C'È VIOLENZA E VIOLENZA. MA IL PEGGIO È QUELLA CON LA GIACCA ISTITUZIONALE
In questo Paese succedono due cose nello stesso tempo. Due forme di violenza.
Una è reale, brutale, inaccettabile.
L’altra è più subdola, più elegante, ma infinitamente più pericolosa.
A Torino un poliziotto di 29 anni, Alessandro Calista, viene accerchiato, pestato, colpito con un martello mentre è a terra. Calci alla testa, pugni, tre colpi alla schiena. Ha una moglie, un figlio, una vita che rischia di spegnersi per la ferocia di qualcuno che non ha nulla a che vedere con la protesta, con il dissenso, con la piazza.
Chi fa questo è un criminale. Senza se e senza ma.
Non è un manifestante. Non è un simbolo. Non è una causa.
Va individuato, arrestato, processato, condannato, carcerato e la chiave buttata. Punto.
Non esistono “però”. Non esistono attenuanti morali. Il martello non è un’opinione politica.
Detto questo, finisce qui la chiarezza che il potere ama ostentare. Perché tutto il resto è una manipolazione scientifica.
Mentre a Torino si consuma un crimine, a Roma succede qualcosa che dovrebbe far tremare i muri di Montecitorio. Un gruppetto di neofascisti e neonazisti sfila davanti alla Camera dei deputati. Non viene respinto. Non viene isolato.
Viene invitato dentro.
A spalancare la porta è Domenico Furgiuele, deputato calabrese della Lega, un "masculàzzu di cartùne", una vergogna per tutti i calabresi.
Un uomo, un parassita politico, cresciuto politicamente nell’area sovranista-identitaria, facilitatore istituzionale di ciò che la Costituzione dovrebbe vietare senza esitazioni.
Non è una svista. Non è ingenuità. È coerenza politica.
Furgiuele è il prototipo del parlamentare che usa le istituzioni come megafono dell’estrema destra, travestendo l’odio da proposta di legge, la discriminazione da “dibattito”, il fascismo da “opinione”.
Invitare Luca Marsella e il suo seguito, con l'approvazione e complicità del governo a cui appartiene, per presentare una proposta intitolata “Remigrazione e riconquista” non è pluralismo.
È sdoganamento.
È la scelta consapevole di portare dentro il Parlamento parole, concetti e immaginari che la Repubblica antifascista dovrebbe tenere fuori come materiale radioattivo.
Quando l’opposizione reagisce, quando qualcuno ha ancora il riflesso di indignarsi, il problema improvvisamente non sono i fascisti in Parlamento.
Il problema diventa chi protesta.
Chi alza la voce.
Chi disturba la cerimonia.
Ed eccola, la truffa madre di tutte le truffe: usare la violenza criminale di Torino come clava per colpire tutto il dissenso sociale che manifesta contro questo Governo.
Operai. Studenti. Attivisti. Chi manifesta per il lavoro, per i diritti, per la Palestina, per la democrazia.
Tutti nello stesso calderone. Tutti “pericolosi”. Tutti “violenti”.
È un’operazione politica sporca. Voluta. Pericolosa.
Manifestare è un diritto costituzionale.
Prendere a martellate un uomo è un crimine.
Sono due cose diverse.
Chi le confonde lo fa apposta, perché ha bisogno di paura per governare.
E mentre tutto questo accade, dal Colle arriva il vuoto.
Le cosiddette “paresi facciali” di Sergio Mattarella non sono una questione medica, ma una metafora politica feroce: un garante immobile mentre la Costituzione viene svuotata, stirata, umiliata.
Il Presidente della Repubblica dovrebbe essere il custode ultimo dell’antifascismo costituzionale.
Invece assistiamo a un silenzio ovattato, a prese di posizione anodine, a richiami formali che non fermano nulla.
La Costituzione non ha bisogno di sussurri istituzionali.
Ha bisogno di essere difesa.
Nel frattempo il governo gioca una partita chiarissima: normalizzare, testare, spostare il confine ogni giorno un po’ più in là.
Prima si tollera.
Poi si legittima.
Poi si reprime chi contesta.
Infine si riscrive il racconto: i fascisti diventano “controversi”, i manifestanti diventano “nemici interni”, la democrazia diventa un intralcio.
Non è un ritorno improvviso al nazifascismo.
È peggio.
È un’installazione graduale, resa possibile dall’abitudine, dalla paura e dalla rimozione della memoria.
Domenico Furgiuele non è un nome casuale. È un sintomo.
Mattarella non è il problema individuale. È il simbolo di un’istituzione che arretra.
Il governo non sta scivolando verso l’autoritarismo. Ci cammina, con passo misurato e linguaggio rassicurante.
Questa non è retorica incendiaria.
È la fotografia di una Repubblica in dissesto sociale e democratico, dove il fascismo entra dalle porte ufficiali e il dissenso viene trattato come un’infezione.
Chi colpisce con un martello va in galera.
Chi spalanca il Parlamento ai fascisti va smascherato politicamente.
Chi usa la violenza per zittire il conflitto sociale sta scavando la fossa alla democrazia.
Il vero pericolo non è il caos.
È l’assuefazione.
È accettare tutto questo come normale.
E quando diventa normale, è già tardi.
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