LA CALABRIA CHE CURA... A BOLOGNA
LA CALABRIA CHE CURA... A BOLOGNA!
AL PRONTO SOCCORSO DI COSENZA LA NUOVA PROPAGANDA SANITARIA FINISCE CORRETTA A PENNARELLO. PERCHÉ TRA GLI SLOGAN DEI DIRIGENTI E LA REALTÀ DEI PAZIENTI C'È DI MEZZO UN BIGLIETTO PER IL NORD.
Da qualche giorno campeggia sui muri del Pronto Soccorso dell'Azienda Ospedaliera di Cosenza una nuova opera di comunicazione istituzionale del Dipartimento Emergenza-Urgenza. Un manifesto che recita solennemente: «LA CALABRIA CHE CURA». A fare da cornice, tramonti mozzafiato, scorci paesaggistici, borghi suggestivi (a quanto pare manco calabresi) e tutto il repertorio fotografico necessario per vendere al mondo la Calabria meravigliosa di Occhiù.
Peccato che il manifesto sia stato affisso proprio in un luogo dove la realtà quotidiana ha spesso ben poco di romantico. Un Pronto Soccorso dove arrivano persone che chiedono risposte, assistenza, diagnosi e cure. Non cartoline illustrate.
E così, davanti a quella che qualcuno ha evidentemente considerato l'ennesima presa per il culo, è arrivata la correzione più semplice, economica ed efficace mai realizzata da un ufficio comunicazione: un pennarello nero e due parole aggiunte accanto allo slogan: «... A BOLOGNA».
Fine della campagna pubblicitaria. Inizio della comunicazione autentica.
Perché quella scritta, per quanto irriverente, racconta una realtà che nessun manifesto patinato può cancellare: esiste una Calabria che non riesce a trovare nella propria sanità le risposte di cui ha bisogno. Una Calabria costretta a preparare valigie, affrontare centinaia di chilometri e sostenere spese di viaggio, alloggio e permanenza pur di ottenere prestazioni sanitarie altrove.
Una Calabria che emigra per curarsi. E che, mentre parte, porta con sé anche le risorse economiche che potrebbero contribuire a sostenere il sistema sanitario del territorio.
Ecco perché quello slogan appare tanto distante dalla vita reale. Perché parlare di «Calabria che cura» senza fare i conti con la mobilità sanitaria, con le difficoltà di accesso alle prestazioni, con le liste d'attesa e con le carenze organizzative significa raccontare soltanto una parte della storia. Quella che fa bella figura sulle pareti.
E allora la domanda diventa inevitabile: chi avrebbe dovuto riconoscere questa distanza tra propaganda e realtà?
La responsabilità gestionale dell'Azienda non è una questione astratta. Alla guida dell'Azienda Ospedaliera di Cosenza c'è Vitaliano De Salazar, mentre nell'organizzazione del Dipartimento e dei reparti operano figure dirigenziali come Andrea Bruni, Pino Pasqua, Roberto Ricchio ed Eva De Rose.
A loro, e a chi ha ideato e autorizzato questa campagna, andrebbe posta una domanda molto semplice: quale messaggio si vorrebbe trasmettere ai pazienti che ogni giorno attraversano quelle porte in cerca di assistenza?
PERCHÉ QUEL MANIFESTO, AGLI OCCHI DI MOLTI, È DAVVERO UNA PRESA PER IL CULO MADORNALE!
Se la Calabria cura? Bene. Allora sarebbe interessante capire dove, come, con quali tempi e soprattutto con quali risultati.
Si vorrebbe trasmettere il messaggio che proprio loro sono riusciti a migliorare le condizioni del Pronto Soccorso di Cosenza? Anche questo è vero solo in parte. Una miglioria c'è stata... ma non certo per merito loro.
Ma, tempo al tempo, parleremo anche di questo...
Perché la sanità non si misura con la bellezza dei paesaggi stampati sui manifesti. Si misura con la capacità di assistere una persona quando sta male, con la possibilità di ricevere una diagnosi senza aspettare mesi, con un posto letto disponibile quando serve e con un sistema che non costringa il cittadino a cercare altrove ciò che dovrebbe trovare a casa propria.
E mentre qualcuno si preoccupa di raccontare una Calabria che cura, c'è chi continua a pagare il prezzo di una Calabria che non riesce a curare tutti i suoi cittadini.
La mobilità sanitaria passiva non è una fotografia da ritoccare con Photoshop. È una questione di soldi pubblici, organizzazione, servizi e diritti. E ogni euro che segue il paziente verso altre regioni rappresenta anche una risorsa che il sistema sanitario calabrese deve fare i conti con il rischio di perdere.
AVETE TRASFORMATO L'OSPEDALE IN UN GRANDE ALTARE ALLA POLITICA DI OCCHIÙ... SENZA AVERNE DIRITTO NÉ MERITO!
Naturalmente, i manifesti sono molto più facili da realizzare delle riforme. Costano meno di un reparto efficiente, non hanno bisogno di personale, non fanno turni e soprattutto non presentano reclami.
Ma c'è un particolare che evidentemente qualcuno ha sottovalutato: i pazienti sanno leggere. E quando leggono «LA CALABRIA CHE CURA» mentre stanno cercando un posto dove farsi curare, possono anche decidere di aggiungere quello che manca.
... A BOLOGNA.
Tre puntini e due parole che valgono più di un'intera campagna pubblicitaria.
E adesso, cari signori della burocrazia sanitaria, invece di offendervi per il pennarello, provate a rispondere alla domanda che quella scritta vi ha sbattuto in faccia.
SE LA CALABRIA CURA, PERCHÉ TANTI CALABRESI SONO ANCORA COSTRETTI AD ANDARE A FARSI CURARE ALTROVE?
Perché i manifesti possono anche raccontare una favola. Ma le barelle, quelle vere, raccontano un'altra storia.
E non c'è pennarello che possa cancellarla.
CALABRIA MAGAZINE La realtà, nuda e cruda.
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