L'ITALIA IN RIVOLTA, IL GOVERNO REPRIME: SIAMO SULL'ORLO DELLA GUERRA CIVILE?
IL GOVERNO MELONI RISPONDE AL DISAGIO SOCIALE CON I DECRETI DELLA PAURA. GIOVANI NEL MIRINO, DIRITTI SOTTO ATTACCO E MAGISTRATURA CHIAMATA A INTERVENIRE. MA QUANDO UN POPOLO SMETTE DI FIDARSI DI CHI LO GOVERNA, NESSUN MANGANELLO PUÒ FERMARE LA STORIA.
Guardate i cartelli durante le manifestazioni. Guardateli bene, perché raccontano un'Italia che nei palazzi del potere fanno finta di non vedere. Ragazzi con cartelli di cartone, scritte a pennarello, slogan provocatori, facce giovani e una rabbia che non nasce dal nulla. «Meloni, fuori dai coglioni». «Questo governo non è relatable». «La vita va vissuta, non sopravvissuta». Non saranno frasi da salotto buono, ma sono il ritratto di una generazione che si è rotta i coglioni di aspettare.
E sapete qual è la risposta di questo governo? Non un grande piano per rendere accessibili gli affitti. Non stipendi dignitosi. Non una svolta sulla precarietà. Non una risposta strutturale al carovita. No. Arrivano altri decreti sulla sicurezza, nuovi reati, pene più severe, arresto in flagranza differita, misure preventive e altri strumenti di controllo.
Avete capito o no che il problema non è più soltanto quello che succede nelle piazze? Il problema è quello che sta succedendo tra il potere e il popolo!
IL DECRETO DEL CAZZO: QUANDO LA RISPOSTA ALLA RABBIA È AUMENTARE LA REPRESSIONE
Il 20 ottobre 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto-legge sulla sicurezza e sulla criminalità minorile, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 22 ottobre ed entrato in vigore il 23 ottobre. Il provvedimento introduce nuove fattispecie di reato per determinate forme di violenza organizzata durante le manifestazioni, inasprisce le pene per alcune condotte, estende l'arresto in flagranza differita e interviene sulla disciplina penale dei minorenni. Prevede inoltre l'estensione delle misure di accompagnamento e trattenimento preventivo, fino a dodici ore nei casi previsti dalla legge, e l'impiego di altri 500 militari a Milano fino alla fine del 2026.
Non sono invenzioni. Sono disposizioni ufficiali, consultabili nella Gazzetta Ufficiale e nel comunicato del Consiglio dei ministri.
Fonti: Gazzetta Ufficiale, decreto-legge 22 ottobre 2026, n. 190; Presidenza del Consiglio dei ministri, comunicato del 20 ottobre 2026.
Adesso qualcuno ci verrà a raccontare la solita favoletta: tutto questo serve a garantire la sicurezza. Certo, la sicurezza serve. Le aggressioni vanno perseguite, i danneggiamenti accertati, i responsabili individuati. Nessuno pretende che si lasci campo libero alla violenza.
Ma la domanda è un'altra: perché ogni volta che esplode un problema sociale la risposta più immediata sembra essere un nuovo giro di vite?
Gli studenti chiedono un futuro? Più controlli. I lavoratori protestano? Più misure di sicurezza. Le piazze si riempiono? Nuovi reati e pene più pesanti. Il malessere diventa visibile? Si rafforzano gli strumenti per intervenire contro chi viene considerato pericoloso.
E le cause? Gli affitti che divorano gli stipendi, i salari da fame, il costo della vita, le famiglie che non arrivano alla fine del mese, i giovani che non riescono a costruirsi un'esistenza autonoma?
Quelle possono aspettare. Il decreto, invece, arriva subito.
QUESTO È IL PUNTO: NON SI PUÒ GOVERNARE UN PAESE COME SE FOSSE UNA CASERMA E TRATTARE OGNI ESPLOSIONE DI DISSENSO COME UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO.
Il decreto non rende automaticamente criminale chiunque partecipi a una manifestazione. Le singole disposizioni prevedono fattispecie e presupposti specifici. Ma proprio per questo occorre vigilare attentamente sulla loro applicazione, sui margini di discrezionalità e sulle garanzie contro gli abusi.
Perché una legge può chiamarsi sicurezza e sollevare comunque seri interrogativi sulla libertà. Una misura può essere presentata come preventiva e richiedere comunque un controllo rigoroso. E una norma approvata dal potere politico non diventa intoccabile soltanto perché porta il timbro dello Stato.
UN GOVERNO POLITICAMENTE DELEGITTIMATO NON PUÒ NASCONDERSI DIETRO LA LEGGE
Noi lo diciamo senza girarci intorno: questo governo, ai nostri occhi, sta assumendo un indirizzo sempre più autoritario, con metodi che ricordano una cultura politica repressiva e con un approccio che giudichiamo fascista nei modi.
È un giudizio politico durissimo, e ce ne assumiamo la responsabilità editoriale.
Ma attenzione: la forza di questa denuncia non sta nell'inventare fatti. Sta nel mettere in fila quelli che abbiamo davanti e nel domandare quale modello di Paese si stia costruendo.
Un governo può avere la maggioranza parlamentare e, contemporaneamente, perdere una parte significativa della fiducia popolare. Può conservare i poteri previsti dalla Costituzione e vedere contestata la propria legittimazione politica nelle piazze. Sono due piani diversi, che non vanno confusi.
E qui arriviamo al punto che qualcuno preferirebbe non sentire.
Quando un governo perde il consenso di una parte crescente del Paese, non diventa automaticamente illegale. Ma non può pretendere che la propria legittimità democratica venga considerata una cambiale in bianco.
Per noi, le proteste che attraversano l'Italia sono un segnale politico che non può essere liquidato come rumore di fondo. Sono un avvertimento. Sono la dimostrazione che una parte della società non si sente rappresentata e non riconosce più nelle risposte del governo una soluzione ai propri problemi.
E se il governo pensa di recuperare quella fiducia aumentando la pressione sulle piazze, rischia di ottenere l'esatto contrario: più sfiducia, più rabbia, più distanza dalle istituzioni.
Un decreto-legge non può essere dichiarato illegittimo soltanto perché il governo è contestato o perché ha perso consenso. Ma può e deve essere sottoposto a tutte le verifiche di costituzionalità previste dall'ordinamento.
È esattamente ciò che chiediamo.
MAGISTRATURA, DOVE SIETE?
La magistratura deve fare il proprio mestiere senza paura e senza guardare in faccia nessuno.
Chiediamo che gli organi competenti esaminino con la massima attenzione la compatibilità delle nuove disposizioni con i principi costituzionali, a partire dalla libertà di manifestazione del pensiero, dal diritto di riunione pacifica, dalla libertà personale e dal principio di proporzionalità delle restrizioni.
L'articolo 17 della Costituzione tutela il diritto dei cittadini di riunirsi pacificamente e senz'armi. L'articolo 21 tutela la libertà di manifestazione del pensiero. L'articolo 13 stabilisce garanzie fondamentali per la libertà personale.
Non sono concessioni del governo. Non sono gentili favori di Giorgia Meloni. Non sono diritti che un ministro può restringere a piacimento perché una piazza gli sta antipatica.
Sono principi costituzionali.
E l'articolo 77 stabilisce che i decreti-legge devono essere presentati alle Camere per la conversione e perdono efficacia fin dall'inizio se non vengono convertiti entro sessanta giorni. La Corte costituzionale può intervenire sulle questioni di propria competenza, mentre i giudici possono sollevare questioni di legittimità costituzionale nei procedimenti in cui ricorrano i presupposti previsti dalla legge.
È questa la strada istituzionale da percorrere. Non chiediamo condanne preventive, né processi politici. Chiediamo controlli effettivi, rigorosi e indipendenti.
Perché se una disposizione comprime illegittimamente diritti fondamentali, deve essere possibile contestarla davanti agli organi competenti e ottenere una risposta.
E se il governo ritiene che le proprie norme siano pienamente costituzionali, le difenda nel merito. Non si nasconda dietro la parola sicurezza come se fosse una formula magica capace di chiudere ogni discussione.
RAGAZZI, NON FATEVI INTIMIDIRE. IL FUTURO È VOSTRO.
Adesso guardiamo quelle fotografie un'altra volta.
C'è chi scrive «Meloni, no governi sti coglioni». C'è chi denuncia un governo che non sente vicino. C'è chi ricorda che la vita non può ridursi alla sopravvivenza. E c'è chi, con ironia e rabbia, rivendica il diritto di lottare per i propri diritti.
Qualcuno si scandalizzerà per le parolacce. Qualcun altro si fermerà al cartello più provocatorio. È più facile indignarsi per un insulto scritto su un pezzo di cartone che rispondere alle ragioni di chi lo tiene in mano.
Ma quei ragazzi non devono diventare tutti uguali, né devono essere trasformati in un esercito al servizio di una parte politica. Hanno il diritto di pensare con la propria testa, contestare chiunque e costruire un movimento autonomo, libero e democratico.
Il loro futuro non appartiene a Meloni, a Salvini, a nessun partito e a nessun palazzo.
Appartiene a loro.
Per questo devono continuare a organizzarsi, partecipare, documentare gli abusi, pretendere trasparenza, difendere i diritti costituzionali e costringere la politica a rispondere. Devono essere determinati, rumorosi, scomodi. Devono smettere di chiedere scusa per il semplice fatto di esistere e di voler vivere dignitosamente.
Ma devono anche proteggere la propria battaglia dalla violenza. Perché un movimento che vuole cambiare il Paese non può consegnare al governo il pretesto per ridurre tutto a una questione di ordine pubblico.
Non regalategli questa possibilità. Non lasciate che la vostra rabbia venga usata contro di voi.
La protesta pacifica non è debolezza. La disobbedienza civile, quando praticata senza violenza e affrontandone consapevolmente le conseguenze legali, è una forma di partecipazione politica. La determinazione non ha bisogno di trasformarsi in aggressione per essere efficace.
E chi indossa una divisa deve ricordare che quei giovani non sono nemici da abbattere. Sono cittadini da tutelare, anche quando contestano duramente chi governa.
FORZE DELL'ORDINE, ABBASSATE I MANGANELLI QUANDO NON SERVONO
A voi che vi trovate davanti ai cortei diciamo una cosa semplice: non confondete il dissenso con il nemico.
Dietro gli scudi ci sono lavoratori, genitori e cittadini. Davanti agli scudi ci sono altri lavoratori, altri genitori, altri cittadini. E tra quei ragazzi ci sono anche i vostri figli, i vostri nipoti, i vostri fratelli.
Non vi chiediamo di disobbedire agli ordini legittimi, né di tollerare aggressioni. Vi chiediamo di esercitare il vostro ruolo con professionalità, equilibrio e rispetto dei diritti fondamentali.
Proteggete chi manifesta pacificamente. Isolate chi commette violenze. Evitate le provocazioni inutili, privilegiate il dialogo quando è possibile e non lasciate che una piazza intera venga identificata con le azioni di pochi.
La fedeltà alle istituzioni non è fedeltà personale a chi governa. È fedeltà alla Costituzione, alla legge e ai cittadini.
E se qualcuno viola la legge, risponda delle proprie azioni. Ma se qualcuno abusa del potere, deve risponderne allo stesso modo.
Nessuno può pretendere che la divisa diventi uno strumento di protezione politica per chi siede nei palazzi.
LA GUERRA CIVILE? NON È PIÙ UN'IPOTESI DA LIQUIDARE CON UNA RISATA
Arriviamo alla questione più grave.
Stiamo rischiando una guerra civile?
Non abbiamo elementi per affermare che sia inevitabile o che esista già una situazione assimilabile a una guerra civile. Ma chi considera impossibile una deriva di questo genere sottovaluta il modo in cui possono deteriorarsi i rapporti tra una società e le proprie istituzioni.
Le guerre civili non nascono necessariamente da un giorno all'altro. Possono essere precedute da anni di polarizzazione, disuguaglianze, sfiducia, repressione percepita, delegittimazione reciproca e incapacità della politica di risolvere i conflitti.
Il rischio aumenta quando una parte della popolazione smette di credere che le istituzioni possano ascoltarla; quando il dissenso viene interpretato come una minaccia; quando ogni intervento delle forze dell'ordine viene letto come un attacco politico; quando la rabbia sociale si trasforma in odio e l'avversario viene considerato un nemico da eliminare anziché un cittadino con cui convivere.
Ecco perché la situazione va presa sul serio.
Se il governo continuerà a rispondere alle tensioni principalmente con nuove restrizioni, se le proteste verranno gestite senza sufficiente attenzione ai diritti e se le cause economiche del malessere resteranno irrisolte, la distanza tra una parte della società e le istituzioni potrebbe diventare ancora più profonda.
Se poi gli scontri si moltiplicheranno, se la violenza diventerà una risposta abituale e se verrà meno la fiducia nella possibilità di ottenere giustizia attraverso gli strumenti democratici, il rischio di una spirale pericolosa non potrà essere liquidato come fantasia.
Una guerra civile non si annuncia con un comunicato stampa. Si prepara quando la convivenza diventa impossibile, quando la paura prende il posto della fiducia e quando nessuno sembra più disposto ad ascoltare nessuno.
Per questo non dobbiamo aspettare che la situazione precipiti per cominciare a preoccuparci.
Il governo deve abbassare la tensione, spiegare le proprie scelte e dimostrare di saper rispondere ai problemi reali. Le opposizioni devono offrire alternative credibili. Le forze dell'ordine devono garantire i diritti e la sicurezza. La magistratura deve verificare il rispetto della legge. I cittadini devono difendere la libertà senza consegnarsi alla violenza.
Non è buonismo. È prevenzione.
Perché se si arriva al punto in cui una parte del Paese considera il governo un nemico e il governo considera una parte del Paese un nemico, non ci sarà un vincitore da festeggiare. Ci saranno soltanto ferite, paura, distruzione e una democrazia devastata.
AVETE CAPITO O NO CHE NON POTETE GOVERNARE CONTRO IL POPOLO?
Questa è la domanda che dovrebbe risuonare in ogni palazzo, in ogni ministero, in ogni aula parlamentare.
Non potete risolvere il problema degli affitti con un arresto. Non potete risolvere il carovita con un decreto sulla sicurezza. Non potete convincere una generazione di avere fiducia nel futuro mettendola sotto sospetto quando scende in piazza.
E non potete pretendere che il consenso conquistato alle elezioni vi autorizzi a ignorare per anni ogni segnale di dissenso.
La democrazia non è il potere di fare quello che si vuole fino alle elezioni successive. È responsabilità, controllo, confronto e rispetto dei diritti anche quando fanno male a chi governa.
Il governo Meloni deve rispondere politicamente delle proprie scelte. Le nuove norme devono essere sottoposte ai controlli previsti dall'ordinamento. I cittadini devono poter protestare senza essere intimiditi. Chi commette violenze deve risponderne. Chi abusa del potere deve risponderne altrettanto.
E i giovani devono sapere che il loro futuro non è una concessione di chi sta al governo.
È un diritto da difendere.
Perché quando un'intera generazione comincia a gridare che non ce la fa più, il problema non è il volume della sua voce. È il silenzio di chi avrebbe dovuto ascoltarla molto prima.
E se nei palazzi continueranno a non capire, se continueranno a scambiare la rabbia sociale per un problema da manganellare, se continueranno a credere che la paura possa sostituire il consenso, allora sì: la frattura potrebbe diventare molto più grave di quanto oggi molti siano disposti ad ammettere.
Non aspettiamo la guerra civile per capire che abbiamo sbagliato strada.
FERMATE QUESTA DERIVA. ASCOLTATE I GIOVANI. RISPETTATE LA COSTITUZIONE. E SMETTETELA DI SCAMBIARE IL SILENZIO DEL POPOLO PER CONSENSO.
Perché il silenzio può significare rassegnazione. Ma quando la rassegnazione finisce, il potere farebbe bene ad avere ancora qualcosa di più intelligente da offrire dei manganelli.
CALABRIA MAGAZINE
La libertà non è una concessione di chi governa. E il dissenso non è un reato.
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