LA CALABRIA DEI POVERI ARRICCHISCIÙTI E DEI PECURÌEDDRI SODOMIZZATI
LA CALABRIA DEI POVERI ARRICCHISCIÙTI E DEI PECURÌEDDRI SODOMIZZATI!
I PRIMI HANNO DIMENTICATO DA DOVE VENGONO. I SECONDI HANNO DIMENTICATO DI AVERE UNA DIGNITÀ. INTANTO I TRATTORI SCENDONO IN STRADA, I SOCCORRITORI IN PIAZZA E I CITTADINI CONTINUANO A PAGARE IL CONTO.
C'è una Calabria che non compare nelle fotografie istituzionali, che non viene raccontata nei comunicati stampa, che non partecipa ai tagli dei nastri e che non viene invitata ai tavoli dove si distribuiscono incarichi, prebende e privilegi. È la Calabria di chi lavora, di chi fatica, di chi tira avanti con quattro soldi, di chi ha cresciuto figli sacrificando una vita intera e di chi, oggi, non riesce nemmeno a garantirgli un futuro nella propria terra.
E poi c'è un'altra Calabria. Quella dei poveri arricchisciùti e d'i pecurìeddri sodomizzati. Due categorie apparentemente diverse, ma che, messe insieme, raccontano una delle peggiori malattie sociali di questa regione: la perdita della memoria, della dignità e del senso di appartenenza.
I primi sono quelli che ce l'hanno fatta. O almeno così credono. Quelli che, partendo spesso da famiglie umili, sono riusciti a conquistare posizioni di potere, incarichi, poltrone e disponibilità economiche. Nulla di male nell'emanciparsi, nel migliorare la propria condizione sociale, nel costruire una carriera. Anzi, sarebbe questo il senso del sacrificio dei nostri genitori.
Il problema comincia quando, una volta arrivati in cima, si dimenticano della scala che hanno utilizzato per salire.
Hanno dimenticato i padri e le madri. Quelli con le mani spaccate dal lavoro, i calli sui palmi, la schiena consumata dalla fatica, che uscivano di casa all'alba e rientravano quando il sole era già tramontato. Quelli che non conoscevano le conferenze stampa, i convegni, le consulenze e le relazioni istituzionali, ma sapevano benissimo cosa significasse mettere insieme il pranzo con la cena.
Quelli che hanno rinunciato a tutto pur di far studiare i figli, nella speranza che potessero vivere una vita migliore della loro.
E quei figli, alcuni dei quali oggi siedono nelle stanze del potere, dirigono uffici, amministrazioni, aziende pubbliche e strutture regionali, sembrano essersi dimenticati persino del significato della parola sacrificio.
Non tutti, naturalmente. Ma quelli che hanno trasformato il privilegio in una condizione normale, il potere in un affare personale e la politica in un ascensore riservato a una cerchia ristretta, dovrebbero fermarsi un momento e guardarsi allo specchio.
Perché i loro padri non hanno consumato la salute per consegnare loro una Calabria peggiore di quella che avevano trovato. Non hanno lavorato una vita per consentire ai figli di diventare padroni di una terra che dovrebbe appartenere a tutti.
E poi ci sono i secondi. I PECURÌEDDRI.
Quelli che subiscono, sopportano, abbassano la testa e, soprattutto, continuano a credere. Credono agli slogan, ai proclami, alle promesse elettorali, alle inaugurazioni, alle fotografie e alle magnifiche sorti e progressive annunciate dal politico di turno.
Ci credono persino quando gli viene messo direttamente mano nel portafogli.
Ci credono persino quando il figlio è costretto a emigrare per trovare un lavoro. Quando la figlia deve trasferirsi al Nord per studiare. Quando un familiare deve attraversare mezza Italia per una visita specialistica o per ricevere cure che nella propria regione non riesce a ottenere.
Eppure continuano a battere le mani.
Continuano a cercare il "piacìre" , il favore, la telefonata giusta, la conoscenza giusta. Continuano a bussare alla porta del potente di turno per ottenere quello che dovrebbe essere garantito a prescindere: un diritto.
E questa è forse la parte più umiliante dell'intera faccenda.
Perché quando un cittadino arriva a considerare un favore personale ciò che dovrebbe essere una prestazione pubblica, significa che qualcosa nella sua coscienza civile si è rotto. Quando per ottenere un appuntamento, un'assistenza, un lavoro o persino una risposta bisogna conoscere qualcuno, non siamo più davanti a una comunità di cittadini liberi. Siamo davanti a una società che rischia di confondere la cittadinanza con la clientela.
E il potente, naturalmente, ringrazia.
Perché un cittadino che pretende un diritto è un problema. Un cittadino che chiede un favore è una risorsa elettorale.
Il primo può denunciare, contestare, pretendere trasparenza. Il secondo deve essere riconoscente, possibilmente riconoscente a vita.
E così si alimenta il circolo vizioso: una mano sulla spalla, una promessa, una fotografia, un piacìre e qualche briciola lasciata cadere dalla tavola imbandita dei primi. Quanto basta per tenere buoni i secondi.
Una Calabria divisa tra chi distribuisce le briciole e chi aspetta di raccoglierle.
FINALMENTE I TRATTORI IN STRADA, I SOCCORRITORI IN PIAZZA E I CITTADINI CHE COMINCIANO A STANCARSI!
Ma qualcosa, finalmente, si muove.
Finalmente i trattori scendono in strada. Finalmente i sanitari portano la propria protesta nelle piazze. Finalmente lavoratori, agricoltori e categorie che per troppo tempo hanno sopportato in silenzio cominciano a manifestare pubblicamente il proprio dissenso.
E c'è anche un'altra fotografia che racconta il fallimento della Calabria: quella dei medici che ritornano dal Nord, convinti magari di poter contribuire a ricostruire la sanità della propria terra, ma che rischiano di accorgersi rapidamente che tra le promesse istituzionali e la realtà quotidiana esiste un abisso.
La Calabria, in certi momenti, sembra diventata un gigantesco manifesto promozionale. Tutto bellissimo sulla carta, tutto straordinario nelle dichiarazioni, tutto meraviglioso nelle conferenze stampa. Poi, quando si entra negli ospedali, negli ambulatori e nei reparti, bisogna fare i conti con organizzazione, personale, strutture e condizioni di lavoro.
E qualcuno, inevitabilmente, riparte per il Nord.
Il problema non è convincere un medico a tornare. È dargli ragioni concrete per restare.
Non si può continuare a vendere la Calabria come una terra delle opportunità mentre chi dovrebbe garantirne i servizi scopre che quelle opportunità, troppo spesso, esistono soltanto nei manifesti pubblicitari della politica.
Ecco il punto: agricoltori, soccorritori, medici, lavoratori e cittadini non stanno necessariamente combattendo battaglie diverse. Stanno raccontando, da angolazioni differenti, lo stesso problema: la distanza tra ciò che viene promesso e ciò che viene realmente garantito.
IL CARO CARBURANTI: IL CONTO LO PAGANO SEMPRE GLI STESSI. E GLI EXTRAPROFITTI?
Qui bisogna andare al cuore del problema.
Quando aumenta il prezzo del carburante non aumenta soltanto il costo di fare il pieno alla propria automobile. Aumenta il costo di arare un campo, di seminare, di irrigare, di raccogliere, di trasportare una merce, di distribuire un prodotto e di produrre un alimento.
Il gasolio agricolo pesa sui bilanci delle aziende. Il carburante pesa sui costi degli autotrasportatori. Il trasporto pesa sulla distribuzione. La distribuzione pesa sul prezzo finale dei prodotti.
E alla fine il conto arriva sempre alla stessa porta: quella dei cittadini.
Agricoltori, lavoratori, pensionati e famiglie. Tutti chiamati a stringere ulteriormente la cinghia, mentre il potere d'acquisto si assottiglia e fare la spesa diventa un esercizio di sopravvivenza economica.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché i sacrifici devono essere sempre a senso unico?
Perché si chiede continuamente a chi lavora di assorbire aumenti, rincari e costi insostenibili, mentre si discute ancora troppo poco di come distribuire in maniera equa gli oneri lungo tutta la filiera energetica?
La questione degli extraprofitti delle grandi compagnie energetiche deve entrare seriamente al centro del dibattito politico.
Non stiamo parlando di colpire indiscriminatamente qualsiasi impresa che realizzi un utile. Stiamo parlando di individuare, con criteri economici e fiscali trasparenti, gli eventuali profitti straordinari riconducibili a condizioni eccezionali del mercato energetico e di valutare una tassazione mirata, proporzionata e verificabile.
Questa è una proposta politica precisa, con una sua necessità di approfondimento tecnico e giuridico, ma anche con una domanda sociale che non può essere liquidata con un altro comunicato stampa.
PERCHÉ NON POSSONO ESSERE SEMPRE GLI STESSI A PAGARE IL PREZZO DELLE CRISI, MENTRE ALTRI BENEFICIANO DELLE CONDIZIONI STRAORDINARIE DEL MERCATO.
E non bastano le mancette temporanee.
Non bastano provvedimenti che durano trenta giorni, qualche sconto momentaneo, una misura tampone e poi tutti a casa, come se il problema fosse stato risolto.
Servono politiche strutturali sul costo dell'energia, sui carburanti, sulla fiscalità e sulla tutela delle attività produttive. E tra le proposte da discutere c'è proprio quella di destinare le risorse derivanti da un'eventuale tassazione degli extraprofitti a interventi stabili e misurabili per alleggerire i costi energetici di famiglie e imprese.
Gli agricoltori lo stanno denunciando con i trattori. Gli autotrasportatori lo vivono ogni giorno. Le imprese lo registrano nei bilanci. Le famiglie lo vedono sullo scontrino del supermercato.
La domanda è semplice: quanto ancora dovranno pagare i cittadini prima che il problema venga affrontato alla radice?
E soprattutto, perché il dibattito sugli extraprofitti deve sempre arrivare dopo quello sui sacrifici richiesti ai lavoratori?
NON ALTRE MANCETTE: IL PAESE CHIEDE RISPOSTE!
La proposta avanzata da chi protesta è chiara: mettere la tassazione degli extraprofitti energetici al centro di una strategia che restituisca risorse a chi produce, lavora e consuma.
Non si tratta di pretendere soluzioni miracolose. Si tratta di discutere apertamente chi debba sostenere il peso delle crisi e quali strumenti fiscali possano correggere gli squilibri senza compromettere investimenti, concorrenza e approvvigionamenti.
E soprattutto bisogna pretendere che le risorse eventualmente raccolte siano effettivamente destinate agli obiettivi dichiarati, con rendicontazione pubblica e risultati verificabili.
Perché anche qui siamo stanchi delle scatole vuote.
La protesta deve poter continuare finché non arrivano risposte concrete, ma deve mantenere una direzione precisa, obiettivi verificabili e modalità pacifiche. Il diritto di manifestare non deve trasformarsi in un danno indiscriminato per altri cittadini, lavoratori e servizi essenziali.
Il Paese ha bisogno di una discussione seria, non di un'altra guerra tra poveri.
E se il governo ritiene che la tassazione degli extraprofitti non sia la strada giusta, abbia il coraggio di spiegare pubblicamente quali alternative intenda adottare per evitare che il costo delle crisi energetiche continui a gravare sproporzionatamente sulle famiglie e sulle attività produttive.
Basta slogan. Vogliamo numeri, provvedimenti, tempi e responsabilità.
LA POLITICA DELLE SAGRE, DEI PROCLAMI E DELLE BRICIOLE
Guardatevi intorno.
Da una parte abbiamo la politica delle passerelle, delle sagre, delle inaugurazioni e dei comunicati celebrativi. Dall'altra gli agricoltori che protestano, i produttori che denunciano le difficoltà del comparto e le aziende che devono fare i conti con problemi concreti.
Il caso dell'assessorato all'Agricoltura guidato da Gianluca Gallo è emblematico del confronto tra la narrazione istituzionale e le rivendicazioni di chi lavora nei campi.
Le sagre possono promuovere i prodotti locali, ma non possono sostituire politiche agricole efficaci. Un piatto di specialità calabresi non paga le bollette di un'azienda agricola.
Guardate la sanità.
Si annuncia il ritorno dei medici, si celebrano i reclutamenti e si presentano risultati. Poi bisogna capire perché alcuni professionisti, come nel caso del dottor Madeo, finiscono al centro delle discussioni sul rapporto tra reclutamento e permanenza in Calabria.
Un medico non si trattiene con una fotografia e un comunicato: servono condizioni di lavoro, organizzazione e prospettive professionali.
Guardate il 118.
Gli operatori protestano, le associazioni denunciano difficoltà, i dipendenti chiedono risposte e il servizio continua a essere chiamato a compensare le falle di un sistema che dovrebbe invece sostenerlo.
Il 116117 doveva contribuire a decongestionare l'emergenza, ma se il territorio non è organizzato e i servizi non riescono a rispondere, il rischio è che il peso finisca nuovamente sulle ambulanze.
Guardate le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità.
Edifici, finanziamenti, inaugurazioni e rendering. Ma chi garantirà il personale? Chi pagherà la gestione? Chi assicurerà la continuità dei servizi quando finiranno le risorse straordinarie?
Perché costruire una struttura non significa automaticamente costruire una sanità funzionante.
E mentre tutto questo accade, c'è ancora chi si accontenta di un post celebrativo, di una stretta di mano o di un favore personale.
Ecco perché bisogna smetterla di confondere la propaganda con i risultati.
CHI NON SCENDE IN PIAZZA, HA DI CHE CAMPARE!
Questa è la parte che fa più rabbia.
Quelli che sui social si trasformano in rivoluzionari, che insultano tutti, che conoscono perfettamente i problemi della Calabria e che hanno la soluzione pronta per ogni cosa, quando arriva il momento di partecipare alla protesta spariscono.
Svaniti.
Improvvisamente diventano prudenti, impegnati, indisponibili. La tastiera diventa una trincea comodissima, dalla quale si può sparare contro chiunque senza rischiare nemmeno di sgualcirsi la camicia.
Ma attenzione: non tutti quelli che non possono partecipare sono indifferenti. Ci sono lavoratori impossibilitati a scioperare, persone fragili, famiglie con problemi economici e cittadini che rischiano conseguenze concrete se espongono pubblicamente il proprio dissenso.
Il problema sono quelli che potrebbero partecipare, ma preferiscono aspettare che siano sempre gli altri a metterci la faccia.
Se una protesta riguarda il 118, non riguarda soltanto chi lavora sulle ambulanze. Riguarda il cittadino che potrebbe averne bisogno domani.
Se protestano gli agricoltori, non riguarda soltanto chi coltiva la terra, ma anche chi compra ciò che quella terra produce.
Se protestano i lavoratori della sanità, riguarda chiunque abbia bisogno di essere curato.
La protesta di una categoria può e deve diventare la battaglia di un'intera comunità.
Ecco perché i sindaci dei territori più isolati, i rappresentanti delle associazioni, i cittadini, i commercianti, i lavoratori e le famiglie dovrebbero comprendere che non si tratta di assistere a uno spettacolo, ma di partecipare a una questione che li riguarda direttamente.
Non servono eroi solitari. Serve una comunità che smetta di comportarsi da pubblico.
BASTA BRICIOLE. BASTA PIACÌRI. BASTA PECORAGGINE!
La Calabria non è proprietà di chi occupa temporaneamente una poltrona. Non appartiene a una famiglia politica, a un gruppo di amministratori, a una cerchia di dirigenti o a una congrega di fedelissimi.
E soprattutto non è un feudo nel quale i cittadini devono presentarsi con il cappello in mano per ottenere ciò che spetta loro.
Chi amministra deve rispondere. Chi dirige deve rendicontare. Chi governa deve dimostrare, attraverso i fatti, di avere utilizzato le risorse pubbliche nell'interesse collettivo.
E chi vota deve ricordarsi che la matita nella cabina elettorale non è una penna per firmare una cambiale in bianco.
Bisogna tornare a pretendere, non a chiedere il piacere. Bisogna tornare a partecipare, non a delegare tutto al politico amico. Bisogna tornare a difendere i servizi pubblici, il lavoro, la dignità e il futuro dei nostri figli.
E bisogna farlo senza paura, senza violenza, senza distruggere ciò che appartiene a tutti.
Le piazze devono riempirsi, le istituzioni devono essere messe davanti alle proprie responsabilità e le proteste devono continuare finché non arriveranno risposte concrete.
LA CALABRIA NON È DEI POVERI ARRICCHISCIÙTI. E NEMMENO DEI PECURÌEDDRI!
È dei padri che hanno lavorato fino a consumarsi le mani. È delle madri che hanno mandato avanti famiglie intere con sacrifici che oggi qualcuno sembra aver dimenticato. È dei giovani costretti a partire. È dei lavoratori che non arrivano a fine mese. È dei medici, degli infermieri, degli autisti soccorritori e di tutti quelli che tengono in piedi servizi pubblici spesso con risorse insufficienti.
È di chi non ha santi in paradiso, ma paga regolarmente le tasse e pretende di essere trattato da cittadino, non da suddito.
E allora, ai poveri arricchisciùti che hanno dimenticato le proprie origini diciamo una cosa: le poltrone non sono eterne e il potere non cancella la memoria di come si è arrivati fin lassù.
Ai pecurìeddri che continuano a vivere di slogan e piacìri diciamone un'altra: nessuno vi restituirà la dignità al posto vostro. Nessun politico vi regalerà la libertà di cui avete paura di servirvi. E nessuna briciola potrà mai compensare ciò che state perdendo.
Ai cittadini che stanno finalmente alzando la testa diciamo invece di non fermarsi alla rabbia. Trasformino la protesta in partecipazione, le rivendicazioni in proposte concrete e il dissenso in controllo democratico permanente.
Perché non basta mandare i trattori in strada, riempire una piazza o bloccare simbolicamente una giornata di lavoro. Bisogna arrivare a risultati misurabili, ottenere impegni verificabili e controllare che vengano mantenuti.
E allora sì: SCENDETE IN PIAZZA!
Non aspettate che a protestare siano sempre gli altri. Non aspettate che chiudano anche l'ultimo servizio vicino casa. Non aspettate che vostro figlio debba partire, che un familiare debba cercare cure altrove o che la vostra attività sia costretta ad abbassare la saracinesca.
Scendete in strada, partecipate, fate rumore, riempite le piazze e pretendete risposte. Senza violenza, ma senza arretrare sui vostri diritti.
BASTA MANCETTE. BASTA PROMESSE. BASTA SACRIFICI SEMPRE A CARICO DEGLI STESSI. GLI EXTRAPROFITTI ENERGETICI DEVONO DIVENTARE UNA QUESTIONE POLITICA CENTRALE.
E questi signori devono ricordarsi una cosa elementare: sono stati chiamati ad amministrare, non a comandare sulla vita delle persone.
PERCHÉ UNA CALABRIA CHE CHIEDE PIACÈRI È UNA CALABRIA SOTTOMESSA. UNA CALABRIA CHE PRETENDE DIRITTI È UNA CALABRIA CHE HA FINALMENTE ALZATO LA TESTA.
E NOI, FRANCAMENTE, DI PECURÌEDDRI E DI POVERI ARRICCHISCIÙTI NE ABBIAMO ABBASTANZA!
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