GLI UNICI INFILTRATI SIETE VOI, POLITICI VENDUTI!

GLI UNICI INFILTRATI NELLA PROTESTA SIETE VOI, POLITICI VENDUTI!

La gente non riesce più a campare e voi le dite di tornarsene a casa. Protesta contro il carovita e voi tirate fuori la mafia. Scende in piazza e voi minacciate il carcere. E adesso volete pure l'esercito! Ma che cazzo di democrazia è questa?


Cominciamo da Roberto Occhiuto, il presidente della Calabria che, davanti a una terra strozzata da stipendi da fame, prezzi alle stelle e servizi che arrancano, invece di mettersi alla testa della protesta si mette sull'attenti davanti al governo e invita tutti a tornarsene a casa.

Occhiù, ma ci sei o ci fai? In Calabria il caro vita pesa su una popolazione già massacrata da decenni di ritardi, precarietà, disoccupazione e disuguaglianze. Qui una bolletta non è una semplice fattura: è una scelta tra pagare e rinunciare a qualcos'altro. Fare il pieno è diventato un lusso, fare la spesa un esercizio di sopravvivenza e pagare l'affitto una corsa a ostacoli.

E tu, invece di pretendere dal governo misure concrete, ti accodi alla solita predica: tornate a casa, perché rischiate il carcere. Come se il problema fosse chi protesta e non chi, come te, ha ridotto milioni di persone a non potersi più permettere una vita dignitosa.

Ma chi cazzo rappresenti, presidè? I calabresi o sto fottuto governo di Roma?

Saranno contenti quelli che, dopo le tue dimissioni e la successiva rielezione, hanno deciso di rinnovarti la fiducia. Adesso possono osservare il risultato politico di quella scelta: mentre la gente chiede risposte, il presidente dovrebbe spiegare perché dovrebbe smettere di protestare.

Non basta vincere le elezioni per avere sempre ragione. Il mandato elettorale non è una cambiale in bianco e la poltrona non è un trono. Chi governa deve rispondere ai cittadini, soprattutto quando le cose vanno male.

«INFILTRAZIONI MAFIOSE!» CERTO, È SEMPRE COLPA DI CHI PROTESTA

E qui arriva la parte più nauseante: il tentativo di delegittimare la protesta evocando le infiltrazioni criminali.

Prima Wanda Ferro, poi Carlo Nordio, poi Occhiuto, poi a uno a uno tutti voi strafottuti politici del cazzo! Cambiano le facce, ma il meccanismo è sempre lo stesso: quando non sapete rispondere alle ragioni della gente, provate a sporcare chi quelle ragioni le porta in piazza.

Sia chiaro: se ci sono infiltrati criminali, si individuino, si documentino e si perseguano. Nessuno deve essere intoccabile. Ma le responsabilità individuali non possono diventare un marchio d'infamia appiccicato a migliaia di persone che protestano contro una situazione economica insostenibile.

E allora diciamolo senza girarci intorno.

GLI UNICI INFILTRATI, GLI UNICI INCAPPUCCIATI NELLA PROTESTA SIETE VOI, POLITICI VENDUTI!

Infiltrati, metaforicamente, nella fiducia che i cittadini vi hanno consegnato. Infiltrati in istituzioni che dovrebbero appartenere alla collettività e non diventare strumenti per difendere equilibri di potere. Infiltrati nel rapporto tra elettori ed eletti, quando scambiate la rappresentanza per obbedienza e il consenso per un'autorizzazione a fare quello che vi pare.

Siete voi che vi presentate davanti ai cittadini promettendo ascolto, salvo poi trattare il dissenso come un fastidio. Siete voi che invocate la legalità quando dovete mettere a tacere una protesta, ma diventate improvvisamente evasivi quando siete chiamati a rendere conto dei risultati.


Questa è una denuncia politica: il problema è un sistema nel quale troppi cittadini percepiscono una distanza abissale tra chi governa e chi subisce le conseguenze delle decisioni.

E poi arriva Nello Musumeci, altro ministro della Repubblica, con la frase attribuitagli durante un'intervista a Kiss Kiss Napoli:

«Infiltrazioni criminali nelle proteste al Sud? Vabbè, normale, non siamo a Bolzano».

Se la dichiarazione è riportata correttamente, siamo al livello del pregiudizio trasformato in risposta istituzionale. Ministro, ma davvero il Sud dovrebbe considerare la criminalità una caratteristica geografica? Una specie di prodotto tipico locale?

Napoli, la Calabria, tutto il Sud, sono piene di persone oneste che lavorano, pagano le tasse e combattono ogni giorno contro la criminalità. Non hanno bisogno di essere raccontate attraverso lo stereotipo del meridionale sospetto. Hanno bisogno di uno Stato che combatta le organizzazioni criminali e garantisca opportunità, servizi e diritti.

La mafia non è normale al Sud. È un problema da combattere. E la povertà non è una colpa da punire.

ADESSO PURE L'ESERCITO CONTRO CHI PROTESTA?

Come se non bastasse, si arriva a evocare l'intervento dell'esercito nelle manifestazioni. Ed è qui che il discorso diventa ancora più serio.

Ma davvero pensate che una crisi sociale si possa affrontare trasformando le piazze in un problema militare? Davvero credete che basti aumentare la presenza delle divise per far sparire il costo della vita, abbassare gli affitti e riempire i frigoriferi?

L'esercito può avere compiti legittimi e circoscritti di supporto alla sicurezza secondo le norme vigenti. Ma usarne l'immagine come risposta simbolica al disagio sociale è un'altra cosa. È un messaggio politico pesante: invece di chiederci perché la gente sia arrivata al limite, discutiamo di come contenerla.

E se le forze dell'ordine non riescono a gestire determinate emergenze senza ulteriori misure straordinarie, la politica dovrebbe interrogarsi sulle risorse, sull'organizzazione, sulla prevenzione e sulle proprie responsabilità. Non scaricare tutto sulle divise e non trattare ogni manifestante come un potenziale criminale.

Le forze dell'ordine non devono pagare il conto degli errori politici. E i cittadini non devono rinunciare ai propri diritti perché chi governa non sa dare risposte convincenti.

A Napoli la gente chiede interventi sul costo dei beni essenziali, sui carburanti, sui trasporti, sugli affitti e sugli sfratti. Si discutano seriamente la fattibilità e i costi di queste misure. Si propongano alternative. Si apra un confronto.

Ma basta con questa politica che, davanti a una richiesta di aiuto, sembra vedere soltanto un problema di ordine pubblico.

QUANDO LO STATO SMETTE DI ASCOLTARE, LA PACE SOCIALE SI SPEZZA

E qui arriviamo al punto più pericoloso: la possibilità di una guerra civile.

Non perché sia inevitabile, né perché debba diventare un obiettivo per qualcuno. Ma perché una società non può essere spremuta all'infinito, umiliata, impoverita e poi rimproverata quando esplode la rabbia.

Quando una famiglia non riesce a pagare le bollette, quando un lavoratore non arriva a fine mese, quando un giovane non vede futuro e quando chi protesta viene accolto prima con sospetti e minacce che con risposte, la frattura tra cittadini e istituzioni si allarga.

Se a tutto questo aggiungiamo la militarizzazione del linguaggio politico, la criminalizzazione indiscriminata del dissenso e una classe dirigente arroccata sulle proprie posizioni, il rischio di uno scontro sociale sempre più duro diventa una questione da prendere sul serio.

La storia insegna che le democrazie non si svuotano soltanto con i carri armati. Si indeboliscono anche quando le istituzioni perdono credibilità, quando il dialogo viene sostituito dalla paura e quando una parte crescente della popolazione smette di sentirsi rappresentata.

È così che si alimenta una spirale pericolosa: la gente protesta, il potere risponde con la repressione, la rabbia cresce, la risposta si irrigidisce ancora. E ogni passaggio rende più difficile tornare indietro.

Una guerra civile non si annuncia per fare scena: è una catastrofe da scongiurare. E proprio per questo chi governa ha il dovere di spegnere le tensioni, non di alimentarle.

IL POPOLO NON È IL NEMICO

Il problema di questa classe politica è che sembra aver dimenticato una verità elementare: il potere non è proprietà privata e i cittadini non sono sudditi.

Troppi rappresentanti appaiono impegnati soprattutto a conservare le proprie posizioni, mentre chiedono sacrifici a chi non ha più nulla da sacrificare. Una gerontocrazia politica, non necessariamente anagrafica ma certamente culturale, che difende gli equilibri esistenti e guarda al ricambio come a una minaccia.

Poi si meravigliano se la gente si incazza.

Occhiuto dovrebbe ricordare che la Calabria non è una dependance di Roma. Musumeci dovrebbe capire che il Sud non è una barzelletta sulla criminalità. Nordio e chiunque invochi la legalità dovrebbero distinguere con chiarezza i reati accertati dal legittimo esercizio del dissenso.

E tutti dovrebbero smetterla di trattare il popolo come un branco da ricondurre all'ordine.

Se la gente protesta, ascoltatela. Se ha fame, intervenite. Se non arriva a fine mese, trovate soluzioni. Se ci sono criminali, arrestateli sulla base delle prove. Ma non osate mettere sullo stesso piano chi delinque e chi chiede di vivere dignitosamente.

Perché il giorno in cui un governo vedrà soltanto nemici nelle piazze e non più cittadini da rappresentare, il problema non sarà più soltanto il carovita.

Sarà una crisi di fiducia nelle istituzioni. E ricostruire quella fiducia sarà molto più difficile che perderla.

LA CALABRIA NON HA BISOGNO DI UN GOVERNATORE CHE DICA AI CALABRESI DI TORNARE A CASA. HA BISOGNO DI UN PRESIDENTE CHE ABBIA IL CORAGGIO DI ANDARE A ROMA A PRETENDERE RISPOSTE.

Il resto sono chiacchiere, propaganda e poltrone da difendere.

E di tutto questo, francamente, la gente non sa più che cazzo farsene.

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