MA VUI U CANUSCÌTI A MARCO A’MBROGLIA?
Che Marco Ambrogio (alias Marco A’mbroglia) sia politicamente e istituzionalmente ignorante e superficiale, non c'erano dubbi.
Che lo abbia dimostrato ancor di più dopo la risposta, nero su bianco, data ad una madre che ha perso un figlio, di cui, anche se solo per inerzia l'Ambrogio e la moglie Rosaria Succurro (ex sìnnaca di San Giovanni in Fiore) ne sono indirettamente responsabili, è un dato di fatto noto a tutti.
Il commento di Marco Ambrogio è infatti l’esempio perfetto di come si possa parlare tanto… senza dire niente che abbia davvero a che fare col dolore di una madre.
Parte da Rosa Nigro, la mamma di Serafino Congi, che richiama una cosa semplice, umana, quasi primordiale: rispetto per la morte di un figlio. Non un dibattito politico. Non un talk show. Rispetto. Punto.
Lui invece cosa fa? Il triplo salto carpiato retorico.
> Trasforma il lutto privato in:
difesa d’ufficio della categoria medica
> autodifesa della politica locale
> attacco ai comitati
> frecciata elettorale preventiva
Praticamente prende il dolore di una madre e ci monta sopra un comizio.
Il passaggio più stonato? Quando tira fuori il repertorio del “conosco tante persone che hanno perso figli e hanno trasformato il dolore in opere benefiche”.
Traduzione brutale ma reale: esiste un modo “dignitoso” di soffrire e uno che dà fastidio.
Che è una frase pericolosa. Perché stabilisce che il dolore va bene solo se silenzioso, composto, possibilmente utile al sistema che lo ha generato.
Poi arriva la parte sulla “spettacolarizzazione del lutto”. Che detta da chi sta scrivendo sotto un post pubblico, facendo politica sulla gestione sanitaria collegata a quella morte… sfiora il paradosso acrobatico.
Il lutto non è mai spettacolo per chi lo vive. Diventa pubblico quando ci sono responsabilità pubbliche.
Ed è qui che il commento mostra il vero riflesso condizionato: difendere l’istituzione prima ancora di interrogarsi sul fallimento che ha prodotto quella tragedia.
La chiusura, con il riferimento ai comitati “vuoti” e alle prossime elezioni, è la ciliegina cinica: si torna alla politica pura, mentre dall’altra parte c’è una madre che parla di suo figlio morto.
Due piani che non dovrebbero mai sovrapporsi. E invece.
In sintesi brutale:
Rosa Nigro parla da madre.
Ambrogio risponde da apparato.
Lei chiede rispetto.
Lui rivendica risultati, attacca oppositori, difende categorie.
Non è una risposta. È uno spostamento di campo.
Ed è proprio questo che la rende indigesta: quando il dolore chiede silenzio, la politica sente il bisogno di alzare il volume.
Capita spesso. Ed è sempre una pessima figura.
MA VÙI U CANUSCÌTI A MARCO A’MBROGLIA?
Marco Ambrogio (alias Marco A’mbroglia) è nient'altro che un arrivista travestito da uomo delle istituzioni.
Un uomo che ha fondato la sua carriera non sul consenso popolare né sulla passione per la res publica, bensì sulla "''mbroglia" (da qui il soprannome).
Politicamente parlando, un fallito che campa e fa carriera restando nascosto sotto le "gonnelle istituzionali" della moglie, Rosaria Succurro.
Non per amore romantico, che quello riguarda la sfera privata e sacrosanta, ma per convenienza pubblica.
Una dinamica da manuale del potere domestico: chi è eletto traina, chi non sfonda si accoda.
“Chi si ama, si prende”, certo. Ma qui più che amore sembra una joint venture.
Si racconta una partenza umile, venditore di vino alla sagra del rosso di Donnici. Lavoro dignitosissimo, sia chiaro. Il problema è il salto successivo: dal vendere bottiglie al vendere… fumo.
Fumo istituzionale, quello che riempie i corridoi di: palazzi comunali, enti provinciali, tavoli politici dove si parla tanto e si conclude poco.
Una trasformazione quasi alchemica: dall’uva al vapore.
VINO E... VERGOGNA!
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