LO STATO NON È CHI LO RAPPRESENTA. LO STATO È IL POPOLO SOVRANO!
LO STATO NON È CHI LO RAPPRESENTA. LO STATO È IL POPOLO SOVRANO
Editoriale | CALABRIA MAGAZINE
«Alla Meloni, a casa, ce la possono mandare solo gli italiani!».
Parole sue, cara Presidente. E allora eccoci qua. Gli italiani scendono in piazza, protestano, manifestano, contestano il suo governo e gridano il proprio dissenso. Lo fanno nelle strade, nelle piazze, davanti alle istituzioni, nei luoghi in cui il malcontento smette di essere un numero nei sondaggi e diventa una voce collettiva.
E adesso che cosa vuole, Presidente? Un indizio? Una lettera raccomandata? Una petizione con migliaia di firme, timbri, allegati e una bella collezione di parolacce? Oppure bisogna organizzare una manifestazione nazionale con un unico striscione, scritto a caratteri cubitali, perché finalmente qualcuno a Palazzo Chigi si accorga di quello che succede fuori dalle finestre?
Glielo scriviamo noi, allora. Senza diplomazia, senza giri di parole e senza chiedere il permesso a nessuno: «MELONI, VATTENE A CASA!»
Non perché lo dica un partito. Non perché lo ordini un sindacato. Non perché lo stabilisca un capopopolo. Ma perché in una democrazia il dissenso è un diritto e il potere, per quanto legittimamente conquistato, non è proprietà privata di chi lo esercita.
E se davvero soltanto gli italiani possono mandarla a casa, come lei stessa sostiene, dovrebbe essere la prima a riconoscere che quegli italiani hanno tutto il diritto di manifestare oggi, contestarla domani e scegliere liberamente alle urne quando sarà il momento.
Oppure la sovranità popolare è una meraviglia della democrazia soltanto quando il popolo vota per voi?
IL VOTO NON È UNA CAMBIALE IN BIANCO
Partiamo dai numeri, perché la propaganda può essere rumorosa quanto vuole, ma la matematica ha il brutto vizio di non lasciarsi intimidire.
Alle elezioni politiche del 2022 l'affluenza si fermò al 63,9%. Fratelli d'Italia raccolse circa il 26% dei voti validi. Una vittoria elettorale legittima, che ha contribuito alla formazione della maggioranza parlamentare e alla nascita del governo. Nessuno lo mette in discussione.
Ma attenzione: quel risultato non significa che il 26% degli italiani abbia scelto il governo, né autorizza a sostenere che tutti gli altri siano contrari. Significa, semplicemente, che il consenso elettorale va misurato correttamente e che una maggioranza parlamentare non coincide automaticamente con la maggioranza assoluta dell'intera popolazione.
E soprattutto significa che nessuna vittoria elettorale può essere trasformata in una delega illimitata.
La legge elettorale, il peso dei voti, la rappresentatività delle istituzioni e il rapporto tra eletti ed elettori sono questioni che meritano una discussione seria. Non basta conquistare una maggioranza parlamentare per pretendere che ogni contestazione venga considerata un attacco alla democrazia.
«AVETE VINTO LE ELEZIONI, NON AVETE COMPRATO L'ITALIA!»
Il consenso non è eterno. Le promesse possono essere contestate. Le decisioni possono essere criticate. I governi possono perdere la fiducia di una parte consistente del Paese.
E chi governa dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.
Perché la democrazia non consiste soltanto nel contare le schede elettorali. Consiste anche nel garantire che, tra un'elezione e l'altra, i cittadini possano far sentire la propria voce senza essere trattati come un fastidio, una minaccia o un problema di ordine pubblico.
QUANDO LA PROTESTA NON FA NOTIZIA, MA GLI SCONTRI SÌ
Ed eccoci al secondo capitolo di questa commedia nazionale, nella quale il problema sembra diventare interessante soltanto quando qualcuno rompe qualcosa.
Migliaia di persone manifestano pacificamente? Il racconto rischia di essere breve, relegato ai margini, liquidato in poche righe.
Poi arrivano gli scontri, i cassonetti rovesciati, le vetrine danneggiate, le cariche, le immagini concitate e le sirene. Improvvisamente la protesta conquista le prime pagine, i collegamenti in diretta e i dibattiti televisivi.
E che cosa resta al centro della discussione?
Non più le ragioni dei lavoratori, degli agricoltori, degli autotrasportatori, dei cittadini che non arrivano alla fine del mese o di chi contesta le scelte del governo. No. Il centro della scena diventa la violenza. La domanda non è più perché migliaia di persone protestino, ma come sia possibile che una manifestazione finisca in disordini.
La violenza va raccontata, naturalmente. Chi aggredisce, danneggia o commette reati deve risponderne. Nessuna rivendicazione sociale può diventare un lasciapassare per delinquere.
Ma una cosa è perseguire i responsabili, un'altra è usare il comportamento di pochi per screditare tutti.
«NON SI PUÒ CANCELLARE UNA PROTESTA DI MIGLIAIA DI PERSONE MOSTRANDO SOLTANTO LE IMMAGINI DI CHI LA TRASFORMA IN UNO SCONTRO!»
E qui la stampa ha una responsabilità enorme. Informare significa raccontare gli scontri, ma anche spiegare le ragioni della mobilitazione, dare spazio alle rivendicazioni, verificare le responsabilità e distinguere i manifestanti pacifici da chi commette violenze.
Il giornalismo non deve fare da megafono al governo, ma nemmeno da ufficio stampa della protesta. Deve fare il proprio mestiere: raccontare i fatti, verificare le notizie, interrogare il potere e non nascondere ciò che disturba.
Perché una democrazia nella quale si raccontano soltanto le conseguenze della rabbia, ignorandone le cause, è una democrazia che rischia di non capire più il Paese che pretende di rappresentare.
E ADESSO BASTA CON GLI INFILTRATI!
Qui il discorso si fa ancora più serio.
Da tempo, ogni volta che una protesta degenera, torna una domanda scomoda: chi sono quelli che provocano gli scontri? Chi li organizza? Chi li alimenta? Chi trae vantaggio dal trasformare una manifestazione sociale in una questione di ordine pubblico?
E allora diciamolo senza mezzi termini.
«SMETTETELA DI INFILTRARE DELINQUENTI NELLE MANIFESTAZIONI PER SCREDITARE CHI PROTESTA!»
È un'accusa politica durissima, e proprio per questo deve essere accompagnata da indagini e prove quando si parla di responsabilità concrete. Non basta il sospetto per condannare qualcuno, tanto meno per attribuire a un governo o a un apparato dello Stato un'operazione di infiltrazione. Ma non basta neppure liquidare ogni domanda come una fantasia quando emergono circostanze che meritano di essere chiarite.
Se qualcuno si infiltra deliberatamente in una manifestazione per provocare violenze, deve essere identificato. Se esistono responsabilità organizzative, devono essere accertate. Se emergessero coinvolgimenti politici o istituzionali, nessuno dovrebbe godere di protezioni o immunità morali.
E se non esistono prove di un coinvolgimento del genere, lo si dica altrettanto chiaramente.
Quello che non è accettabile è trasformare ogni protesta in una presunta operazione e ogni scontro in una prova automatica di un complotto. La verità non si costruisce a colpi di slogan, né si stabilisce anticipando il risultato delle indagini.
Ma una cosa deve essere chiara: chiunque provochi deliberatamente violenze per screditare una mobilitazione democratica, qualunque sia la sua appartenenza, attacca il diritto di tutti a manifestare.
E se qualcuno pensasse di servirsi del disordine per distogliere l'attenzione dalle ragioni della protesta, dovrebbe ricordare che i cittadini non sono tutti disposti a bere qualsiasi narrazione venga servita loro.
Le responsabilità si dimostrano. I fatti si verificano. I colpevoli si individuano. E nessuno, politico o provocatore che sia, deve essere considerato intoccabile.
SOLIDARIETÀ ALLE FORZE DELL'ORDINE. MA NON COME RITO DA TELECAMERA.
Poi arrivano le dichiarazioni ufficiali.
«Piena solidarietà alle forze dell'ordine».
«I responsabili saranno puniti».
«Lo Stato non arretra».
Frasi che, in determinate circostanze, esprimono principi giusti e doverosi. Chi rischia la propria incolumità per garantire la sicurezza pubblica merita rispetto e tutela. Chi aggredisce un agente deve risponderne. Chi commette reati deve essere perseguito.
Ma il punto è un altro: la solidarietà non può diventare una formula rituale che chiude ogni discussione sulle modalità con cui viene gestito l'ordine pubblico.
La responsabilità di chi commette violenze non cancella quella di chi deve garantire che la forza pubblica venga esercitata nel rispetto della legge, con necessità e proporzionalità.
E soprattutto, la solidarietà alle forze dell'ordine non può essere usata come una cortina fumogena per evitare di discutere delle ragioni per cui i cittadini sono scesi in piazza.
«PUNITE CHI COMMETTE REATI. MA NON USATE I REATI DI ALCUNI PER METTERE SOTTO ACCUSA TUTTI GLI ALTRI!»
Perché il problema non nasce soltanto quando una vetrina va in frantumi. Il problema nasce anche quando le persone perdono fiducia nelle istituzioni, quando le promesse rimangono sulla carta, quando il lavoro non basta a vivere dignitosamente e quando la politica sembra parlare una lingua completamente diversa da quella della vita quotidiana.
E allora, se davvero volete cercare le responsabilità dello scollamento tra istituzioni e cittadini, non fermatevi alle immagini degli scontri.
Guardate anche le decisioni politiche, le promesse mancate, le disuguaglianze, le difficoltà economiche e la distanza che si è creata tra chi governa e chi subisce le conseguenze delle scelte di governo.
Perché l'ordine pubblico può contenere una situazione. Non può, da solo, risolvere le ragioni del malcontento.
E VOI, UOMINI E DONNE IN DIVISA, RICORDATEVI DA DOVE VENITE!
Adesso parliamo direttamente a voi.
Sì, proprio a voi che vi trovate dall'altra parte degli scudi, con il casco in testa e il manganello in mano, davanti a una folla che protesta.
«SMETTETELA DI ESSERE SERVI DEL POTERE. SIATE SERVITORI DELLA REPUBBLICA!»
La differenza non è una questione di parole. È una questione di democrazia.
Voi non appartenete a un governo. Non siete proprietà di un presidente del Consiglio, di un ministro, di un prefetto o di un partito. La vostra funzione è garantire la sicurezza pubblica, tutelare i diritti, far rispettare la legge e proteggere la collettività.
La divisa vi impone doveri precisi. Non vi autorizza a dimenticare che anche voi fate parte della società che siete chiamati a proteggere.
Prima di essere uomini e donne in divisa, siete cittadini. Siete lavoratori. Siete figli, fratelli, padri e madri di famiglia.
Siete figli di agricoltori che si spaccano la schiena nei campi, di commercianti che cercano di tenere aperta la propria attività, di autotrasportatori che devono fare i conti con carburante e costi sempre più pesanti, di operai che lavorano per stipendi insufficienti e di famiglie che arrivano a fine mese facendo i salti mortali.
E magari siete voi stessi a pagare mutui, bollette, carburante e spesa. Magari avete genitori in difficoltà, figli da mantenere, una famiglia che vi aspetta a casa.
Allora fermatevi un istante e guardate chi avete davanti.
Quello che avete di fronte potrebbe essere un agricoltore che non riesce più a sostenere i costi della propria azienda. Potrebbe essere un autotrasportatore che teme di perdere il lavoro. Potrebbe essere un commerciante, un operaio, un disoccupato, un pensionato.
Potrebbe essere vostro fratello. Vostro padre. Vostra figlia. Un vostro vicino di casa.
«DALL'ALTRA PARTE DELLO SCUDO NON C'È NECESSARIAMENTE UN NEMICO. C'È UN ALTRO CITTADINO!»
E allora, quando le condizioni operative e di sicurezza lo consentono, abbassate gli scudi. Tenete i manganelli al loro posto. Toglietevi i caschi quando i protocolli lo permettono. Parlate con le persone, ascoltate le loro ragioni, cercate il dialogo prima che la tensione diventi scontro.
Non vi chiediamo di disobbedire alla legge, di abbandonare il servizio o di rinunciare alla sicurezza. Vi chiediamo di ricordare che la vostra autorità non è un potere personale e che la forza deve essere esercitata nel rispetto dei diritti di tutti.
Vi chiediamo di non trattare automaticamente come un nemico chi manifesta pacificamente. Di distinguere chi commette violenze da chi esercita un diritto costituzionale. Di non permettere che la tensione politica trasformi il rapporto tra cittadini e forze dell'ordine in una guerra permanente.
E ricordate una cosa fondamentale: la fedeltà alla Repubblica non coincide con la fedeltà a chi governa temporaneamente la Repubblica.
I governi passano. Le istituzioni restano. La Costituzione viene prima delle convenienze politiche.
Anche voi avete diritti, dignità e una vita fuori dal servizio. La libertà di manifestare vi appartiene come cittadini, nei limiti degli obblighi di servizio e delle incompatibilità previste dalla legge. E proprio perché conoscete il valore della legalità, dovreste sapere quanto sia importante tutelare il diritto di chi protesta pacificamente.
Non trasformate ogni piazza in un campo di battaglia. Non lasciate che la distanza tra chi indossa una divisa e chi porta uno striscione diventi una frattura insanabile tra cittadini che, al di là dei ruoli, condividono lo stesso Paese.
«LA DIVISA NON VI RENDE MENO CITTADINI. LA PIAZZA NON RENDE MENO ITALIANI QUELLI CHE CI STANNO DENTRO!»
DESTRA E SINISTRA: CAMBIANO I COLORI, NON SEMPRE LE ABITUDINI
E non pensate, cari signori della sinistra, di poter assistere comodamente a questo spettacolo fingendo di non avere nulla a che fare con il problema.
Perché qui non si tratta di fare il tifo per una squadra politica. Non si tratta di stabilire quale partito sia più bravo a raccogliere il malcontento o quale leader sia più abile a trasformarlo in consenso.
Il problema è un sistema politico nel quale troppo spesso le promesse si moltiplicano prima delle elezioni e le responsabilità si dissolvono dopo.
Quando governa la destra, la sinistra denuncia. Quando governa la sinistra, la destra denuncia. Quando sono all'opposizione, tutti sembrano avere la soluzione in tasca. Quando arrivano al governo, improvvisamente scoprono che il mondo è complicato, che le risorse sono limitate e che bisogna avere pazienza.
La pazienza, naturalmente, la chiedono sempre agli altri.
Ai lavoratori. Agli agricoltori. Ai commercianti. Agli autotrasportatori. Ai pensionati. Ai giovani che se ne vanno. Alle famiglie che non riescono a respirare.
«LA POLTRONA CAMBIA PADRONE, MA IL CONTO CONTINUA AD ARRIVARE AI CITTADINI!»
Ecco perché non basta cambiare il colore del governo per risolvere una crisi di fiducia. Servono responsabilità, trasparenza, politiche verificabili e istituzioni capaci di rendere conto delle proprie decisioni.
La destra non può liquidare il dissenso come un problema creato dai suoi avversari. La sinistra non può limitarsi a raccogliere le proteste quando le conviene. Nessun partito può appropriarsi della voce di un popolo che non gli appartiene.
Il cittadino non è un tifoso. Non è una tessera elettorale da esibire ogni cinque anni. Non è una comparsa da convocare quando serve riempire una piazza e dimenticare quando bisogna mantenere una promessa.
È il titolare dei diritti dai quali discende la legittimità delle istituzioni democratiche.
E chi pretende di rappresentarlo deve essere disposto ad ascoltarlo anche quando urla, anche quando contesta, anche quando non vota per lui.
MELONI, SI AFFACCI DAL BALCONE. MA GUARDI DAVVERO!
Cara Presidente, faccia una cosa semplice.
Si affacci, simbolicamente o letteralmente, dal balcone di Palazzo Chigi. Guardi le piazze, ascolti le voci, osservi il malcontento. Non cerchi soltanto gli slogan più aggressivi, i volti più arrabbiati o le immagini più utili alla propaganda.
Provi a vedere le persone.
Quelle che lavorano e non riescono a mettere da parte nulla. Quelle che temono per il futuro dei propri figli. Quelle che non si riconoscono nelle vostre scelte. Quelle che non hanno un partito alle spalle, un sindacato che le accompagni o un capopopolo che parli al posto loro.
Quelle che semplicemente non ne possono più.
E non risponda automaticamente che avete vinto le elezioni. Lo sappiamo. Il risultato elettorale esiste, è legittimo e va rispettato. Ma il rispetto del risultato elettorale non impone il silenzio agli sconfitti, agli astenuti o a chi, dopo avervi votato, ha cambiato idea.
La democrazia non è un contratto nel quale il cittadino firma e poi perde il diritto di protestare.
«AVETE IL DIRITTO DI GOVERNARE SECONDO LE REGOLE DEMOCRATICHE. NON AVETE IL DIRITTO DI PRETENDERE CHE TUTTI SIANO D'ACCORDO CON VOI!»
E se le piazze si riempiono, la prima domanda dovrebbe essere: che cosa non stiamo ascoltando?
Non: chi dobbiamo accusare?
Non: come possiamo ridurre il problema a una questione di ordine pubblico?
Non: come possiamo trasformare il dissenso in un vantaggio elettorale?
Ma: che cosa sta succedendo al Paese? Perché tante persone sono arrabbiate? Quali decisioni hanno contribuito a questa situazione? Che cosa possiamo correggere?
Queste sono le domande che dovrebbe porsi chi governa. Perché la forza delle istituzioni non si misura soltanto dalla capacità di mantenere l'ordine, ma anche da quella di riconoscere gli errori e correggere la rotta.
LO STATO NON È IL GOVERNO. LO STATO NON È UN PALAZZO.
Ed eccoci al punto fondamentale, quello che troppo spesso viene dimenticato nel rumore della politica e nella retorica dell'ordine pubblico.
LO STATO NON È CHI LO RAPPRESENTA. LO STATO È IL POPOLO SOVRANO.
Lo Stato non è il presidente del Consiglio. Non è il ministro che convoca una conferenza stampa. Non è il partito che occupa temporaneamente i palazzi. Non è il politico che si convince di essere indispensabile.
Le istituzioni sono l'architettura della nostra convivenza democratica. I governi sono temporanei. Gli incarichi hanno una durata. Le maggioranze possono cambiare. Chi rappresenta lo Stato deve esercitare il proprio ruolo nel rispetto della Costituzione, delle leggi e dei diritti dei cittadini.
Il popolo non è una folla da tenere buona. Non è una massa da dividere. Non è un pubblico da applaudire a comando.
È il fondamento della sovranità democratica.
L'articolo 1 della Costituzione italiana lo dice chiaramente: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Nelle forme e nei limiti della Costituzione. Non attraverso la violenza, non attraverso l'intimidazione, non attraverso la sopraffazione. Ma attraverso il voto, la partecipazione, la libertà di espressione, il dissenso, il confronto democratico e il diritto di manifestare pacificamente.
E proprio per questo nessuno può arrogarsi il diritto di parlare a nome di tutto il popolo. Né il governo, né l'opposizione, né una piazza, né un singolo movimento.
Il pluralismo è parte della democrazia. Il dissenso non è un'anomalia da eliminare. È uno dei modi attraverso cui una società libera controlla il potere e chiede conto delle sue decisioni.
«IL POPOLO NON È SOVRANO SOLTANTO QUANDO VOTA. È SOVRANO ANCHE QUANDO CHIEDE CONTO A CHI HA VOTATO!»
Ecco perché nessuno dovrebbe avere paura delle manifestazioni pacifiche. Dovrebbe avere paura, semmai, di una società nella quale le persone smettono di credere che la propria voce possa servire a qualcosa.
Una società nella quale il cittadino si sente inutile è una società nella quale la democrazia rischia di diventare una formalità.
E una democrazia non si difende svuotandola di significato. Si difende rendendola viva.
NON SERVONO PADRONI, SERVONO RESPONSABILITÀ
Non abbiamo bisogno di nuovi salvatori della patria. Non abbiamo bisogno di un capo che ci spieghi che cosa dobbiamo pensare. Non abbiamo bisogno di partiti che si presentino come proprietari esclusivi della protesta.
Abbiamo bisogno di cittadini consapevoli, di istituzioni credibili, di giornalisti liberi, di forze dell'ordine rispettate e rispettose dei diritti, di politici che rispondano delle proprie decisioni.
Abbiamo bisogno di smettere di considerarci nemici soltanto perché votiamo diversamente, lavoriamo in settori diversi o indossiamo uniformi differenti.
Un agricoltore che protesta non è automaticamente un estremista. Un autotrasportatore che denuncia i costi insostenibili non è automaticamente uno strumento di qualcuno. Un lavoratore che manifesta non è automaticamente un avversario dello Stato.
E un agente che garantisce pacificamente la sicurezza di una manifestazione non è il nemico dei manifestanti. È un cittadino che svolge un compito fondamentale per la collettività.
Il nemico della democrazia è chiunque, con comportamenti concreti e accertati, tenti di cancellare i diritti altrui, alimentare la violenza, intimidire il dissenso o sottrarsi alle responsabilità che derivano dal potere.
Non servono altre divisioni. Ne abbiamo già abbastanza.
Serve il coraggio di distinguere i fatti dalla propaganda, le responsabilità individuali dalle generalizzazioni, la protesta democratica dalla violenza.
E serve soprattutto il coraggio di ricordare che nessun incarico politico è eterno e nessuna istituzione appartiene a chi la occupa temporaneamente.
MELONI, GLI ITALIANI NON SONO UNA PROPRIETÀ PRIVATA
Cara Presidente, torniamo alla sua frase iniziale.
«Alla Meloni, a casa, ce la possono mandare solo gli italiani!».
Esatto.
Gli italiani possono contestare il suo governo. Possono manifestare contro le sue decisioni. Possono chiedere che lei cambi politica. Possono organizzarsi, esprimere dissenso e, quando arriverà il momento previsto dalle regole democratiche, scegliere liberamente chi dovrà governare il Paese.
Non hanno bisogno del permesso di un partito. Non hanno bisogno di un capopopolo. Non hanno bisogno di qualcuno che autorizzi la loro rabbia o certifichi la legittimità delle loro rivendicazioni.
Hanno bisogno di poter esercitare i propri diritti senza violenza, senza intimidazioni e senza che le loro ragioni vengano cancellate dal comportamento di chi commette reati.
E chi governa ha il dovere di ascoltare, anche quando non piace quello che sente.
Perciò, cara Meloni, non cerchi soltanto i responsabili degli scontri. Si occupi anche delle responsabilità politiche. Non si limiti a esprimere solidarietà. Garantisca che il dissenso possa esprimersi nel rispetto della legge. Non si nasconda dietro il risultato elettorale. Dimostri, attraverso le decisioni concrete, di aver compreso che il potere è un incarico, non un privilegio permanente.
E voi, politici di ogni schieramento, smettetela di trattare il popolo come una riserva di voti da mobilitare quando serve e da ignorare quando disturba.
E voi, uomini e donne in divisa, ricordate che la Repubblica non è il governo del giorno e che i cittadini non diventano nemici perché alzano la voce contro chi li governa.
Abbassate gli scudi quando è possibile farlo in sicurezza. Evitate ogni uso sproporzionato della forza. Dialogate. Proteggete il diritto di manifestare. Non lasciate che il confronto democratico venga trasformato in una guerra tra cittadini.
E a chiunque pensi di poter manipolare una protesta attraverso provocazioni, violenze o false rappresentazioni dei fatti, diciamo una cosa altrettanto chiara: nessuno è al di sopra della legge.
Perché il Paese non appartiene a una maggioranza, a un'opposizione, a una famiglia politica o a un palazzo.
Appartiene ai suoi cittadini.
E il giorno in cui chi governa dimentica questa verità, non è il popolo a dover chiedere scusa per averla ricordata.
È il potere a dover rendere conto di come l'ha dimenticata.
LO STATO NON È CHI LO RAPPRESENTA. LO STATO È IL POPOLO SOVRANO.
E IL POPOLO NON È NATO PER SERVIRE IL POTERE. È IL POTERE CHE, IN DEMOCRAZIA, DEVE SERVIRE IL POPOLO.
CALABRIA MAGAZINE | ...nuda e cruda.
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