ARTIGIANI IN FIERA A MILANO: SE INVECE DI OCCHIUTO, FOSSERO ANDATI I CUDDRURÌEDDRI...

CUDDRURÌEDDRI E VECCHIARÈDDRE
I GRANDI ESCLUSI ALLA FIERA DI RHO
Cronaca semiseria di una tragedia gastronomico-politica condita da propaganda a buon mercato
Non per dissentire la collega Francesca Lagoteta e il suo entusiasmo quasi da brochure patinata sulla kermesse milanese “Artigiano in Fiera”, ma leggere frasi come:
L’atmosfera, ricca di colori, profumi e tradizioni… un viaggio nel cuore della Calabria… impreziosita dalla visita del presidente Roberto Occhiuto, che si è complimentato con gli assessori Gianluca Gallo e Giovanni Calabrese…
fa un certo effetto. Tipo quando ti vendono una Panda come fosse una Ferrari solo perché gli hanno lucidato lo specchietto.

Con tutto il rispetto, qui siamo davanti a propaganda servita come un piatto di lodi un tanto al chilo. Perché la verità, quella semplice e senza lustrini, è che la riuscita della fiera non è merito né di Occhiuto, né di Gallo, né di Calabrese.
Gli espositori lavorano, producono, creano, sudano, investono.
IL MERITO È STATO TUTTO LORO! 
I tre bacherozzi si limitano solo a passeggiare e congratularsi, due sport molto popolari nella politica calabrese.

La grande assenza che nessuno tranne noi ha il coraggio di dire

Mentre tutti facevano coretti da comunicato stampa, noi di Calabria Magazine abbiamo registrato l’unica cosa che davvero mancava in quello stand: i CUDDRURÌEDDRI e le VECCHIARÈDDRE.
Una mancanza pesante, quasi sospetta.
Perché puoi portare taralli, nduja, ceramiche, brochure turistiche e pure tre chili di autocompiacimento istituzionale…
ma se non porti il fritto, stai tradendo la Calabria più di mille promesse non mantenute.

La Calabria autentica è prima di tutto ‘NZÌVU

La cucina calabrese non è fatta per le vetrine fredde.
Non è roba per le luci bianche da fiera.
La Calabria vera si riconosce quando ti’ nzìvi, quando esci da una friggitoria con le dita lucide come un cerchione appena oliato.

N(z)ìvatu”, in calabrese e siciliano, vuol dire unto, sporco d’olio, segnato dal grasso come una medaglia d’onore culinaria.
Deriva da “sivu”, il grasso animale usato per “insivare”, cioè ungere.
E questo non è folklore, è identità. È memoria collettiva. È cultura popolare.
Se non ti’ nzìvi, non hai capito niente.
Se non ti’ nzìvi, non gusti.
Se non ti’ nzìvi, stai solo facendo finta.

E Occhiuto?

Il governatore, manco a dirlo, si è presentato in fiera a frittura zero.
Complimenti agli assessori, foto obbligatorie, dichiarazioni perfette per Facebook.
Eppure l’unica cosa che avrebbe potuto conquistare tutti (oltre alle tante specialità calabresi), milanesi compresi, era semplicemente una padella, due chili di pasta lievitata e na vecchiarèdda incazzata che frigge con la precisione di un cardiochirurgo.
Ma no.
Meglio la passerella, meglio la propaganda, meglio la Calabria ripulita e inodore, quella che sembra uscita da un rendering.

La verità finale

Quest’anno, alla Fiera di Rho, la Calabria c’era… ma non troppo.
C’era l’immagine istituzionale, ma mancava l’anima popolare.
C’era il racconto romantico, ma mancava l’odore irresistibile.
C’era la politica, ma mancava il fritto, che paradossalmente è l’unica cosa davvero democratica che ci rimane.

E a ricordarlo siamo rimasti in pochi.
Molto pochi.
Praticamente solo noi.

E finché nessuno porta cuddurìeddri e vecchiarèddre, nessun comunicato stampa potrà mai convincerci del contrario.

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