IL PONTE SULLO STRETTO RACCONTATO AI BAMBINI... E AGLI IGNORANTI

Cronaca tragicomica di un’Italia che confonde i cantieri con i talk show

C'era una volta... un 2 agosto di quelli caldi, di quelli che sciolgono pure i buoni propositi.
Il Governo, in piena trance mistica, annuncia: “Via libera al Ponte sullo Stretto!
Si vabbè... mica era la prima volta. 
Applausi, selfie, conferenze stampa, rendering 3D con gabbiani felici e famiglie sorridenti che attraversano il ponte con la Panda a metano.

Sembra l’inizio di un film Disney. Peccato che sia invece una commedia all’italiana, con trama già vista e rivista:

> progetto miliardario;
> soldi che non si sa da dove arrivano;
> promesse mirabolanti;
> e finale disastroso, con tutti che fanno finta di stupirsi.

ATTO I: L’ILLUSIONE OTTICA

Salvini in prima fila, occhiali da sole, cravatta verde speranza (la sua).
È fatta! Iniziano i lavori del secolo!
E tutti dietro: “Evvai! Viva il progresso!
Occhiuto si commuove e si fa scendere la lacrimuccia social, Loizzo (a bambola ccuru tuppu) twitta, Orlandino Greco (che mantiene le strade di Castrolibero come lo scolapasta di casa sua) annuisce come chi non ha capito un cazzo ma vuole apparire in foto per forza. 

Solo un piccolo dettaglio: non c’è un progetto esecutivo completo, non ci sono coperture certe, e i rilievi ambientali fanno acqua (più del mare che dovrebbero attraversare).
Ma vabbè — dettagli tecnici... 

ATTO II: ARRIVA LA CORTE (DEI GUASTAFESTE)

Poi arriva lei, la Corte dei conti, con l’eleganza di chi entra in discoteca mentre tutti ballano e accende le luci:
Scusate, ma... i conti?

E lì cala il gelo.
È il 24 settembre. I giudici contabili chiedono spiegazioni: vogliono sapere chi paga cosa, come, quando, e perché.
Domande assurde, per carità! 
Quando mai in Italia si chiedono ste cose: qua si annuncia e basta!

Ed ecco che il Governo, fascista nell’anima e allergico alla parola “controllo”, risponde col più classico dei silenzi istituzionali: se ne frega altamente.

ATTO III: LA CORTE DICE NO

Il 29 ottobre arriva il colpo di scena (che scena non è): la Corte dice “NO”.
Non approva la delibera, non firma, non ci casca.
Tradotto: il ponte è fermo.

Apriti cielo.
Meloni parla di “invasione di campo” (forse pensava fosse calcio).
Salvini urla al “gomblotto” con la bocca piena di arancini e cannoli siciliani, Occhiuto chiama tutti i santi in aiuto (ma ppe venì ci vo dopodomani), Loizzo twitta in caps lock (dà della "stròscia" a Barbie che, durante la sua assenza, si è fatta Ken in una delle aule del Parlamento), e Orlandino Greco, pur di non restare fuori, dichiara che “è tutta colpa dei poteri forti”; e lo dice con così tanta enfasi, che per lo sforzo gli esce puru nu "pìritu vestùtu" ... 

Pare persino che Salvini, appena finito di trangugiare l'ultimo arancino abbia minacciato di “limitare i poteri della Corte”.
Cioè, che poi ha pure ragione: una Corte che controlla i conti pubblici... controlla troppo. Ma come cazzo si permette! 
Roba da matti.
In pratica, i fascisti sono autoritari: vogliono una Corte dei Conti che non conti.

ATTO IV: LA TRAGICOMMEDIA DELLE VESTI STRACCIATE

E lì parte la sceneggiata napoletano-calabro-romana: un mix tra Un posto al sole, I Cesaroni e Totòtruffa 2000, ma girato col portafogli dei calabresi.

Davanti ai microfoni si stracciano le vesti come comparse di un film di Pasquale Festa Campanile in crisi isterica:
Meloni agita le mani come se scacciasse giudici immaginari a colpi di rosario, Salvini piange lacrime di propaganda in diretta Tiktok, Occhiuto telefona a Bruxelles per chiedere “chi ha dato l’ordine”, Loizzo urla “È un complottooooo contro il Sud!”... ma poi s'ammùta di colpo, appena vede Ken entrare in accappatoio e Orlandino Greco che, a furia de pìriti vestùti a ripetizione... si stava proprio cagando sotto.

E parte il karaoke dell’assurdo:
– “Ci vogliono fermare perché siamo del Sud!
– “È colpa dei giudici politicizzati!
– “È tutta una manovra del Nord per non farci volare!
– “A vera parmigiana calabrese, si fa ccure milunciàne fritte, cazzo!”

Nel frattempo, in sottofondo, un tecnico della Rai abbassa il volume per non far esplodere i microfoni, mentre un passante calabrese sussurra:

> “Ma chi cazzu vi lamentati a fa, il ponte già non c’era… ora almeno c’avìmu a barzelletta.

Nel frattempo, al Sud, i treni arrivano con tre ore di ritardo, le strade sembrano uscite da un bombardamento, e l’unico ponte che funziona è quello in miniatura, sulle bottiglie di Amaro del Capo.

ATTO V: L’ITALIA DEI RENDERING

Ma ecco che, invece di rispondere ai rilievi, Salvini lancia un nuovo rendering: un ponte ancora più lungo, ancora più alto, e forse anche con un Mi 'Ndujo sospeso a metà strada.
Occhiuto lo guarda con aria estatica, come chi vede Sant'Antonio e l'ùertu per la prima volta.
Loizzo urla... anzi no: Ken gli ha già tappato la bocca
E Meloni aggiunge: “Noi il ponte lo faremo lo stesso, costi quel che costi!
(... perché a dirlo coi soldi nostri, si può.)

ATTO VI: EPILOGO (OVVERO: IL SOLITO FINALE)

La Corte dei conti rimane così impassibile: “Non è politica, sono numeri.”
Ma in Italia i numeri valgono meno di un sondaggio di Porta a Porta.

E mentre il governo s’inventa il “gomblotto delle toghe contabili”, il Sud resta sempre lo stesso: senza treni, senza strade, e con un ponte che unisce solo le minchiate alle figuracce.

CONCLUSIONE: IL PONTE DEI MIRACOLI (DI PROPAGANDA)

Alla fine, il Ponte sullo Stretto è riuscito in un’impresa davvero unica:
unire tutti... nella presa per il culo.

Perché in fondo, questa storia ha già costruito qualcosa: un arco perfetto tra la realtà e la farsa, tra chi lavora davvero e chi costruisce solo annunci, tra il mare di Calabria e il mare di chiacchiere.

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