichiarazioni istituzionali, alimentati a comunicati stampa e buone intenzioni.

E qui ci scappa la battuta: alcuni politici sembrano essere stati trovati sotto un cavolo, visto che dell'agricoltura si ricordano soltanto quando il cavolo serve a riempire lo sfondo di una fotografia.

Quanto al resto, lasciamo perdere le modalità del concepimento: non vorremmo aprire un'indagine parlamentare anche sulla cicogna.

IL CETRIOLO AL SUPERMERCATO E IL CONTO PRESENTATO AL CONTADINO

C'è poi un'altra questione che merita di essere raccontata senza girarci intorno: la differenza tra quello che incassa chi produce e quello che paga chi consuma.

A Spezzano Albanese, lo stesso assessore Gallo ha richiamato proprio questo squilibrio (la grande scoperta del secolo, dopo quella delle sagre...), citando il caso delle pesche: secondo le sue dichiarazioni, al produttore possono essere riconosciuti appena 40 o 50 centesimi al chilo, mentre al consumatore finale il prezzo può arrivare a diversi euro. 

E allora fermiamoci un secondo.

Se il contadino riceve pochi centesimi, il cittadino paga cifre sempre più alte e nel mezzo esiste una filiera fatta di trasformazione, trasporto, distribuzione, costi commerciali e margini, qualcuno dovrà pur spiegare dove si forma la differenza.

Non basta indicare genericamente un colpevole. Servono dati, controlli e trasparenza sui prezzi lungo tutta la catena. Ma una cosa è certa: il produttore che raccoglie la frutta non può essere automaticamente trasformato nel responsabile del conto salato che il consumatore trova alla cassa.

E nemmeno il consumatore è il nemico dell'agricoltore. Sono due facce dello stesso problema: uno vende a condizioni che ritiene insostenibili, l'altro compra a prezzi che non riesce più a sostenere.

Nel mezzo, la politica dovrebbe fare il proprio mestiere: controllare, regolare, intervenire dove ne ha competenza e pretendere trasparenza da chiunque abbia un ruolo nella filiera.

Invece rischiamo di assistere al solito spettacolo: il produttore che protesta, il cittadino che si arrabbia, il politico che promette e il cetriolo che, come sempre, finisce nel culo degli stessi cittadini. 

BASTA CON LO SCARICABARILE ISTITUZIONALE!

È ora di dire basta a questo scempio di responsabilità che evaporano, competenze che si rimpallano e promesse che si moltiplicano senza produrre risultati proporzionati ai problemi.

Basta con i tavoli che diventano arredamento, le dichiarazioni che diventano contenuti social e le riunioni che finiscono sempre con la formula magica: «Stiamo lavorando».

Ma a lavorare, intanto, sono gli agricoltori. Loro sì, sul serio. Si alzano presto, affrontano il caldo, il freddo, i costi, i debiti, la concorrenza e l'incertezza del mercato. Gli autotrasportatori macinano chilometri, pagano carburante e manutenzione e devono rispettare scadenze che non aspettano i comunicati della Regione.

La domanda è semplice: chi risponde quando le imprese chiudono? Chi restituisce gli anni di sacrifici a chi perde tutto? Chi spiega alle famiglie perché il cibo costa troppo mentre chi lo produce fatica a sopravvivere?

Non servono politici che si facciano i grandi sulle spalle dei calabresi che lavorano. Servono amministratori capaci di assumersi responsabilità, senza insultare chi protesta e senza fingere che basti una dichiarazione per risolvere una crisi.

E quando le istituzioni non riescono a dare risposte, i cittadini hanno tutto il diritto di chiedere conto delle decisioni, delle risorse impiegate e dei risultati ottenuti.

Perché la politica non è una gara a chi pronuncia la frase più bella. È il dovere di affrontare i problemi reali.

LA PROTESTA NON È UN SET CINEMATOGRAFICO

Il problema è che la politica ha imparato a gestire benissimo le immagini. Sa dove mettersi, quando parlare, quale frase pronunciare e quale hashtag utilizzare. Sa trasformare una presenza in un messaggio, un messaggio in un post e un post in una dichiarazione di vicinanza.

Quello che ancora deve dimostrare, ogni volta, è la capacità di trasformare quella vicinanza in risultati.

Una manifestazione non è un set cinematografico. Gli agricoltori non sono comparse, gli autotrasportatori non sono figuranti e i trattori non sono scenografie da campagna elettorale. Sono strumenti di lavoro, spesso fermi perché mantenerli in movimento costa più di quanto renda. Dietro ogni mezzo ci sono rate, famiglie, sacrifici e imprese che rischiano di chiudere.

E allora, se un politico decide di esserci, benissimo: venga, ascolti, prenda impegni verificabili e torni a riferire che cosa ha ottenuto. Ma se la sua partecipazione finisce con la fotografia, allora non è un sostegno alla protesta. È una pubblicità gratuita pagata con la pazienza di chi protesta.

La piazza deve restare dei cittadini, non diventare il reparto marketing di nessuno.

QUINDICI MILIONI, TANTE PROMESSE E UN PICCOLO DETTAGLIO: IL CONTO LO PAGA SEMPRE CHI LAVORA

A Cosenza, durante il presidio del 10 ottobre, l'imprenditore promotore della mobilitazione Giancarlo Greco (che tutto è tranne un agricoltore... anche lui, secondo molti, uomo da passerella) ha contestato i 15 milioni di euro annunciati dalla Regione, giudicandoli insufficienti rispetto ai rincari e chiedendo interventi più incisivi sul costo dei carburanti. Ha chiamato in causa il presidente Roberto Occhiuto e l'assessore regionale all'Agricoltura Gianluca Gallo.

Ora, quindici milioni o centocinquanta milioni: il punto non è fare la gara a chi annuncia la cifra più grossa. Il punto è capire quanto arriva davvero a chi deve lavorare, produrre, trasportare e pagare le bollette.

Perché con gli annunci non si riempie il serbatoio, con le pacche sulle spalle non si paga il meccanico e con le promesse non si salva un'azienda.

Il contadino non può presentarsi alla pompa di carburante mostrando la foto con un assessore e chiedendo lo sconto per simpatia. L'autotrasportatore non può pagare il leasing con la solidarietà di un europarlamentare. E il cittadino non può andare alla cassa del supermercato recitando l'articolo 1 della Costituzione per ottenere uno sconto sulle zucchine.

La realtà è molto meno poetica: i costi arrivano puntuali, le scadenze non fanno sconti e le risposte concrete, troppo spesso, viaggiano con un ritardo che farebbe invidia a un treno regionale.

SE NON CAMBIA NULLA, AVREMO FATTO SOLO UNA BELLA COLLEZIONE DI FOTOGRAFIE

La manifestazione può essere legittima, partecipata e persino importante. Ma non basta esserci. Non basta riunirsi, parlare, applaudire e promettere che qualcuno porterà le richieste a Roma, a Bruxelles o magari sulla Luna, purché il viaggio istituzionale sia ben documentato.

Serve una strategia. Servono obiettivi precisi, scadenze, risposte scritte, impegni verificabili e una mobilitazione capace di mantenere la pressione fino a quando qualcosa non cambia davvero.

Altrimenti il rischio è già scritto: qualche dichiarazione, qualche tavolo, qualche promessa, una manciata di comunicati e poi tutti a casa. I politici torneranno nei loro uffici, i manifestanti nei loro campi e nei loro camion, mentre il gasolio continuerà a costare e i conti continueranno a non tornare.

E tra qualche settimana potremo organizzare un'altra manifestazione, con nuovi slogan e le stesse facce. Una specie di abbonamento annuale alla delusione, con ingresso gratuito e uscita a pagamento.

BLOCCARE TUTTO? PRIMA SERVE CAPIRE COME E PERCHÉ

Se l'obiettivo è ottenere risultati, la protesta deve avere una capacità reale di incidere. Non necessariamente fermare tutto indiscriminatamente, ma costruire una pressione collettiva, coordinata e credibile, con forme di mobilitazione legittime e proporzionate, senza scaricare i costi su cittadini estranei alla vertenza.

Perché un blocco improvvisato, senza una strategia condivisa e senza richieste precise, rischia di diventare soltanto un enorme ingorgo di rabbia. Un blocco organizzato, invece, può trasformare il disagio in una vertenza concreta, purché rispetti la legge e tenga conto delle conseguenze sui servizi essenziali e sulla sicurezza.

La differenza è tutta qui: non fermarsi per fare rumore, ma sapere che cosa si vuole ottenere, da chi e entro quale data.

Altrimenti il rischio è di bloccare il traffico, esasperare i cittadini e lasciare indisturbati proprio coloro ai quali si chiedono risposte.

IL CETRIOLO, ALLA FINE, RESTA SEMPRE IN... AGLI STESSI

Eccoci al finale, quello meno divertente ma più vero. Gli agricoltori chiedono di poter produrre senza rimetterci. Gli autotrasportatori chiedono di poter lavorare senza essere divorati dai costi. I cittadini chiedono di arrivare a fine mese senza dover scegliere tra fare la spesa e pagare le bollette.

Non chiedono miracoli. Chiedono che lavorare torni a convenire.

La politica, invece, rischia di offrire un altro prodotto tipico calabrese: la passerella con contorno di promesse. Una specialità servita fredda, con abbondante guarnizione di solidarietà e una spruzzata di indignazione dell'ultimo minuto.

Perché il pomodoro può anche essere rosso, il fagiolino verde e u citrùlu fresco di giornata. Ma se il prezzo di produrli supera quello che si ricava vendendoli, non c'è fascia tricolore che tenga.

E se la protesta finisce per diventare una sfilata di politici, fotografi e dichiarazioni, mentre agricoltori e autotrasportatori continuano a pagare il conto, allora avremo ottenuto un solo risultato: trasformare una crisi economica in un ottimo album di famiglia della politica.

Con una differenza: nella foto sorridono tutti. Fuori dalla foto, invece, qualcuno continua a fare i conti.

E quelli, purtroppo, non si pagano con i like.

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