SE A COSENZA VUOI CAMPARE, iGRECO DEVI PAGARE

SANITÀ CALABRESE: PAGARE O MORIRE. BENVENUTI A COSENZA, CAPITALE DEL BUSINESS SULLA PELLE DEI MALATI

È ufficiale: se in Calabria vuoi curarti, devi pagare. Se non puoi, arrangiati. O muori con dignità, possibilmente in silenzio, che senò disturbi il marketing.
Il via libera al maxi-ospedale privato degli iGreco a Vaglio Lise non è una notizia. È una sentenza. È la certificazione che la sanità pubblica è stata scientemente spinta fuori dalla città, mentre quella privata viene ingrassata, coccolata, protetta e foraggiata. Con soldi pubblici, ovviamente. I nostri.

Da una parte l’ospedale pubblico sbattuto lontano, scomodo, irraggiungibile... ad Arcavacata di Rende, con la complicità di quell'Università della Calabria che non se ne è mai sfottuta un cazzo della sanità calabrese, e ora improvvisamente... 

Dall’altra un impero sanitario privato che si espande nel cuore di Cosenza come un tumore metastatico, con il timbro della Regione e il silenzio complice della politica.
E no, non è complottismo. È parentela istituzionalizzata.
Quando hai la “sorellina” in Regione, per giunta nella Commissione Sanità, le porte non si aprono: si spalancano. Altro che trasparenza. Altro che “candidature disinteressate”. Questa è sanità a conduzione familiare, con tanto di conflitto d’interessi servito freddo e impunito.
E nel frattempo ci raccontano la favoletta della sanità privata efficiente.
Davvero?

Parliamo delle strutture degli iGreco: RSA, cliniche riabilitative, diagnostica. Un catalogo che sulla carta sembra un’eccellenza, ma nella realtà è un campo minato.
Personale ridotto all’osso, soprattutto di notte.
Operatori spremuti, sottopagati, ricattabili.
Strutture vecchie, rattoppate, “pulite” quanto basta per le foto.
Gestione opaca, dove il pubblico viene usato come bancomat e i pazienti come numeri da selezionare. 
Meglio se “gestibili”. Meglio se redditizi.

E guai a parlare dei pazienti in fin di vita.
Quelli non rendono.
Quelli disturbano il bilancio. Quelli bisogna scaricarli, prima che tra passino, al pubblico, senò ci fanno diminuire la diaria... 
Poi succede che una neonata viene rapita.
E ci dicono che è stato un caso isolato.
Certo. Come no.
Peccato che tutti sappiano che è il frutto diretto di carenze di personale, controlli inesistenti e superficialità cronica. Ma tranquilli: archiviamo, dimentichiamo, andiamo avanti. Qui funziona così.

Intanto la politica banchetta.
Accordi, convenzioni, milioni.
E quando qualcuno muore aspettando un’ambulanza, parte il post indignato. La slide di rito è, subito dopo il “minnifrìcu”. 
Poi si torna a mangiare.
Il paradosso più osceno?
Mentre un quarantenne muore sotto i ferri alla Madonnina per cause ancora poco chiare, Filomena Greco faceva campagna elettorale denunciando la malasanità
La stessa malasanità che le permette di fatturare ogni giorno. Serve un talento speciale per indignarsi davanti allo specchio.

E allora la domanda è una sola, quella che nessuno vuole sentire:
👉 Perché il pubblico è sempre in rosso e il privato mai?
👉 Perché nel pubblico mancano farmaci, ambulanze, personale, carta igienica… e al privato piovono soldi, convenzioni, accreditamenti?
👉 Perché il diritto alla salute è diventato una merce, mentre il debito resta pubblico?
La risposta è semplice e fa male:
perché questa sanità non è malata, è progettata così.
Per spingerti a pagare.
Per farti rinunciare.
Per selezionare chi può curarsi e chi no.

Hanno le mani sulla città.
Hanno le mani sulla salute.
E poi si chiedono perché da qui si scappa.
In Calabria non curano più le persone.
Curano i bilanci.
E se non rientri nel business plan, sei solo un costo da tagliare.
Benvenuti nella sanità del futuro.
Privata. Convenzionata. Familiare.
E profondamente, criminalmente disumana.

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