OCCHIÙ, MA TU LA CONOSCI LA DIFFERENZA TRA POTESTAS E AUCTORITAS?
POTESTAS E AUCTORITAS. GOVERNARE O FARSI OBBEDIRE?
Il potere ti consegna una poltrona. L’autorevolezza ti fa meritare quella poltrona. In Calabria, però, tra le due cose passa una differenza che non si colma con una conferenza stampa, tre fotografie istituzionali e un comunicato in cui tutto va magnificamente, possibilmente mentre fuori qualcuno aspetta ancora una risposta.
Roberto Occhiuto dispone della potestas, il potere che deriva dalla carica di presidente della Regione. È una prerogativa legittima, prevista dalle regole democratiche. Ma la potestas non è l’auctoritas: la prima ti permette di firmare gli atti, la seconda ti fa guadagnare fiducia. Confonderle è un errore antico, soprattutto per chi rischia di scambiare una stanza piena di persone per una stanza piena di consensi.
Perché diciamolo: in politica il «sì, presidente» è una delle espressioni più ambigue della lingua italiana. Può significare «condivido la sua scelta», ma anche «non voglio problemi», «aspetto che passi la tempesta» oppure, nella versione più prudente, «ho capito tutto, ma preferisco conservare la mia sedia». E non sempre chi annuisce sta approvando. A volte sta soltanto verificando che il collo funzioni ancora.
IL POTERE COMANDA, L’AUTOREVOLEZZA CONVINCE
Un presidente può nominare, decidere, impartire direttive e pretendere che le regole vengano rispettate. Non può, però, firmare una delibera per ottenere la stima, pubblicare un decreto per conquistare la fiducia o inserire in una graduatoria la credibilità personale. Non esiste ancora una procedura amministrativa per assegnare l’autorevolezza. Se esistesse, probabilmente qualcuno avrebbe già chiesto una proroga.
L’autorevolezza nasce dalla coerenza tra parole e fatti, dalla capacità di ascoltare le critiche, di sentire l'ultimo dei cittadini che magari non ti ha nemmeno votato, nonché dal coraggio di correggere gli errori. Soprattutto, si vede da come un capo reagisce quando qualcuno gli dice che sta sbagliando. Se ascolta, valuta e risponde nel merito, dimostra di non aver bisogno dell’unanimità per sentirsi forte. Se considera ogni dissenso un affronto personale, allora il problema non è più la critica: è il rapporto con la critica.
Naturalmente, non ogni opposizione è intelligente e non ogni contestazione è fondata. Ma un amministratore autorevole dovrebbe saper distinguere una critica documentata da una polemica strumentale. Altrimenti rischia di trattare allo stesso modo chi porta un problema e chi porta soltanto rumore. E, in politica, il rumore è spesso più comodo della soluzione: costa meno fatica e produce più titoli.
IN CALABRIA, GLI ANNUNCI NON SONO RISULTATI
Il punto, per Occhiuto come per qualsiasi altro governante, è capire quanto il potere istituzionale riesca a tradursi in fiducia concreta. Quanto consenso nasce dalla condivisione delle scelte e quanto dipende dagli equilibri politici, dalle appartenenze e dalle convenienze del momento? Sono domande legittime, alle quali non si risponde con le supposizioni, ma con i fatti, le decisioni assunte e i risultati verificabili.
In sanità, nei servizi pubblici e nei rapporti con i lavoratori, la differenza diventa particolarmente evidente. Un comunicato può annunciare un miglioramento, ma non sostituisce un servizio che funziona. Una nomina può attribuire un incarico, ma non certifica automaticamente la competenza. Una maggioranza può approvare una decisione, ma il numero delle mani alzate non trasforma per magia una scelta discutibile in una scelta efficace.
E soprattutto, una fotografia con sorrisi istituzionali non dimostra che tutti siano soddisfatti o d'accordo. Dimostra soltanto che, in quel momento, qualcuno ha sorriso. La politica della comunicazione può lucidare la cornice, ma il quadro lo giudicano i cittadini quando devono fare i conti con la realtà. E la realtà, a differenza delle conferenze stampa, non accetta domande concordate.
IL PERICOLO DEL CORO PERMANENTE
Il vero rischio per chi governa è circondarsi di persone che hanno imparato a dire sempre la cosa giusta, purché sia quella gradita al capo. Un ambiente nel quale nessuno contraddice nessuno può sembrare efficiente, ordinato e perfino rassicurante. Peccato che, quando tutti sono d’accordo prima ancora di aver discusso, il confronto rischi di essere diventato una formalità.
Il collaboratore leale non è quello che applaude a ogni decisione. È quello che segnala un errore prima che diventi un disastro, anche sapendo che la verità potrebbe risultare sgradita. Il semplice esecutore, invece, può essere tentato di proteggere il proprio rapporto con chi comanda anziché l’interesse pubblico. Il primo rischia di irritare il capo per evitargli un problema; il secondo rischia di lasciarlo andare incontro al problema senza disturbargli il pranzo.
Ecco perché il dissenso non è necessariamente un ostacolo al governo. A volte è il sistema di allarme che impedisce alla macchina amministrativa di finire fuori strada. Spegnerlo perché fa rumore non rende il viaggio più sicuro. Rende soltanto più difficile accorgersi del burrone.
LA POLTRONA HA UNA SCADENZA, LA CREDIBILITÀ NO
La politica ha bisogno di decisioni, responsabilità e capacità di governo. Non può trasformare ogni provvedimento in una consultazione infinita, né confondere l'ascolto con l'indecisione. Ma governare con fermezza non significa governare senza ascoltare. E mantenere una maggioranza compatta non equivale automaticamente ad avere costruito un rapporto solido con i cittadini.
Il mandato elettorale conferisce una legittimazione democratica fondamentale. L'autorevolezza, invece, si alimenta giorno dopo giorno: con i risultati, la trasparenza, il rispetto degli impegni e la disponibilità a rendere conto delle proprie scelte. Non è un premio assegnato una volta per tutte insieme alla fascia istituzionale. È un credito che si può accumulare, ma anche consumare.
Per questo la domanda rivolta a Roberto Occhiuto non è se abbia il potere di governare. Quel potere discende dal ruolo che ricopre. La domanda è quanto le sue scelte riescano a trasformare la legittimità della carica in fiducia, consenso consapevole e riconoscimento della sua autorevolezza. Per rispondere servono fatti, non incenso; risultati, non soltanto slogan.
Perché la potestas ti permette di sederti sulla poltrona, mentre l’auctoritas determina il valore che gli altri riconoscono al modo in cui la occupi.
E quando si spengono i microfoni, si chiudono le porte dei palazzi e finiscono gli applausi di circostanza, resta una domanda che nessuna segreteria stampa può archiviare: ti seguono perché credono in quello che fai o perché, per il momento, conviene non contraddirti?
La prima è autorevolezza. La seconda è amministrazione dell'obbedienza.
E confonderle è un lusso che la Calabria, con tutti i problemi che deve affrontare, non può permettersi.
Commenti