LA CORTE DEI CONTI BOCCIA OCCHIUTO: ESPORTIAMO PAZIENTI, IMPORTIAMO MEDICI

Centodiciotto milioni di buco. LEA distrettuali ancora sotto la linea di galleggiamento. Piano di rientro bocciato. Emigrazione sanitaria strutturale.
Traduzione per chi ama le sintesi brutali: la sanità calabrese è ufficialmente fuori terapia intensiva solo nei comunicati stampa.
La Corte dei conti non fa satira, purtroppo. Fa contabilità. E quando scrive nero su bianco che il pareggio di bilancio è spesso un miracolo contabile ottenuto a colpi di compensazioni regionali, anticipazioni di tesoreria e creatività finanziaria, significa che il sistema non sta in piedi da solo. È sorretto come un palazzo abusivo: puntelli ovunque, fondamenta che cedono.

Gli ospedali, dicono, “tengono”. La prevenzione “passa per la prima volta”. Applauso educato. Peccato che la sanità non sia fatta solo di reparti, ma soprattutto di territorio. 
E lì il disastro è strutturale: distretti deboli, medicina di base lasciata sola, cronicità gestita male, assistenza domiciliare a macchia di leopardo. Risultato ovvio: pronto soccorso intasati, ospedali spremuti, cittadini allo stremo.

E mentre il pubblico arranca, la sanità privata convenzionata prospera. Qui la domanda è obbligatoria, anche se dà fastidio:
come fa un sistema in dissesto a mantenere un privato che invece “naviga nell’oro”?
Strutture spesso vecchie, talvolta fatiscenti.
Personale sottopagato, precario, spremuto.
Volumi di prestazioni enormi.
Bilanci che tornano. Sempre.
La risposta non è un complotto, è peggio: un modello sbagliato ma perfettamente oliato.

Il privato convenzionato non rischia. Incassa a tariffa, seleziona le prestazioni più remunerative, scarica sul pubblico i casi complessi, le urgenze, le cronicità costose. 
È impresa, fa il suo mestiere.
Il problema è che lo Stato gli ha lasciato fare anche il mestiere della sanità pubblica, senza pretendere gli stessi obblighi.

Il pubblico, invece, deve garantire tutto: emergenze, h24, territori difficili, aree interne, personale carente, mobilità passiva. E deve farlo con una mano legata dietro la schiena, perché ogni euro è sorvegliato speciale, ogni assunzione un peccato mortale, ogni investimento un sospetto.

Il risultato è la fotografia che la Corte dei conti consegna al Parlamento: emergenza non conclusa, sistema fragile, Calabria terra di emigrazione sanitaria cronica. La gente parte non per capriccio, ma perché non si fida. E la fiducia, in sanità, vale più di mille riforme annunciate.

A questo punto, continuare così è accanimento terapeutico.
Servirebbe una scelta netta, impopolare, ma razionale:
accentrare tutto sul pubblico. Davvero.
Il pubblico deve tornare a essere il perno unico del sistema:
– governance
– programmazione
– assunzioni
– servizi territoriali
– prevenzione
– presa in carico dei pazienti

Il privato? Ridimensionato e ricondotto a una funzione chiara e limitata:
posti letto aggiuntivi, supporto programmato, integrazione solo dove serve.
Non supplenza strutturale. Non drenaggio di risorse. Non concorrenza asimmetrica.
Meno convenzioni a pioggia, più controllo.
Meno prestazioni “facili”, più obblighi.
Stesse regole per tutti: contratti, qualità, sicurezza, trasparenza.

È una scelta politica, non tecnica.
E proprio per questo fa paura.
Ma continuare a fingere che pubblico e privato siano “complementari” mentre uno sanguina e l’altro ingrassa è ipocrisia istituzionale.
E intanto i calabresi continuano a curarsi altrove, pagando due volte: con le tasse e con i viaggi della speranza.

C’è poi un dettaglio che più che un dettaglio è la radiografia del sistema.
L’intoccabilità dei medici calabresi che lavorano nel privato convenzionato.
Qui il quadro si fa persino più chiaro. Nell’ultimo decreto, Occhiuto ha preferito cercare medici ai quattro angoli del pianeta piuttosto che fare l’unica cosa politicamente scomoda ma strutturalmente sensata: riportare forza lavoro dal privato al pubblico.
Non una parola su vincoli, obblighi di servizio, riequilibrio delle convenzioni. Nulla. Si è scelto l’esotico, l’emergenziale, il cerotto mediatico, evitando accuratamente di disturbare i magnati della sanità privata calabrese.
E questo non è un errore tecnico. È una scelta politica lucidissima.

Perché quei medici sono voti indiretti, consenso territoriale, pacchetti di quieto vivere. Togliere personale al privato significherebbe rompere equilibri clientelari consolidati, inimicarsi potentati locali, aprire un fronte che questo governo regionale non ha alcuna intenzione di aprire.

Meglio allora importare medici da fuori, presentandola come soluzione innovativa, piuttosto che toccare chi comanda davvero.
Il messaggio è devastante ma coerente:
– il pubblico può essere sacrificato
– il territorio può restare scoperto
– i cittadini possono continuare a emigrare
ma il privato convenzionato non si tocca.

Così si continua a foraggiare senza batter ciglio un sistema che drena risorse, personale e potere, mentre la sanità pubblica viene lasciata a mendicare deroghe, anticipazioni di cassa e miracoli organizzativi.

Altro che emergenza: questa è gestione consapevole del disastro. 

Ecco perché parlare di riforma senza mettere mano a questo nodo è un bluff istituzionale.
Finché il privato resterà intoccabile e il pubblico continuerà a fare da ammortizzatore sociale del sistema, nessun piano di rientro potrà mai rientrare davvero.

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