IL GRANDE BLUFF DI OCCHIUTO: MEDICI STRANIERI SI, CALABRESI NO

Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e commissario ad acta per la sanità, firma l’ennesimo decreto annunciato come svolta epocale: via libera ai medici stranieri, anche extra UE, chiamati a colmare la cronica carenza di personale. Il tutto raccontato con la solita retorica dell’emergenza, trasformata per magia in “buona pratica”, addirittura presa a modello da altre Regioni. Se il sistema è al collasso, almeno che lo sia con un buon ufficio stampa.
Peccato che l’emergenza non sia un evento improvviso, ma il prodotto di anni di scelte precise: commissariamento infinito, ospedali chiusi, blocco del turn over, concorsi fantasma, reparti svuotati, professionisti spremuti fino alla fuga.
Questa non è una crisi: è una condizione strutturale, difesa politicamente e amministrata come se fosse inevitabile.

Nel racconto ufficiale la Calabria diventa improvvisamente “aperta al mondo”. Medici da ogni dove, con percorsi formativi lontani, sistemi sanitari non comparabili, standard spesso ignoti. Non si sa molto delle loro scuole, delle reali specializzazioni, dell’esperienza clinica concreta. Ma non importa: entrano. A prescindere. Perché l’importante è riempire i vuoti, non capire cosa ci si mette dentro.
Il paradosso, però, è devastante: mentre si accetta l’ignoto, si respinge il noto.
Perché i medici italiani già presenti sul territorio, quelli che lavorano da anni nelle strutture private o “non consentite”, spesso utilizzati come tappabuchi del sistema pubblico, quelli improvvisamente non vanno bene. 

Anche se non specialisti, anche se la loro specializzazione è stata costruita sul campo, riconosciuta, sfruttata e monetizzata dalle strutture private. Esperienza reale, quotidiana, certificata dai fatti, ma che per il pubblico diventa improvvisamente invisibile.

Qui il bluff si scopre del tutto.
Quando a bussare non sono figure lontane e politicamente innocue, ma professionisti che potrebbero essere immediatamente assorbiti dal sistema pubblico, scattano i veti. Le regole diventano rigide, i requisiti insormontabili, le interpretazioni restrittive. Un muro burocratico che non ha nulla di tecnico e tutto di politico.

A chiarire il quadro arriva Pierpaolo Pellicori, cardiologo di Diamante oggi in Scozia. Uno che non è scappato per ambizione, ma per necessità. E lo dice senza giri di parole: i medici non lasciano la Calabria solo per lo stipendio. Lasciano perché non si può costruire una vita su precarietà cronica, contratti instabili, turni impossibili, promesse mai mantenute e assenza totale di programmazione. Lasciano perché qui il lavoro medico è trattato come un atto di devozione, non come una professione.
Ed è proprio qui che la narrazione di Occhiuto implode.
Perché se davvero l’obiettivo fosse rafforzare la sanità pubblica, la priorità sarebbe integrare chi già lavora sul territorio, riequilibrare il rapporto pubblico-privato, riportare competenze dentro gli ospedali

Ma questo significherebbe toccare interessi privati, sottrarre personale alle cliniche convenzionate, rompere equilibri consolidati da anni.
E questo non si fa.
Meglio allora importare medici da fuori, mantenendo intatto il bacino di manodopera del privato. Meglio una sanità pubblica debole, dipendente, emergenziale, piuttosto che una sanità pubblica competitiva. Meglio l’eccezione permanente che una riforma vera.

Altro che apertura del mercato. Qui siamo davanti a una selezione funzionale: si accetta ciò che non disturba, si respinge ciò che potrebbe cambiare davvero le cose. Si parla di trasparenza mentre si applicano criteri opachi. Si invoca l’emergenza mentre si rifiutano soluzioni immediate. Si governa il declino e lo si spaccia per modernizzazione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ospedali sguarniti, reparti al limite, medici allo stremo, giovani che se ne vanno e non tornano. E una politica che continua a raccontare la favola del “passo in avanti” mentre la sanità calabrese arretra, un decreto alla volta.

Questa non è una riforma. È una strategia di sopravvivenza del sistema così com’è. E il conto, come sempre, lo pagano i cittadini. E chi, ogni giorno, con spirito di sacrificio, prova ancora a curarli.

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