PASQUALINA STRAFACE SCOPRE IL WELFARE IN CALABRIA... FERMO AL 2016

Calabria, il welfare scopre il calendario: è il 2026, non il 2016 (pare)

Alla Cittadella regionale si è concluso il ciclo di incontri operativi sul welfare calabrese. 
Due giorni intensi, 22 e 23 gennaio, con sindaci, Ambiti territoriali sociali, Comuni capofila e una certezza granitica: in Calabria anche i fondi pubblici soffrono di nostalgia. Restano fermi al 2016–2017, come vecchi Nokia che non vogliono saperne di aggiornarsi.
A presiedere il tutto l’assessore regionale alle Politiche sociali Pasqualina Straface, che ha introdotto un “nuovo metodo di lavoro” fondato sulla conoscenza dei bisogni reali delle persone. Rivoluzionario. Dopo decenni passati a ignorarli, adesso li studiamo. Con calma. Senza fretta. Tanto la povertà mica scappa.

L’entusiasmo, raccontano, era “diffuso e trasversale”. Sindaci commossi, Ats motivati, clima quasi da ritiro spirituale. Peccato che poi arrivino i numeri, che sono sempre quelle persone scortesi che rovinano le cerimonie.

I dati parlano chiaro, e pure forte:
> 247,9 milioni di euro sulla rete ordinaria FNPS e FRPS, rendicontati al 76,6%.
> 191 milioni sui fondi per Povertà e Non Autosufficienza, rendicontazione media: 23%.
> Fondo Povertà 2018–2023: 146,9 milioni, spesi (si fa per dire) al 23,46%.
> Fondo Non Autosufficienza: 23,2% di spesa media regionale, con squilibri degni di un film distopico.

Traduzione simultanea: i soldi ci sono, ma si sono persi negli uffici, tra una PEC mai aperta e una rendicontazione “che poi vediamo”.
L’assessore giustamente parla di “cambio di passo improcrastinabile”. Improcrastinabile nel 2026, dopo che per anni è stato tutto tranquillamente procrastinabile. Un tempismo svizzero, ma con il fuso orario sbagliato.
La slide del giorno. E poi? 

Per risolvere, arriva il colpo di scena: 225 unità specialistiche in affiancamento tecnico. 180 dal Ministero, 45 dalla Regione. Un esercito. 
Peccato che sembri la riedizione dei Centri per l’Impiego: pieni di personale, pieni di buone intenzioni, e il resto del mondo fermo fuori a guardare. Tutti a programmare, nessuno che realizza. Tutti a rendicontare, nessuno che vede un servizio partire davvero.

Chi programma, chi realizza servizi e chi rendiconta troverà nella Regione un alleato, ma anche un interlocutore esigente”, dice Straface. 
Bellissimo. 
Finalmente un alleato esigente. Prima evidentemente eravamo tutti alleati distratti.

Il concetto finale è nobile: le politiche sociali non sono una sommatoria di fondi, ma una catena di scelte politiche, amministrative e tecniche.

Vero. In Calabria, però, questa catena spesso serve solo a tenere chiuso il cassetto dove stanno i soldi.
La Calabria “sceglie di cambiare passo”. Lo si dice ogni anno, come chi promette di iscriversi in palestra da inizio anno. Intanto il welfare resta un incanto. Fermo. Congelato. Versione demo 2016.

E adesso resta la domanda che nessuno ha avuto il coraggio di fare nella sala climatizzata della Cittadella.

E mo chi cazzo glielo dice ai padri di famiglia calabresi che non riescono a portare il pane a tavola, che devono arrangiarsi, barcamenarsi, inventarsi un lavoro al mese, perché un lavoro vero non c’è? O perché a 50, 55, 60 anni sei automaticamente “fuori mercato”, come uno yogurt scaduto, anche se hai ancora le mani buone e la schiena che regge.

Chi glielo dice che mentre Pasqualina Straface e il suo team programmano, rendicontano, mappano i bisogni, rilevano criticità, attivano affiancamenti, mobilitano eserciti di unità specialistiche e mettono giù quattro righe ben impaginate, la vita vera va avanti senza di loro?
Chi glielo spiega che per vedere uno stralcio di aiuto concreto, non una slide, non un tavolo tecnico, non una conferenza stampa, ma qualcosa che paghi una bolletta o riempia un carrello, forse bisogna aspettare il 2036? Sempre che nel frattempo non serva un nuovo ciclo di incontri per “aggiornare la conoscenza dei bisogni”, che nel frattempo saranno peggiorati.

Perché il problema non è che mancano i fondi.
Il problema è che mentre il welfare viene studiato, le persone affondano.
Mentre si rendiconta, si rinuncia.
Mentre si programma, si emigra.
Mentre si affiancano gli uffici, le famiglie si arrangiano da sole, come hanno sempre fatto in Calabria: silenzio, dignità e zero aiuti.

Questo è il punto che non entra nei report.
Il welfare calabrese non è fermo al 2016 solo nei numeri.
È fermo nell’urgenza, nel tempo delle persone, nella vita reale.
E quella, purtroppo, non aspetta la prossima rendicontazione.

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